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Il burattinaio kazako

Le proteste pacifiche contro il neoeletto Tokayev, manovrato dal dimissionario Nazerbayev, potrebbero dar vita a una nuova fase storica del Paese. E il nuovo Presidente non potrà far altro che ascoltare la società civile e l'opposizione

Il neo Presidente del Kazakistan Kassym-Jomart Tokayev insieme al suo predecessore Nursultan Nazerbayev, durante il congresso del partito Nur Otan. REUTERS/Mukhtar Kholdorbekov/Contrasto
Il neo Presidente del Kazakistan Kassym-Jomart Tokayev insieme al suo predecessore Nursultan Nazerbayev, durante il congresso del partito Nur Otan. REUTERS/Mukhtar Kholdorbekov/Contrasto

Con l’elezione del nuovo Presidente Kassym-Jomart Tokayev, avvenuta lo scorso giugno in un clima infiammato da proteste, arresti e contestazioni di massa, il Kazakistan è ufficialmente entrato in una nuova, delicatissima fase della sua storia, in un momento decisivo in cui per la prima volta si inizia a parlare della possibilità di un cambiamento, che al momento resta però soltanto potenziale.   

Il primo momento di svolta era arrivato lo scorso marzo, quando il Presidente Nursultan Nazerbayev annunciò a sorpresa le proprie dimissioni dopo aver guidato ininterrottamente il Kazakistan sin dal primo giorno della sua indipendenza dall’Urss, ottenuta nel lontano 1991.

Nello scioccante discorso televisivo con cui annunciò le proprie dimissioni, Nazerbayev aveva sin da subito sancito l’investitura del leader del Senato e fedelissimo Kassym Tokayev, al quale era stato affidato il ruolo di reggente fino alle successive elezioni presidenziali. E l’esito della tornata elettorale, conclusasi nel mese di giugno con una schiacciante (e scontata) vittoria di Tokayev, sembrava confermare che in Kazakistan, nonostante l’avvicendamento alla guida del Paese, non fosse cambiato sostanzialmente nulla, e che la vecchia cricca di Nazerbayev avrebbe continuato a esercitare la sua opprimente influenza ancora a lungo, senza nessuna reale opposizione.  

Questa impressione sembra rafforzata dal fatto che l’ex Presidente Nazerbayev, pur essendo apparentemente uscito di scena, continuerà comunque a conservare il ruolo di capo del potente Consiglio di Sicurezza e l’incarico di leader del partito di Governo, che detiene la maggior parte dei seggi in Parlamento. L’obiettivo di Nazarbayev, che per trent’anni ha guidato la maggior economia dell’Asia centrale con il pugno di ferro, sembra perfettamente chiaro: assicurare la continuità a se stesso e alla sua discendenza – sua figlia ha infatti preso il posto di Tokayev in Senato − continuando a ricoprire il ruolo di gran burattinaio del Paese da una posizione più defilata.

Questa situazione ha generato un’ondata di proteste e manifestazioni senza precedenti, in particolare ad Almaty e nella capitale Nur-Sultan − ribattezzata così in onore di Nazerbayev, a pochi giorni dalle sue dimissioni − dove migliaia di persone sono scese in piazza per protestare apertamente contro l’esito delle elezioni presidenziali, da esse ritenute una vera e propria farsa.

In pochi giorni, le persone fermate dalla polizia kazaka sono state 4mila, mentre i manifestanti condannati all’arresto amministrativo sono stati ben 700. Nei giorni immediatamente successivi al trionfo di Tokayev, che ha conquistato il 70.76% delle preferenze, sui social network sono iniziati a circolare dei video agghiaccianti in cui si scorgevano diversi agenti di polizia nell’atto di fermare i manifestanti, tra i quali figuravano anche alcuni anziani. Gli arresti non si sarebbero peraltro limitati ai soli dimostranti: un corrispondente di France Press, infatti, ha confermato che due suoi colleghi sarebbero stati arrestati dalla polizia kazaka, e che a uno di essi sarebbe stata addirittura sequestrata l’attrezzatura. Le dimostrazioni contro le elezioni, per la maggior parte, sono state ispirate da un ex banchiere in esilio, Mukhtar Ablyazov, fervente avversario di Nazerbayev e ormai unanimemente considerato il vero leader dell’opposizione. Chi è sceso in piazza, in definitiva, chiedeva elezioni libere ed eque, senza investiture dall’alto e con più spazio per i candidati dell’opposizione, rimasti quasi del tutto in ombra per l’intera durata della campagna elettorale.

