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La rivoluzione è donna

Inediti sviluppi di emancipazione femminile emergono nel processo di transizione democratica, in preparazione delle elezioni presidenziali del 2019

Una manifestazione per i diritti delle donne a Tunisi. Il sindaco della capitale è una donna. Nel mondo arabo lo status della donna tunisina è considerato un modello unico. REUTERS/Zoubeir Souissi/Contrasto
Una manifestazione per i diritti delle donne a Tunisi. Il sindaco della capitale è una donna. Nel mondo arabo lo status della donna tunisina è considerato un modello unico. REUTERS/Zoubeir Souissi/Contrasto

Un gruppo di donne sembra danzare sulla strada, tanto è lieve il movimento, con i visi contornati da hijab bianchi. Poi la telecamera indugia su una di loro, mentre le mani di un uomo si allungano a svelarla. Si trattiene quasi il velo, sorride intimidita, poi accetta che scivoli via e riceve una carezza. Habib Bourguiba sorride a sua volta in una sequenza dal sottofondo propagandistico, ma che contiene il seme della differenza. Nel mondo arabo lo status della donna tunisina è infatti considerato ancora oggi un modello peculiare e unico e, sebbene le spiegazioni di tale emancipazione siano plurime, l'azione del padre della decolonizzazione e della Tunisia moderna ha avuto un ruolo cruciale. Il Code du statut personnel, approvato nel 1956, primo atto dell'indipendenza che anticipò di tre anni la nuova Costituzione post-coloniale, sanciva nei suoi 213 articoli il divieto della poligamia e del ripudio della moglie da parte del marito, introduceva un'età minima per il matrimonio e il divorzio, istituto giuridico a cui erano ammesse anche le donne. Bourguiba ci aggiunse anche la sua personale idiosincrasia contro il velo, l'”odioso straccio” come lo definiva in pubblico. Per il mondo arabo era un cambio radicale di prospettiva, per la Tunisia il segnale di una politica – poi completata dalla “statalizzazione della religione”, cioè dall'assoggettamento delle gerarchie islamiche alla volontà dello Stato – che si richiamava agli archetipi laici europei (e dell'ex colonizzatore francese, in particolare) più che alle esperienze islamiste dei Paesi arabi.

La rivoluzione che si è affermata nel passaggio tra il 2010 e il 2011 non ha cambiato il registro del copione. Anzi, sembra quasi che il destino politico della Tunisia transiti ancora, almeno simbolicamente, dal processo di affermazione della donna e dalla modernizzazione della società nonostante l'influenza acquisita dal movimento islamista e conservatore Ennahda, a sua volta attraversato da un inedito protagonismo femminile. Nella travagliata transizione democratica – in un Paese caratterizzato da una società civile ricchissima, plurale e ipersensibile, nella sua componente laica, alle questioni della parità di genere – un ulteriore elemento di allineamento tra uomo e donna è stato introdotto con la Costituzione del 2014. L'articolo 21 afferma che “i cittadini e le cittadine sono uguali nei diritti e nei doveri” e che “sono uguali davanti alla legge senza discriminazioni”; l'articolo 34 si preoccupa di promuovere il ruolo delle donne in politica e la loro rappresentanza “nelle assemblee elette” e l'articolo 46 rinforza il concetto, prevedendo che “lo Stato s'impegna a garantire la parità tra la donna e l'uomo nelle assemblee elette”. Tali disposizioni si sono tradotte in leggi elettorali, sia per le elezioni politiche che municipali, che contemplano l'alternanza di genere. Alle prime consultazioni comunali celebrate a maggio il 47,5% dei consiglieri eletti nelle 350 municipalità era donna.

