Il Governo tecnico

L’economista Abdul-Mahdi è chiamato a rimettere insieme i pezzi di un Paese finora governato (male) dalla maggioranza sciita

Una manifestazione di protesta contro il governo a Bassora, del sud dell’Iraq.  Nonostante nella regione si trovi l’80% delle riserve petrolifere nazionali, nella zona mancano i servizi essenziali, acqua e anche elettricità arrivano a singhiozzo. REUTERS/Alaa al-Marjani/Contrast
Una manifestazione di protesta contro il governo a Bassora, del sud dell’Iraq. Nonostante nella regione si trovi l’80% delle riserve petrolifere nazionali, nella zona mancano i servizi essenziali, acqua e anche elettricità arrivano a singhiozzo. REUTERS/Alaa al-Marjani/Contrast

C’è un elemento di novità e, al tempo stesso, un fattore di debolezza nel governo che, cinque mesi dopo le elezioni parlamentari del maggio scorso, ha preso le redini dell’Iraq.

L’esecutivo guidato dal 76enne economista Adil Abdul-Mahdi è il primo formato da tecnici ancor prima che da politici in un Paese che, dalla riforma costituzionale del 2005, ha sempre visto installarsi a Baghdad governi a trazione sciita in un contesto di forte tensione settaria. Un segno di rottura, che però si accompagna alla fragilità derivante dall’assenza di una solida base parlamentare a sostegno di questo esecutivo, atteso da una serie di sfide probanti. Prime fra tutte, la gestione della difficile situazione economica in cui versa il popolo iracheno e la lotta a una corruzione dilagante tra gli ingranaggi dello Stato, individuate come prioritarie da un elettorato sempre più lontano dalla politica tradizionale.

Abdul-Mahdi è stato nominato primo ministro in seguito a un accordo tra quelle che il voto ha decretato essere le tre forze principali del Paese: Saairun, formata dal chierico nazional-populista Moqtada al-Sadr; Fatah, composta da milizie sciite filo-iraniane – parte delle Popular Mobilization Forces - e capeggiata da Hadi al-Amiri; Nasr, guidata dal premier uscente Haider al-Abadi.

La debolezza insita nel governo Abdul-Mahdi è testimoniata dalle difficoltà che il primo ministro ha incontrato nel tentativo di muovere i passi iniziali della sua amministrazione, come la nomina dei ministri dell’Interno e della Difesa, ostacolata dai veti delle forze politiche. Tuttavia, l’immagine trasversale di Abdul-Mahdi – che è sì sciita nonché ex membro del Supremo Consiglio Islamico Iracheno, ma si pone come figura indipendente dai partiti – può contribuire ad attenuare il settarismo che da anni dilania l’Iraq. E riavvicinare così a Baghdad le province ai margini della nazione.

Una delle aree più instabili è quella di Kirkuk, città a Nord della capitale: i quasi 15 miliardi di barili di riserve petrolifere e la collocazione sul corridoio sciita che da Teheran arriva fino a Damasco e Beirut la rendono crocevia di interessi e tensioni. I curdi, che in città rappresentano la maggioranza della popolazione, prima l’hanno difesa dall’Isis, poi hanno cercato di strapparla a Baghdad con il naufragato referendum per l’autonomia del 2017. Ora il controllo è nelle mani delle Popular Mobilization Forces (Pmf), milizie in gran parte sciite e vicine all’Iran, e dell’esercito regolare iracheno, ma la violenza settaria, in un’area abitata anche da arabi sunniti e turcomanni, è dietro l’angolo.

Un’altra zona calda è il governatorato di Diyala, situato nel Nord-Est del Paese, caratterizzato da una convivenza non sempre facile tra arabi, curdi e turcomanni e investito tra il 2017 e il 2018 da un’ondata di attacchi di stampo terroristico.

Nel contrasto alla violenza tra gruppi etnici e religiosi, alimentata da anni di politiche settarie, le province tradizionalmente a maggioranza sunnita sono centrali. È qui che l’azione del partito sciita Da’wa, a capo degli ultimi tre esecutivi e soprattutto con Nuri al-Maliki primo ministro, ha contribuito a esasperare la frattura con i sunniti, esclusi dal tessuto politico e oggetto di un uso talvolta arbitrario del sistema giudiziario. Ed è qui che il nuovo governo iracheno è chiamato a recapitare un messaggio di inclusione, in grado innescare un reale processo di riconciliazione nazionale.

La comunità musulmana minoritaria in Iraq (è sunnita il 34,5% della popolazione a fronte del 62,5% sciita) è attraversata al suo interno da un frazionamento senza precedenti, nei mesi scorsi è stata protagonista di scontri con le milizie sciite ed è tutt’ora orfana di un’autorità centrale capace di favorirne la coesione. Questi fattori concorrono ad aumentare il rischio di radicalizzazione, esacerbando l’instabilità di province a maggioranza sunnita quali Anbar, Ninive e Salah al-Din, che tra il 2015 e il 2017 hanno sperimentato sul proprio territorio il dominio dello Stato Islamico.

