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Prima ebola, ora Isis

Nella sua prima apparizione in video dopo cinque anni, al-Baghdadi ha annunciato l’istituzione di una nuova provincia del Califfato, in Africa Centrale

Un soldato dell’esercito congolese pattuglia una strada dopo un attacco, rivendicato dall’Isis, alla base militare della delle Nazioni Unite nella provincia orientale del Nord Kivu. REUTERS/Goran Tomasevic
Un soldato dell’esercito congolese pattuglia una strada dopo un attacco, rivendicato dall’Isis, alla base militare della delle Nazioni Unite nella provincia orientale del Nord Kivu. REUTERS/Goran Tomasevic

Lo Stato Islamico attraverso un comunicato della sua agenzia di propaganda Amaq, lo scorso 18 aprile, ha rivendicato il suo primo attacco nella Repubblica democratica del Congo (RdC), sferrato due giorni prima contro il villaggio di Kamango, nella parte orientale del Paese. Nella medesima rivendicazione, l’Isis si è attribuito anche la paternità di un’altra azione contro una base militare della Monusco (Missione delle Nazioni Unite per la stabilizzazione del Congo) stanziata nelle vicinanze del villaggio di Bovata, nel territorio di Beni situato nella provincia orientale del Nord Kivu. Ma la parte più saliente del comunicato di Amaq è l’annuncio dell’istituzione di una nuova wilayat (provincia) del Califfato in Africa Centrale (Islamic State Central Africa Province – ISCAP).

Da quel momento gli organi di propaganda dell’Isis hanno iniziato ad attribuire attacchi alla nuova wilayat, come avvenuto lo scorso 30 maggio, quando l’ISCAP ha rivendicato un’azione contro tre caserme dell’esercito congolese e le forze della Monusco, vicino alla città di Mavivi, sempre nel territorio di Beni.

A dare particolare valenza all’istituzione della nuova provincia dell’Isis è stato lo stesso califfo Abu Bakr al-Baghdadi, che lo scorso 29 aprile, nel corso della sua prima apparizione video dopo cinque anni, ha legittimato l’istituzione della wilayat in Africa Centrale e ha mostrato un testo dedicato alla nuova affiliazione.

Tutto questo apre al fatto che le provincie orientali del Congo, già duramente colpite dall’epidemia di ebola e dalla violenza dei ribelli ugandesi delle Forze democratiche alleate (ADF), il gruppo armato più attivo e violento della RdC, adesso sono diventate anche un punto d’appoggio per i seguaci di al-Baghdadi.

Nell’ultimo triennio, sono emerse varie prove del legame tra i baghdadisti e i ribelli delle ADF, che dal 1995 sono attivi tra l’Uganda e la RdC e fin dalla nascita hanno scelto di avere un’identità fluida per giustificare la guerriglia armata con motivazioni politiche, religiose, etniche o secessioniste.

È tuttavia innegabile che le ADF affondano profonde radici nell’Islam radicale, che risalgono ad alcuni anni prima della loro fondazione. Molti dei leader e dei primi membri del gruppo erano figure chiave nel movimento estremista ugandese Jamaat al-Tabligh ed erano coinvolti nei gruppi salafiti attivi nel Paese.

Nel 1991, circa mille persone, tra cui il futuro leader Jamil Mukulu, presero d’assalto il quartier generale del Consiglio supremo musulmano ugandese, a causa di un disaccordo sull’interpretazione del Corano, da parte degli alti membri del Consiglio religioso. 

Nelle violenze furono uccisi quattro agenti di polizia e un attivista islamico. Circa 400 persone furono incarcerate per il loro coinvolgimento nei disordini. Tra i militanti arrestati c’era anche Mukulu che dopo il suo rilascio, nel 1993, formò la Saalaf Foundation, che comprendeva l’ala armata degli Uganda Muslim Freedom Fighters: il gruppo precursore delle ADF. 

Tuttavia, l’importanza reale dell’Islam per le ADF è stata spesso messa in discussione. Gli studiosi hanno evidenziato che sebbene i leader del gruppo abbiano ripetutamente utilizzato la retorica fondamentalista nelle loro dichiarazioni ed espresso l’intenzione di creare uno Stato Islamico in Uganda, questo potrebbe non essere l’obiettivo principale, ma solo un mezzo per arrivare a raggiungere obiettivi politici più importanti.

