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Non c'è pace per il Kashmir

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L'India di Modi rimette in discussione l'autonomia di Jammu e Kashmir, reprime il dissenso violando i diritti civili e impone l'isolamento della regione

Una donna tiene un cartello mentre protesta con il popolo del Kashmir a margine dell'Assemblea generale delle Nazioni Unite a New York, Stati Uniti, 27 settembre 2019. REUTERS/Mark Kauzlarich
Una donna tiene un cartello mentre protesta con il popolo del Kashmir a margine dell'Assemblea generale delle Nazioni Unite a New York, Stati Uniti, 27 settembre 2019. REUTERS/Mark Kauzlarich

È una delle mete turistiche più ambite, ma le drastiche misure imposte dal Governo indiano all'irrequieto stato di Jammu e Kashmir hanno innescato proteste sia in patria che all'estero. Ciò renderà ancora più complesso portare la pace e risolvere lo status di questa regione contesa anche dal Pakistan.

L'ex principato del Kashmir è stato oggetto di feroci dispute tra India e Pakistan da quando le due nazioni hanno ottenuto la loro indipendenza dalla Gran Bretagna 72 anni fa. Essendo uno Stato a maggioranza musulmana il Pakistan ritiene che dovrebbe far parte del proprio territorio, ma al momento dell'indipendenza l’allora principe indù del Kashmir accettò l'annessione all'India, una nazione costituzionalmente atea a maggioranza induista.

Gruppi armati di milizie pachistane, considerati “terroristi” dagli indiani, hanno promesso di “liberare” i loro fratelli musulmani dal dominio indiano, mantenuto nella valle del Kashmir con stringenti misure di sicurezza imposte dall'esercito e forze paramilitari. L'India tende a rispondere con le armi alle incursioni “terroristiche” oltre il confine o la linea di coprifuoco. A febbraio, l'aviazione indiana ha bombardato, all'interno del territorio pachistano, il presunto quartier generale del gruppo militante Jaish-e-Mohammed, responsabile di un attacco contro forze di sicurezza stazionate in Kashmir che aveva portato all'uccisione di quaranta soldati indiani.

Ai primi di agosto, il Governo di Narendra Modi e del suo partito Bharatiya Janata ha inviato migliaia di truppe aggiuntive al fine di imporre la legge marziale nella valle. I turisti sono stati fatti allontanare rapidamente, politici di alto grado, inclusi due ex Primi Ministri del Governo di Jammu e Kashmir, sono stati arrestati e tutte le comunicazioni verso l'esterno sono state interrotte. Molti giovani, anche adolescenti, figurano tra le centinaia di persone arrestate senza capi d'accusa. Da quel momento non si ha notizia di cosa stia succedendo nella valle.

Al contempo il Governo di Delhi ha promulgato in tutta fretta una legge in Parlamento per abrogare gli articoli 35A e 370 della Costituzione, che garantivano allo stato un’ampia autonomia. Lo statuto speciale del territorio di Jammu e Kashmir è stato sospeso e la regione è stata declassata a "territorio dell'unione" sotto controllo del Governo centrale. La regione del Ladakh, un'ala a maggioranza buddhista dell’ex stato kashmiro è ora un territorio separato senza autonomia.

Il Governo Modi ha dichiarato che le modifiche costituzionali e le severe misure di sicurezza sono state necessarie a causa dei “fermenti” che negli ultimi trenta anni hanno visto proteste nelle piazze e attacchi contro forze di sicurezza. Ma la maggior parte delle recenti proteste prendeva di mira la brutalità della polizia e le richieste di indipendenza dall'India non prevedevano alcuna unione con il Pakistan. È probabile che la fine dell'autonomia costituzionale porterà il popolo del Kashmir a una rottura ancora più definitiva con il Governo indiano.

Le modifiche costituzionali introdotte dall'India rispetto al Kashmir sono state condannate dal Primo Ministro pachistano Imran Kahn all'ultima Assemblea Generale dell'Onu. L'India si è opposta agli sforzi di “internazionalizzare” la disputa e il Primo Ministro Modi ha rifiutato l'offerta del Presidente Trump di mediare tra i due contendenti. Il Ministro degli Esteri britannico Dominic Raab e l'Alto Rappresentante per gli Affari Esteri dell'Unione Europea Federica Mogherini sono tra coloro che hanno espresso sconcerto verso le azioni del Governo indiano. Una commissione del Congresso Usa ha previsto un dibattito sui diritti umani in Asia del Sud quale diretta conseguenza delle azioni indiane nel Kashmir.