Proprio lo Stato Islamico, ormai annullato come entità territoriale, continua a rappresentare una minaccia, per quanto inferiore rispetto al passato, nella sua rinnovata veste di forza di insurrezione. Secondo un rapporto delle Nazioni Unite pubblicato ad agosto, l’Isis conta ancora 30 mila membri equamente distribuiti tra Iraq e Siria. E, per evitare ulteriori infiltrazioni terroristiche, a inizio novembre Baghdad ha inviato al confine siriano due brigate dell’esercito regolare, ciascuna composta da almeno 3 mila unità, a cui si sono aggiunti 20 mila combattenti delle Pmf.

In questo contesto, le milizie sciite filo-iraniane, finanziate da Teheran e già rivelatesi cruciali nella guerra al Califfato, paiono destinate a esercitare un’influenza crescente sulle dinamiche interne all’Iraq per due ordini di motivi. Il primo è di carattere militare: le forze regolari di Baghdad, da sole, non bastano a garantire la sicurezza del Paese. Il secondo motivo è di carattere politico: sull’onda dei successi ottenuti contro lo Stato Islamico, diverse milizie sciite hanno formato la coalizione Fatah, che ha corso alle elezioni di maggio, piazzandosi seconda. Prima e soprattutto dopo il voto, queste sigle sono state criticate da ampire strati della popolazione per presunti abusi e violazioni, ma Abdul-Mahdi ha già chiarito che continueranno a operare e, anzi, saranno finanziate con “nuove risorse”, perché “restano una necessità per l’Iraq” nella lotta al terrorismo.

Il contrasto alla insurgency jihadista, al pari dell’attenuazione delle divisioni settarie, rappresenta un obiettivo primario del nuovo governo. Tuttavia, la sfida su cui Abdul-Mahdi si gioca la sopravvivenza politica è un’altra. Il voto ha evidenziato come il tema più urgente sia lo scollamento tra le istituzioni e una popolazione che ciclicamente scende in piazza per protestare contro l’assenza di servizi essenziali e lavoro. Emblematico in questo senso è il caso delle rivolte che hanno scosso Bassora, città del Sud dove acqua ed elettricità arrivano a singhiozzo, nonostante nella regione si trovi l’80% delle riserve petrolifere nazionali.

Nelle province meridionali ma non solo, il governo è chiamato a migliorare l’approvvigionamento energetico, ad ammodernare una rete elettrica obsoleta, ma soprattutto a intervenire sulla distribuzione dei benefici generati dal settore dell’oil and gas, i cui proventi restano impigliati nelle maglie di un apparato politico e amministrativo pervaso dalla corruzione e non raggiungono chi quelle terre così ricche di risorse le abita. L’Iraq è al 169esimo posto su 180 nel Corruption Perception Index stilato annualmente da Transparency International e tra i cittadini, e soprattutto tra le nuove generazioni, che rappresentano il 60% della popolazione, il senso di disaffezione nei confronti della politica supera anche le barriere del settarismo, come dimostrano i picchi di astensionismo raggiunti a maggio nelle province a maggioranza sciita.

La frattura più profonda che in questo momento attraversa l’Iraq, ancor prima di quella tra sciiti e sunniti, vede contrapposti popolo ed élite. Il populista al-Sadr ha colto meglio di tutti questo cambiamento nel tessuto sociale, costruendo una narrativa anti Casta e intercettando un malcontento che ora toccherà al governo Abdul-Mahdi lenire.

L’ostacolo più arduo da superare, per il primo ministro, è ben rappresentato dal cortocircuito che ne caratterizza il mandato: scardinare un sistema gravato da inefficienze e corruzione, pur essendo da quello stesso sistema sorretto.

In un parlamento frammentato com'è quello di Baghdad, Abdul-Mahdi difficilmente potrà rinunciare al compromesso. Mentre al-Sadr, che ha spinto per la nomina dell'economista ma è stato attento a non inserire i propri fedelissimi in posizioni di governo, muoverà i fili da dietro le quinte senza spendersi in prima persona. Pronto a scaricare Abdul-Mahdi in caso di fallimento.

@sergio_colombo

Trovate l'articolo nella rivista cartacea di eastwest in vendita in edicola

Oppure usa i tuo profili social per commentare

GRAZIE

banner fest sidebarbanner fest unicredit

La voce
dei Lettori

eastwest risponderà ogni settimana ai commenti sui social e alle domande inviate dai lettori. Potete far pervenire la vostra domanda usando il tasto qui sotto. Per essere pubblicati, i contributi devono essere firmati con nome, cognome e città Invia la tua domanda ad eastwest

GUALA
GUALA