Un ex combattente intervistato nel 2002 dichiarò che “l’agenda dell’ADF era puramente politica e l’Islam era solo una facciata, di conseguenza i leader del movimento avrebbero mascherato con la religione i loro fini politici”. Ma d’altra parte è noto che all’interno dei campi dei ribelli vige la sharia. Una pratica che è stata implementata più rigorosamente a partire dal 2003, insieme alle scuole nelle quali i bambini imparano i precetti dell’Islam e gli insegnamenti in altre discipline. E a spianare la strada al crescente estremismo potrebbe aver contribuito anche il venir meno della solida alleanza con l’Esercito nazionale laico per la liberazione dell’Uganda (Nalu), che nel 2007 ha deposto le armi.

Tutto questo, spiegherebbe perché le ADF, dopo il drastico ridimensionamento numerico subito in conseguenza delle campagne militari condotte dalla Monusco e dalle forze militari di Congo e Uganda, hanno intrapreso un nuovo corso nel quale l’ideologia estremista religiosa è diventata più centrale.

Anche la cattura del leader Jamil Mukulu, avvenuta nell’aprile 2015 in Tanzania, ha inferto un ulteriore colpo alla resistenza del movimento, provocandone la frammentazione. In risposta all’offensiva militare congiunta, le ADF hanno lanciato feroci attacchi contro i civili nelle roccaforti di Beni, Bunia, Eringeti e Butembo, punendoli per sospetta collusione con il Governo e la locale missione delle Nazioni Unite. Una vera e propria escalation che tra il 2017 e il 2018 ha registrato un incremento del 1.150% di attacchi ai civili (da 4 a 46).

Uno studio congiunto realizzato nel novembre 2018 dal Congo Research Group, un gruppo di ricerca indipendente che monitora i conflitti nella RdC, dalla New York University e dalla Bridgeway Foundation, ha analizzato 35 video pubblicati sui social media dalle ADF, tra il 2016 e il 2017, rilevando una significativa variazione nella retorica utilizzata dal movimento, che dalla guerra contro il Governo ugandese è passato a una più ampia lotta in nome dell’Islam. In molti dei video esaminati, il report ha anche evidenziato come la nuova bandiera del gruppo ricorda quelle usate da altre formazioni jihadiste come l’Isis e alcune branche di al-Qaeda; oltre all’adozione di un nuovo nome: Madina at Tauheed Wau Mujahedeen (MTM), che tradotto dall’arabo significa “La Città del monoteismo e dei guerrieri sacri”.

Questo confermerebbe che la nuova fase di avvicinamento allo Stato Islamico è introdotta dal successore di Mukulu, Sheikh Musa Baluku, che ha potenziato la comunicazione del gruppo attraverso un uso costante dei principali social media come Telegram, Facebook e YouTube per rilanciare i messaggi delle ADF.

Ciò nonostante, la decisione di Baluku di porre l’accento sull’ideologia islamica estremista potrebbe essere una tattica per unificare le forze rimanenti nel riaffermare il controllo dei propri territori e rafforzare il gruppo.

Ma l’attuale legame delle ADF con lo Stato Islamico appare comunque consolidato e lo si evince anche dalla puntuale ricostruzione che il rapporto sopra citato opera sui finanziamenti che il gruppo ribelle ugandese ha ricevuto dall’Isis attraverso uno dei suoi operatori finanziari: Waleed Ahmed Zein.

Senza dimenticare che lo scorso febbraio, i soldati della RdC hanno trovato uno dei testi di riferimento dei militanti dell’Isis sul corpo di un ribelle delle ADF ucciso in combattimento. Il libro era stato pubblicato dall’Ufficio di ricerca e studi dalla Biblioteca Al Himmah, l’ala mediatica dell’Isis, responsabile della diffusione del materiale propagandistico prodotto sotto forma di pamphlet e piccoli opuscoli.

Anche se il testo è disponibile online, quindi il suo ritrovamento non è una prova definitiva di una connessione fisica tra le ADF e l’Isis, tuttavia indica una connessione ideologica. Una tesi supportata da un rapporto dell’Hiraal Institute di Mogadiscio, secondo cui i militanti delle ADF hanno espresso aperto sostegno al Califfato.

C’è inoltre da rilevare, che nel 2018, grazie al sostegno logistico, militare e finanziario dello Stato Islamico, gli attacchi delle ADF hanno preso di mira anche i caschi blu della Monusco, causando in tutto 415 morti.

La nascita di questa nuova cellula dello Stato Islamico è quindi la prova che le ADF, ridimensionate dall’offensiva militare congiunta della Monusco, Congo e Uganda, hanno trovato nell’Isis un valido alleato capace di finanziare e supportare azioni armate e di propaganda. Mentre i vertici dello Stato Islamico hanno dato ampio risalto alla proclamazione della nuova wilayat, sostenendo gli sforzi delle ADF per tornare alle proprie radici salafite.

@afrofocus

Questo articolo è pubblicato anche sul numero di settembre/ottobre di eastwest.

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