Le elezioni kazake sono state sonoramente bocciate anche dall’Osce, il cui rappresentante George Tsereteli, nel commentare l’esito del voto, ha parlato apertamente di “violazioni delle libertà fondamentali e pressione sull’opinione pubblica”, ma anche di “significative irregolarità” nel conteggio dei voti in tutto il Paese.    

Nonostante il giudizio dell’Ocse e il clima infuocato che si respira per le strade, con nuove ondate di proteste sempre sul punto di esplodere, il neoeletto Tokayev si è finora dimostrato estremamente calmo, esprimendo soddisfazione per l’esito del voto e condannando le “influenze straniere” che avrebbero istigato alcuni cittadini kazaki a scendere in piazza per protestare contro la sua elezione.   

Sebbene il clima generale, per certi versi, appaia del tutto simile a quello che caratterizzò l’era Nazerbayev, con un forte controllo dello Stato sulle libertà individuali dei singoli cittadini – incluse alcune stringenti limitazioni perfino nell’uso di internet − in Kazakistan c’è ancora qualcuno che crede fermamente nel cambiamento, nella possibilità di dare vita a grandi trasformazioni che partano innanzitutto dalla volontà della società civile.

“Non siamo mai stati così vicini a un reale cambiamento come lo siamo ora”, spiega Daniyar Khassenov, 23enne attivista kazako e vittima di persecuzioni per aver sollevato il problema dei diritti umani nel suo Paese. “In Kazakistan”, continua, “le persone hanno protestato pacificamente per gli ultimi cinque mesi e il numero dei dimostranti è in continua crescita. I cambiamenti reali stanno arrivando e giungeranno dalla società civile. Ciò che vogliamo è un nuovo Governo, nuovi parlamentari, elezioni eque.” 

Negli scorsi mesi, il giovane Khassenov aveva scritto una lettera a Donald Tusk, Presidente del Consiglio Europeo, con lo scopo di attirare l’attenzione delle istituzioni comunitarie sulla situazione dei diritti umani in Kazakistan. Per tutta risposta, le autorità kazake avrebbero congelato i conti bancari dei familiari del giovane, tolto il lavoro alla sorella ed esercitato forti pressioni sullo stesso attivista. Nonostante tutto questo, il giovane kazako continua a credere fermamente nella possibilità di trasformare radicalmente il volto del Paese, soprattutto attraverso le proteste.

Negli ultimi mesi, forse per la prima volta nella sua storia recente, la società civile del Kazakistan sembra essersi resa conto di trovarsi molto vicina alla conquista di grandi trasformazioni, e le numerose proteste di piazza lo confermano in maniera fin troppo evidente. Nel corso dell’ultima tornata elettorale, in Kazkaistan sono sorti dal nulla dei gruppi di opposizione creati dagli attivisti, come Oyan o Respublika, che tuttavia restano sostanzialmente privi di potere. Nemmeno il nuovo Presidente Tokayev ha potuto ignorare l’entusiasmo di questi gruppi e dopo la sua elezione ha lasciato intendere di essere pronto ad ascoltare le opinioni di tutte le forze politiche del Paese, attivisti compresi. Intanto, nell’evidente tentativo di tenere a bada i dimostranti, il neopresidente ha confermato che il Governo cancellerà alcuni piccoli debiti delle famiglie con basso reddito, una misura che potrebbe riguardare ben 3 milioni di persone (sui 19 milioni totali del Kazakhstan).

Il compito di Tokayev non sarà senz’altro facile, perché l’inizio del suo mandato coincide con un momento cruciale in cui le coscienze della società civile del Kazakistan si sono improvvisamente risvegliate, con tutti gli effetti che ne conseguono. Con ogni probabilità, l’ex leader del Senato continuerà ad adottare la politica di equidistanza già avviata dal suo predecessore, mantenendosi in buoni rapporti con Mosca e Pechino (il Kazakistan è infatti uno dei maggiori partner cinesi lungo le nuove Vie della Seta), e guardandosi con attenzione dai moti di protesta interni che continuano a crescere di giorno in giorno. Il Kazakistan ha la concreta possibilità di divenire una sorta di faro per le altre nazioni dell’Asia centrale, non foss’altro per il coraggio e l’entusiasmo mostrato dai dimostranti nel corso delle proteste di piazza a cui si è assistito negli scorsi mesi.

Ma per avviare la vera innovazione, il nuovo Presidente dovrà dimostrare di volersi predisporre all’ascolto delle opposizioni, degli attivisti, della società civile. Non solo a parole, ma nei fatti.

Questo articolo è pubblicato anche sul numero di settembre/ottobre di eastwest.

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