Il Primo Ministro Modi ribadisce che le nuove misure di sicurezza e le modifiche costituzionali sono questioni che afferiscono solo all'India. Va detto che il declassamento dello status del Kashmir non è stato particolarmente osteggiato dalle forze di opposizione. Questo perché le critiche mosse al Governo sul Kashmir rischiano di essere considerate un atto di slealtà nel lungo stallo tra il Paese e il Pakistan, e inoltre molti sono d'accordo con questo tentativo di porre un freno alla militanza in Kashmir. Molti giovani indiani hanno però denunciato la violazione dei diritti umani in Kashmir e la censura dei media, a cui viene negata la possibilità di riportare ciò che avviene nella valle. L’attuale situazione viene equiparata al pugno duro adottato più di quaranta anni fa dall'ex Primo Ministro Indira Ghani quando impose uno stato di emergenza nazionale. "Quale democrazia arresta i bambini?" ha chiesto Iltija Mufti, figlia di uno dei leader politici detenuti dopo aver ottenuto il permesso di visitare la madre, Primo Ministro del Kashmir fino al giugno 2018 e all'epoca capo di una coalizione con la Bjp di Modi. Iltija Mufti, che attualmente non svolge attività politica, ha detto che il Kashmir è stato trasformato in una "prigione a cielo aperto" dal Governo del Bjp.

In privato, i membri del principale partito di opposizione, il Partito del Congresso capeggiato da Rahul Gandhi (nipote di Indira), sono convinti che la vera ragione di tutto abbia radici religiose. Il Bjp ha il sostegno dei nazionalisti indù che non hanno mai nascosto la loro volontà di far valere l'orgoglio induista in India. Jammu e Kashmir era l'unico stato a maggioranza musulmana ed eliminarne lo statuto speciale – che non permetteva ai forestieri di comprare terre o insediarsi nella regione – fa parte di una politica di “induizzazione”. Ora popolazioni non musulmane saranno incoraggiate a trasferirvisi, a loro dire, per investire nell'agricoltura e sfruttare il potenziale turistico, oltre a sviluppare altre attività industriali.

Modi e il suo potente Ministro dell'interno Amit Shah negano che questo sia il loro scopo, anche se Shah ha dichiarato che appena rimosse le disposizioni statutarie il Kashmir subirà un'accelerazione e nel giro di dieci anni diventerà una delle regioni più sviluppate. Uno sviluppo che prevede anche la costruzione della prima ferrovia per collegare la valle del Kashmir al resto dell'India.

I musulmani negli altri Stati, specialmente nell'Assam, a nord-est, sono invece assillati dalla richiesta di comprovare che sono cittadini e non immigrati arrivati di recente. Nel vicino Bengal Occidentale, dove si dice vi sia stata molta immigrazione illegale, il Ministro Shah ha specificamente omesso di menzionare i musulmani quando ha detto "Io voglio assicurare i rifugiati indù, sikh, jain, buddhisti e cristiani che non saranno costretti a lasciare l'India”.

Un'altra delicata questione che il Governo Modi dovrà affrontare riguarda le terre nella regione Ayodhya, nel nord dello Stato indiano di Uttar Pradesh, dove nel 1992 militanti nazionalisti indù hanno abbattuto una moschea musulmana sostenendo che fosse stata edificata illegalmente sul luogo dove sembra sia nato il dio indù Rama, dando luogo a proteste religiose e a un notevole spargimento di sangue. Una disputa territoriale tra gruppi religiosi che al momento è al vaglio dell'Alta Corte di Delhi.

Queste dispute contraddicono anche un'altra disposizione costituzionale secondo la quale l'India è una “repubblica secolare”. Se il governo del Bjp si mette a espellere i musulmani dall'India o permette la costruzione di un tempio indù ad Ayodhya rischia di violare il principio della secolarità, un caposaldo della propria costituzione. Rende inoltre molto più complicato ripristinare la fiducia nel Governo centrale tra le popolazioni del Kashmir, già nel quarto mese di repressione (iniziata il 5 agosto), che ha comportato sofferenze per le imprese e l'agricoltura e scarsità di viveri.

Anche se l'opposizione in Parlamento non si è fatta sentire, il Governo indiano potrebbe comunque incontrare notevoli difficoltà nel creare la pace e un rapporto di collaborazione in un contesto instabile quale il Kashmir. Anche perché questa volta il suo nemico non è né il Governo pachistano né i militanti di oltre confine ma una popolazione indigena.

Questo articolo è pubblicato anche sul numero di novembre/dicembre di eastwest.

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