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La Federazione dei Re

Da prodotto del colonialismo inglese a terra di petrodollari, finanza, commercio, architettura futurista e turismo di lusso

Una veduta di Dubai e di Burj Khalifa, la torre più imponente del mondo, alta quasi un chilometro. Bandar Algaloud/Courtesy of Saudi Royal Court/Handout/Contrasto
Una veduta di Dubai e di Burj Khalifa, la torre più imponente del mondo, alta quasi un chilometro. Bandar Algaloud/Courtesy of Saudi Royal Court/Handout/Contrasto

La resistenza dei piccoli Emirati. Se ci si lascia alle spalle l’infinita serie di grattacieli e palazzi dalle forme più ardite e ci si dirige verso il vecchio porto di Dubai, a un certo punto si incappa in una piccola area costituita da piccoli edifici dall’aria antica ma ristrutturati con cura. È l’antico palazzo dell’emiro di Dubai, nel quale venivano accolti gli emissari d’Oriente e degli imperi coloniali europei. Poco lontano si erge ancora la piccola torre di avvistamento, dalla quale venivano osservate le navi che si avvicinavano a quella che al tempo era una piccola ma strategica stazione commerciale.

Nonostante i tentativi di conferire al complesso un’aurea quanto più solenne possibile, il contrasto con la Dubai di oggi è surreale. La piccola torre, un tempo l’edificio più alto del piccolo emirato, si erge per nemmeno cinquanta metri. Mentre alle sue spalle, tra la coltre di grattacieli, si staglia oggi Burj Khalifa, la torre più imponente del mondo, alta quasi un chilometro. Ma questo contrasto surreale è anche una metafora dell’incredibile parabola degli Emirati Arabi Uniti (Eau), passati dall’essere un prodotto “accidentale” del colonialismo inglese a diventare uno dei principali centri finanziari, commerciali e turistici del globo.

La metafora di Burj Khalifa ci dice anche molto sui reali equilibri di potere all’interno della federazione. Per quanto, infatti, Dubai sia da tempo l’emirato più noto, il potere reale non risiede nella sua famiglia reale, gli Al-Maktoum. A esercitarlo, fin dalla nascita della federazione, è infatti l’emirato più grande e di gran lunga più ricco: Abu Dhabi. Una egemonia consolidatasi ancora di più in occasione della crisi che nel 2009 colpì gravemente il sistema bancario di Dubai. Per mesi era sembrato ormai impossibile che l’immensa torre, che al tempo avrebbe dovuto chiamarsi Burj Dubai, potesse essere ultimata. Fu l’emiro di Abu Dhabi, Khalifa bin Zayed Al-Nahyan, a intervenire finanziandone il completamento. Da allora la torre cambiò nome in Burj Khalifa, letteralmente “Torre del Califfo”, ma pochi dubitano a quale “Khalifa” ci si riferisse. Gli Al-Nahyan, oltre ad essere gli emiri di Abu Dhabi, occupano stabilmente anche la Presidenza della federazione, dalla quale ne controllano la politica estera. Khalifa bin Zayed, oggi settantenne, ricopre tale carica dal 2004, ma sono molti a vederlo ormai come una figura sempre più cerimoniale. Il vero potere sarebbe infatti esercitato dal fratello minore, il cinquantaseienne Mohammed bin Zayed, principe ereditario di Abu Dhabi e considerato la principale figura dietro le radicali trasformazioni avvenute negli EAU nell’ultimo decennio. I commentatori lo chiamano spesso con l’acronimo del suo nome, MBZ, in un evidente tentativo di accostarlo al giovane principe ereditario saudita Mohamed bin Salman (MBS), del quale sarebbe stato addirittura il mentore.

Ma se ad accumunarli c’è certamente la ricerca di una politica estera più assertiva rispetto ai loro predecessori, a dividerli ci sono le radicali differenze che contraddistinguono le loro due nazioni: gli Eau, piccola federazione di 10 milioni di abitanti (di cui nemmeno un milione effettivi cittadini) e l’Arabia Saudita, Paese popolato da oltre 32 milioni di persone e sede delle città sante dell’Islam. Mentre il saudita MBS ha fin qui dovuto gestire la sua aggressiva centralizzazione del potere tra errori grossolani, crimini, e condanne internazionali, MBZ si è potuto muovere con molta più tranquillità, sicuro che ben pochi si sarebbero interessati a un Paese geopoliticamente periferico come gli Eau. Una trasformazione repentina basata, come avvenuto per il Qatar un paio di decenni prima, sull’uso sapiente del proprio potere finanziario.

