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Biškek tra Pechino e Mosca

Il Kirghizistan a un bivio pericoloso: stringersi più saldamente alla Cina o spingersi verso la Russia per coglierne tutte le opportunità economiche

Il residente locale Ibrahim Akhmetov, 70 anni, che è partito e poi è tornato nella sua città natale, parla nella sua casa nella città di Mailuu-Suu, Kirghizistan, 23 ottobre 2019. REUTERS/Pavel Mikheyev
Il residente locale Ibrahim Akhmetov, 70 anni, che è partito e poi è tornato nella sua città natale, parla nella sua casa nella città di Mailuu-Suu, Kirghizistan, 23 ottobre 2019. REUTERS/Pavel Mikheyev

L’eredità sovietica, in Kirghizistan, è riscontrabile soprattutto nell’impressionante vastità di strade e piazze, nell’immensità di certi viali, ma anche nella curiosa conformazione esteriore di alcuni edifici di Bishkek, la capitale, e di altre città minori disseminate nell’intero territorio del Paese. Il legame tra Kirghizistan e Russia non vive dunque soltanto nel passato, ma anche nel presente.

Il Kirghizistan odierno, una piccola repubblica centroasiatica di poco più di 6 milioni di abitanti, appare segnato da vivaci contrapposizioni, sia sul piano interno, con le faide politiche e il turbolento rapporto tra il nord e il sud, sia su quello internazionale, in cui il Paese sta già ricoprendo un ruolo di primo piano nel “Grande Gioco” dei nostri tempi tra la Russia di Putin e la Cina di Xi Jinping.

A pochi mesi dalle elezioni parlamentari del 2020, la stabilità politica del Kirghizistan è stata fortemente compromessa dai fatti dello scorso agosto, quando l’ex Presidente Almazbek Atambayev, barricatosi in casa per sfuggire alle forze di polizia che volevano arrestarlo, ordinò ai suoi uomini di fiducia di resistere all’assalto degli agenti, provocando una sparatoria che causò un morto e diversi feriti. Il giorno dopo – l’8 agosto – il Ministero degli Interni kirghiso riuscì infine a snidare Atambayev grazie all’intervento di 3mila agenti di polizia, che lo arrestarono immediatamente e lo trasportarono in una prigione statale di Bishkek, in attesa del processo.  

L’ex Presidente Atambayev, inizialmente accusato di corruzione, ora dovrà rispondere anche delle accuse di rapimento, di incitamento ai disordini di massa e perfino della preparazione di un colpo di Stato in Kirghizistan. In caso di condanna, il 63enne passerà il resto dei suoi giorni dietro le sbarre.

Anche in questo caso, come spesso accade nella politica kirghisa, l’arresto di Atambayev e la conseguente destabilizzazione politica del Paese sono frutto di contrapposizioni, di contrasti. La posizione dell’ex Presidente, rimasto in carica dal 2011 al 2017, iniziò a complicarsi esattamente due anni fa, l’anno delle elezioni presidenziali, quando cedette il posto al suo ex alleato Sooronbai Jeenbekov, l’attuale Presidente del Kirghizistan. Ma Atambayev, lungi dal considerare conclusa la sua carriera politica, aveva pensato di continuare a ordire le trame del potere da una posizione più defilata, da dietro le quinte, nella convinzione di poter manovrare a suo piacimento l’allora alleato e protetto Jeenbekov. Con ogni probabilità, si trattò del peggior errore di calcolo della sua vita.  

Il neo-eletto Jeenbekov non si limitò infatti a rifiutare il ruolo prospettatogli dall’ex Presidente Atambayev, suo ex alleato e mentore, ma avviò un’epurazione senza precedenti di tutti gli uomini politici vicini all’ex Presidente, alcuni dei quali vennero perfino accusati di corruzione. Quando il parlamento gli tolse anche l’immunità dalle accuse, lo scorso giugno, l’ex Presidente Atambayev si barricò nella sua villa di Koi-Tash, nei dintorni di Bishkek, minacciando di opporre resistenza a chiunque tentasse di arrestarlo. Ed è esattamente ciò che accadde poco dopo, come abbiamo visto.

Da questa vicenda, che ha attirato su di sé gli occhi dell’opinione pubblica mondiale, il Kirghizistan esce certamente indebolito, specialmente sotto il profilo politico. La frattura tra Atambayev e Jeenbekov è infatti avvenuta tra due figure di punta della principale forza politica del Paese, il Partito Socialdemocratico del Kirghizistan, che al momento detiene la maggior parte dei seggi in Parlamento. La faida interna tra i due politici, e in particolare i suoi sviluppi, potrà certo causare una graduale destabilizzazione politica, e anche un progressivo disorientamento degli elettori.

