Il Medioevo dei Saud

Il principe “modernizzatore” ha probabilmente dovuto confezionare un messaggio comprensibile nel barbaro linguaggio dei suoi potenti oppositori interni

Il principe ereditario saudita Mohammed bin Salman tiene un discorso durante il Future Investment Initiative Forum a Riad, Arabia Saudita, 24 ottobre 2018. Bandar Algaloud/Cortesia della corte reale saudita/dispensa tramite REUTERS
Il principe ereditario saudita Mohammed bin Salman tiene un discorso durante il Future Investment Initiative Forum a Riad, Arabia Saudita, 24 ottobre 2018. Bandar Algaloud/Cortesia della corte reale saudita/dispensa tramite REUTERS

Si può parlare di “medioevo saudita” alla luce di quanto successo nella penisola araba negli ultimi anni, in particolare da quando l’attuale principe ereditario Mohammed bin Salman è divenuto la figura prominente del regno? Probabilmente sì, e almeno per due motivi.

Il primo, più giornalistico ed emotivo, è legato alla brutalità della monarchia saudita nei confronti dei suoi nemici, siano questi gli insorti sciiti dello Yemen (gli Houthi) o giornalisti considerati troppo vicini alla Fratellanza Musulmana − che per Riad è un’organizzazione terroristica −, come Jamal Kashoggi, o clerici non allineati come Nimr al Nimr. Vendette militari che prendono di mira i civili, rapimenti, torture, segaossa, assedi, carestie, operazioni di false-flag, decapitazioni: il repertorio sfoggiato dal nuovo corso saudita sembra non avere molto da invidiare ai tempi delle invasioni mongole o dell’Inquisizione. Ma il secondo motivo, più geopolitico e realistico, per cui si può parlare di “medioevo saudita” è che il principe ereditario Mohammed bin Salman sembra in effetti aver spinto l’Arabia Saudita in una “età di mezzo”, un momento storico di passaggio tra un prima e un dopo, dagli esiti ancora incerti.

Partiamo dalla situazione in cui si è trovata l’Arabia Saudita nel recentissimo passato, a livello internazionale e interno. Per quanto riguarda il primo, dopo lo shock delle primavere arabe − che hanno abbattuto o indebolito diversi governi alleati di Riad e che hanno portato instabilità anche all’interno dei confini del regno − l’Arabia Saudita ha assistito a una frattura del fronte sunnita da lei capeggiato, con Turchia e Qatar che si sono esposti nel sostegno alla Fratellanza Musulmana, e a un significativo rafforzamento nello scacchiere regionale dell’Iran, rivale sciita. L’ascesa di Teheran si è avvantaggiata dell’avvicinamento dell’Iraq (libero dalla dittatura di Saddam Hussein, esponente della minoranza sunnita), della crisi seguita alle primavere arabe, della guerra contro l’Isis (organizzazione terroristica di matrice sunnita), della vittoria di fatto in Siria e, soprattutto, del dialogo con gli Stati Uniti di Barack Obama, sfociato nel 2015 nel nuclear deal. Non solo. Grazie soprattutto alla guerra contro l’Isis, e al fenomeno degli attentati in Occidente, l’Iran ha guadagnato simpatie presso opinioni pubbliche e cancellerie occidentali, mentre l’Arabia Saudita è finita sempre più al centro delle critiche per il suo propagandare una visione dell’Islam conservatrice e oscurantista (il wahabismo).

Per quanto riguarda poi il fronte interno, oltre alle proteste contro la monarchia durante le primavere arabe e alla significativa adesione di giovani sauditi all’Isis, l’Arabia Saudita si è trovata di recente a dover affrontare i rischi nel medio e lungo periodo della sua quasi totale dipendenza dal petrolio. È infatti l’oro nero che consente ai Saud di distribuire posti di lavoro e sussidi a una popolazione che non avrebbe altrimenti significative fonti di reddito (il 70% dei sauditi sono impiegati pubblici). E con il crollo del prezzo del petrolio, in anni recenti il welfare saudita ha dovuto subire dei tagli, il che ha causato scricchiolii sinistri, tanto più inquietanti in un Paese la cui popolazione è in grande maggioranza giovane (i due terzi sono under 30) e assetata di prospettive, mentre il vertice politico è (o meglio era, fino all’ascesa al potere del principe ereditario trentenne) anagraficamente vecchio. Basti pensare che l’attuale Re Salman appartiene ancora alla prima generazione dopo quella del fondatore dell’Arabia Saudita, Ibn Saud (1876-1953).