Il progetto più ambizioso, di una legislatura che ha già licenziato una norma contro la violenza sulle donne e abrogato una circolare del 1973 che vietava alle tunisine di sposare un uomo di fede diversa da quella islamica, è contenuto però nel lavoro svolto dalla Commissione delle libertà individuali e dell'uguaglianza di genere (Colibe) voluta dall'attuale presidente della repubblica, Beji Caid Essebsi, già ministro bourguibiano e fondatore del partito laico e centrista Nidaa Tounes che governa, tra mille fibrillazioni, con Ennahda. La Commissione è stata istituita per tradurre il dettato costituzionale e ha ultimato la sua proposta a giugno, condensata in due disegni di legge non privi di mediazioni che tratteggiano un “Codice dei diritti e delle libertà individuali” e un analogo corpus giuridico sulla lotta alla discriminazione nei confronti di donne e bambini. Il punto che più ha diviso la società tunisina è quello sull'uguaglianza in materia ereditaria perché chiama in causa le prescrizioni coraniche e l'assetto più profondo della struttura sociale. La sura 4 dedicata alle donne è ambivalente: da un lato (versetto 7) afferma il diritto all'eredità delle donne a cui viene riconosciuta quindi personalità giuridica; dall'altro (versetto 11) stabilisce che “al maschio (vada) la parte di due femmine”. In caso di fratello e sorella, al primo spetterà quindi il doppio dell'eredità. Il disegno di legge della Commissione formula tre opzioni: l'uguaglianza garantita per legge; l'uguaglianza garantita per legge con la possibilità di contestazione in tribunale; l'uguaglianza garantita per legge previo accordo tra gli eredi. “Con quest'atto produrremo un'inversione della situazione, facendo dell'uguaglianza la regola e dell'ineguaglianza una deroga” ha commentato Essebsi, deciso – anche per ragioni elettorali – ad andare fino in fondo. Ma nell'articolata proposta sono stati inseriti altri cambiamenti sensibili come l'abolizione della dote (tutelata giuridicamente dal Code du statut personnel), l'annullamento del concetto di capofamiglia, la possibilità di trasmettere anche il cognome materno alla prole. Il doppio testo, già approvato dal Consiglio dei ministri, sarà discusso nell'Assemblea dei rappresentanti del popolo e Bochra Belhaj Hmida, presidente del Colibe, ha escluso negoziazioni sul punto più controverso, la parità in materia ereditaria. Le posizioni sono destinate a polarizzarsi anche perché nel 2019 si terranno le elezioni presidenziali e il tema viene agitato per produrre consenso. Il voto femminile era stato peraltro determinante, nel 2014, per il successo di Essebsi contro Moncef Marzouki.

Il dibattito sull'emancipazione delle donne e il discorso pubblico costruito in oltre un secolo – con le criticità che comunque permangono nel dislivello tra aree urbane e rurali – hanno osservato sempre il protagonismo di movimenti femministi, ora presenti anche nella matrice islamista. L'Unione musulmana delle donne tunisine nacque nel 1936 – guidata dall'attivismo di Bashira ben Mrad – come volontà del partito Neo-Dustur di presidiare nuovi spazi di consenso e nuove tematiche sociali, mentre per diffondere la conoscenza del Code de statut personnel sempre il Neo-Dustur, capeggiato da Bourguiba e divenuto dopo l'indipendenza il partito-società della Tunisia, incentivò il lancio dell'Unione nazionale delle donne tunisine che arrivò a contare 14.000 iscritte nel 1960. Uno dei movimenti storici, baricentro anche delle manifestazioni sulla parità ereditaria, è l'Associazione tunisina delle donne democratiche, ma i processi post-rivoluzionari hanno proiettato sulla scacchiera sociale nuove soggettività legate anche alla modernità comunicativa, in certi casi aperti alla partecipazione degli uomini. Alcune hanno fatto sintesi di esperienze precedenti – come la Coalition pour les femmes de la Tunisie –, altre sono espressione delle nuove generazioni (i collettivi Chouf e Chaml) con uno sguardo critico sui movimenti storici. E poi ci sono le manifestazioni del web, blogger singoli e collettivi che affiorano su tematiche più puntuali. In generale, accanto all'emanazione partitica e statuale, si sono affermate nuove formazioni autonome che hanno condotto da un lato alla frantumazione della proposta e dall'altro ad un suo arricchimento, derivazione della maggiore libertà di espressione conquistata nel processo di transizione democratica.

Il campo islamista ha segnalato un riformismo contraddittorio. Ennahda è il partito più ostile alla riforma del diritto di famiglia, ma anche quello che ha fatto eleggere il maggior numero di donne in parlamento e nei municipi. In taluni casi, come la neosindaca di Tunisi, Souad Abderrahim, sono figure moderne, colte e senza hijab (quando una parte del partito della Rinascita ha comunque accompagnato la sua ascesa al potere con un invito a indossarlo). Trasformazioni contrastate, a volte carsiche e mutevoli, che mantengono però la donna al centro delle strategie di potere. Dalla risposta a queste nuove esigenze di emancipazione passerà anche l'affermazione del processo democratico.

@simonecasalini

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