Per il Kirghizistan, ritenuto da tempo la sola “isola democratica” dell’Asia Centrale, le elezioni parlamentari previste per il 2020 potrebbero riservare qualche sorpresa, soprattutto se Omurbek Babanov, leader del partito d’opposizione Respublika, deciderà di giocarsi il tutto per tutto per ridurre la distanza che separa il suo partito dall’Sdpk, apparentemente indebolito dalla faida tra Jeenbekov e Atambayev. In passato, le crisi politiche in Kirghizistan sono state spesso risolte da insurrezioni, da vere e proprie rivoluzioni, come accadde nel 2005 e nel 2010 con i predecessori di Atambayev. Questa volta, tuttavia, le probabilità che si verifichi una nuova rivolta sembrano davvero scarse. In particolare per quel che riguarda la figura di Atambayev, che appare più isolato che mai e del tutto privo di sostenitori, tanto nella sfera politica quanto nella società civile.

Gli sviluppi della contrapposizione tra Atambayev e Jeenbekov verranno sicuramente monitorati con estrema attenzione da parte di Russia e Cina, i cui interessi in Kirghizistan sono andati via via aumentando di anno in anno. A luglio, poco prima del suo arresto, l’ex Presidente Atambayev era volato a Mosca per incontrare Vladimir Putin, nel disperato tentativo di ottenere la sua protezione. Il Presidente russo, tuttavia, ha preferito giocare la carta dell’ambiguità, lasciando comunque intendere di voler riservare il suo supporto all’attuale Presidente in carica, così da evitare ulteriori destabilizzazioni nel Paese.

Per il Kirghizistan, del resto, la Russia rappresenta tuttora un alleato fondamentale, specialmente dal punto di vista economico. Dal 2015, il Kirghizistan è parte integrante dell’Unione Economica Euroasiatica, che gli consente di ottenere il petrolio e il gas russi a prezzi scontati. L’appartenenza all’Eaeu consente anche al Kirghizistan di ottenere più opportunità per i propri lavoratori all’estero (quasi tutti sono in Russia), sulle cui rimesse si fonda un terzo del prodotto interno lordo del Paese.

L’altro attore enormemente interessato alle vicende kirghise è la Cina, che considera Bishkek un alleato fondamentale per la realizzazione delle grandi infrastrutture tra est e ovest connesse alla Belt and Road Initiative, la nuova Via della Seta, il programma infrastrutturale più imponente di tutti i tempi. La China Road and Bridge Corporation, gigante cinese delle costruzioni, sta realizzando un ambizioso progetto mirato a collegare il nord e il sud del Kirghizistan con una nuova strada di 433 km. Il progetto, noto come “Alternativa Nord-Sud”, vale circa 850 milioni di dollari, e si svilupperà in tre fasi distinte. Le prime due, con ogni probabilità, saranno completate entro il 2021.

Nella sola Bishkek, la China Road and Bridge Corporation sta fornendo il proprio supporto per la riparazione di 72 strade, per un chilometraggio complessivo di 130 km. Per il Kirghizistan, la Cina rappresenta dunque un alleato di fondamentale utilità per il rilancio economico e per la modernizzazione della propria rete stradale, ma anche per la compatibilità tra la Belt and Road Initiative e la strategia nazionale kirghisa per lo sviluppo sostenibile entro il 2040. Al momento, il 42% del debito esterno kirghiso è però in mano alla Cina, così come il 24% del suo prodotto interno lordo. Questi numeri, insieme al costante aumento del debito kirghiso verso Pechino – pari a 1.7 miliardi di dollari nel 2017 – hanno indotto molti osservatori a parlare di una debt trap, la trappola del debito, lo spettro che aleggia attorno ai partner più deboli della Cina e della sua colossale iniziativa infrastrutturale.

Sullo sfondo della complicata contrapposizione tra Jeenbekov e Atambayev, che sicuramente riserverà ulteriori sorprese, il Kirghizistan dovrà dunque decidere se intensificare il proprio abbraccio con la Cina, già piuttosto ardente, o se spingersi con determinazione verso la Russia, dalla quale dipende il benessere di una buona fetta della forza lavoro kirghisa. La scelta, in definitiva, sembra essere tra i capitali cinesi e le opportunità lavorative (ed economiche) legate alla Russia e al blocco dell’Unione Economica Euroasiatica. In effetti, nell’imminenza di una tornata elettorale particolarmente cruciale, la scelta migliore potrebbe essere quella di non scegliere.

@Cassarian

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