A questa duplice sfida, interna ed esterna, il principe ereditario Mohammed bin Salman ha risposto in modo coraggioso, o temerario a seconda dei punti di vista. Da un lato ha avviato una serie di riforme interne, sia per laicizzare il regno (il che ne migliora l’immagine presso gli alleati occidentali, gli conquista simpatie tra giovani e donne, ma lo espone a gravi pericoli di dissenso interno, e forse anche terrorismo), sia per avviare l’Arabia Saudita verso un’economia che sia sempre più indipendente dal petrolio. Dall’altro ha avviato una politica estera muscolare, con un violento intervento militare in Yemen contro gli insorti sciiti, con un duro embargo contro il Qatar accusato di flirtare con l’Iran e con la Fratellanza Musulmana, e facendo pressioni sugli Usa perché abbandonassero la linea morbida verso Teheran. Su quest’ultimo fronte Riad ha potuto contare sul determinante appoggio di Israele, a sua volta molto preoccupato per l’ascesa iraniana.

Dovendo dare un giudizio, per quella che è la situazione al momento, si può dire che Mohammed bin Salman sta scommettendo forte, col rischio di perdere o vincere moltissimo. L’elezione di Trump, e il nuovo corso americano ostile a Teheran, ha rappresentato un punto a favore di Riad, anche se il crescente allontanamento degli Usa dal Medio Oriente sembra una dinamica di lungo periodo destinata a non cambiare. Più inquietanti sono i dossier Yemen, dove la guerriglia prosegue e alcuni osservatori parlano di “Viet Nam saudita” e Qatar, che per reazione al pugno duro di Riad pare stia triangolando con diversi attori ostili ai Saud. Ma potendo contare su un rapporto mai così buono con Tel Aviv, sui legami con l’Egitto di al Sisi e in generale sul proprio ruolo di potenza regionale, ora che l’Iran sembra tornare a indebolirsi il fronte esterno è probabilmente quello che dà meno preoccupazioni alla casa reale saudita.

Più pericolosa sembra essere la partita giocata sul fronte interno. Modernizzare il Paese, allontanarlo in parte da una visione conservatrice dell’Islam – pur bilanciando questa mossa con un’accentuazione del nazionalismo – rischia di inimicare alla casa Saud il clero whabita, uno dei poteri storicamente più forti nella penisola araba. Allo stesso tempo modificare la struttura economica che ha retto finora, più o meno dalla nascita dell’Arabia Saudita moderna, ha l’effetto di rendere ostili ai regnanti i poteri economici che finora ne hanno beneficiato maggiormente. Quindi se le riforme promesse non dovessero avere l’effetto di creare sviluppo, occupazione e benessere – specie per i giovani – ecco che Mohammed bin Salman rischierebbe di aver scaraventato il suo Paese in una tempesta perfetta da cui non è facile prevedere come (e con chi al potere) potrebbe uscirne. I nemici interni del principe ereditario potrebbero infatti trovare terreno fertile nel malcontento popolare (e religioso) per tentare un cambio al vertice.

Questa situazione di slancio verso un futuro diverso, forse migliore, lascia dunque Mohammed bin Salman in una situazione di relativa debolezza nel presente. Tutto potrebbe andare male, e lo sanno sia i sostenitori che gli oppositori del corso impresso al Paese dal principe ereditario. Di qui la necessità del pugno di ferro, come abbiamo detto dal sapore medievale, nei confronti dei nemici, di chi dubita, di chi critica, di chi rischia di smagliare la trama del potere di Riad in un momento in cui è invece di capitale importanza la compattezza. A fronte di una situazione del genere si può intuire perché rischiare l’incidente diplomatico con un altro grande Paese islamico come la Turchia, e avere qualche noia col proprio storico alleato-protettore statunitense, sia sembrato al principe un prezzo ragionevole da pagare. Mandare un messaggio, barbaro ma chiarissimo, a chi gli è ostile con il caso Kashoggi è stato probabilmente ritenuto più importante.

@TommasoCanetta

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