Dall’esempio qatarino i principi emiratini hanno certamente imparato l’importanza del soft power, ovvero il valore di essere associati a “idee positive” come cultura, arte e innovazione. Oggi negli emirati risiedono filiali locali di decine di università internazionali e musei, come la New York University e il Louvre, e vi sorgono parchi tecnologici dove si sperimentano sistemi d’avanguardia in settori chiave come le energie alternative. L’Esposizione Internazionale di Dubai 2020, infine, si appresta ad essere l’”Expo” più imponente degli ultimi decenni. La Abu Dhabi Investment Authority, il terzo fondo sovrano più grande del mondo, paga da anni società di lobbying per convincere governanti e opinioni pubbliche dei vantaggi di avere buone relazioni con gli Eau.

Ma, al contrario degli emiri del Qatar, MBZ ha dimostrato anche di aver compreso i limiti di ciò che si può ottenere con denaro e soft power. Nel 2014, come Comandante in Capo delle Forze Armate, ha infatti introdotto la coscrizione obbligatoria e più che raddoppiato il budget militare, investendolo in armamenti all’avanguardia, training e compagnie mercenarie tra le più efficienti: una “piccola Sparta”, come la soprannominò James Mattis, oggi capo del Pentagono. Un investimento che ha iniziato presto a dare risultati. Gli Emirati hanno preso parte a missioni in tutto il mondo, dall’Afghanistan alla Libia e affiancato con la propria aeronautica la coalizione anti-Isis a guida statunitense. Ma è nel vicino Yemen che hanno fatto migliore mostra della propria rinnovata capacità militare. Mentre i bombardamenti aerei sauditi finivano al centro delle critiche per il crescente numero di vittime civili, le forze speciali emiratine, addestrate dai Navy Seal americani, conquistavano Aden.

Grazie a quello che è forse l’unico esercito arabo veramente moderno, la leadership emiratina ha cominciato ad ampliare la proiezione esterna della piccola federazione, accompagnandolo con lo strumento di potere di sempre: il denaro. Gli Eau sono oggi tra i principali sostenitori delle forze separatiste in giro per la regione, come il leader cirenaico Haftar in Libia, o i leader di Somaliland e Puntland in Somalia. Quello che spesso chiedono in cambio degli aiuti finanziari è la possibilità di costruire basi militari ed espandere la propria rete commerciale. “Osservate la mappa dei porti che oggi gli Emirati controllano e vedrete l’antico sultanato di Oman e Zanzibar tornare alla vita”, ha scritto recentemente l’Economist. E come le repubbliche marinare di secoli fa, la proiezione militare permette agli Eau di preservare i propri interessi commerciali nella regione, soprattutto in aree chiave di passaggio tra Oriente e Occidente.

Oggi gli Emirati posseggono una delle società più importanti del mondo per la movimentazione merci, la DP World, e Emirates Airlines e Etihad, tra le più importanti compagnie aeree. Ma se l’espansione degli EAU deve molto al parziale ritiro americano dalla regione – che ha lasciato un vuoto in parte colmato dalle potenze regionali più abili – il Golfo Persico e il Corno d’Africa stanno però cominciando a entrare nel calcolo di grandi potenze un tempo fuori dai giochi mediorientali. La Cina ha recentemente creato una base militare a Gibuti, la Turchia ha espanso la propria presenza in Somalia e si parla addirittura di una futura base russa nell’area. Difficile capire come i piccoli Emirati sapranno giocare la propria partita in mezzo a questi giganti. Come la storia insegna, infatti, il destino delle piccole repubbliche marinare è spesso quello di soccombere quando potenze più grandi decidono – e diventano in grado – di fare sul serio.

@Ibn_Trovarelli

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