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La lunga notte

Potenze regionali e globali misurano in Libia le loro rivalità, ambizioni e incapacità: un campo minato dallo scontro del mondo sunnita diviso e armato

Una manifestazione a Tripoli contro l’offensiva di Khalifa Haftar. REUTERS/Ahmed Jadallah/Contrasto
Una manifestazione a Tripoli contro l’offensiva di Khalifa Haftar. REUTERS/Ahmed Jadallah/Contrasto

Un’estate di guerra per la Libia che non riesce a ritrovare una sua strada verso la pace. Da quando nella notte del 3 aprile il generale Khalifa Haftar ha lanciato l’attacco della sua milizia alla capitale Tripoli, il Paese che fu di Muhammar Gheddafi vive una nuova fase della sua lunga guerra civile.

Lo scontro vede schierata da una parte la Libyan National Army, la milizia dell’est libico che ormai da 3 anni, con l’appoggio dell’Egitto, degli Emirati e della Francia, si è trasformata in qualcosa di molto simile all’esercito egiziano. Ovvero una forza armata che governa e amministra buona parte del territorio della Cirenaica, provando a replicare quel sistema di Governo egiziano che da qualche anno si è consolidato al Cairo con la successione di Abdel Fatah al Sisi al Governo di Hosni Mubarak.

Dall’altra parte c’è il Governo di Fayez Serraj, un architetto di Tripoli scelto nella riunione Onu di Skirat del dicembre 2015. Un esponente della società civile che grazie alla selezione dell’Onu e alla sua capacità di navigazione di questi ultimi mesi, fra mille difficoltà è riuscito a mandare avanti il Governo basato in Tripolitania. Con il sostegno determinante innanzitutto delle 4 grandi milizie che controllano la capitale, ma poi con l’appoggio politico e militare dei gruppi politici e delle milizie della città di Misurata, la più combattiva fra le città libiche.

Un Governo, quello di Fayez Serraj, che contro la milizia di Haftar è riuscito a mobilitare la popolazione e le milizie che lo appoggiano con un messaggio di fondo: non vogliamo un nuovo dittatore, non accetteremo che Haftar diventi il nuovo “uomo forte” della Libia come il colonnello lo è stato per 41 anni.

Nella notte del 3 aprile il generale della Cirenaica lanciò l’assalto a Tripoli dicendo di avere intenzione di ripulire la città dai “gruppi terroristici”. Un messaggio di propaganda, che però non è del tutto slegato dalla realtà. In Tripolitania il Governo Serraj dalla nascita non solo è stato costretto ad appoggiarsi alle milizie meno politicizzate, quelle interessate soltanto alla spartizione del bottino come può essere considerata la Tripoli Revolutionaries Brigade dell’ex capitano di polizia Hajtam Tajuri. La differenza la fanno le milizie islamiste, gli eredi di gruppi come Ansar Al Sharja o come formazioni che schierano ex combattenti islamici che negli Anni Ottanta volarono in Afghanistan per combattere contro il regime sostenuto dai sovietici.

Gli eredi di quei militanti islamici nei mesi di aprile, maggio e giugno hanno ritrovato spazio a Tripoli: Serraj è stato costretto ad arruolare chiunque fosse pronto a combattere contro le truppe di Haftar. Quando Haftar quindi denunzia il fatto che ci sono estremisti integralisti a difendere Tripoli ha ragione. Ma chi ha reso questi estremisti così decisivi a Tripoli? Chi ha restituito loro centralità, proprio mentre venivano progressivamente marginalizzati dal Ministro dell’Interno Fathi Bishaga? Lo stesso Haftar con il suo attacco a Tripoli.

A metà giugno il Presidente Serraj ha provato a uscire se non altro dal pantano politico in cui il suo Governo si ritrovava. Il solo, debole appoggio formale degli stati delle Nazioni Unite non basta al Governo di Tripoli: Serraj ha bisogno di armi per difendersi (e quelle gliele forniscono la Turchia e il Qatar), ma anche di un appoggio politico più forte per emarginare Haftar e depotenziare il suo tentativo.  Il 16 giugno Serraj con un discorso e una conferenza stampa ha riproposto la formula della “grande assemblea” libica per far ripartire il negoziato politico. Un’assemblea, un negoziato a cui però questa volta non vuole vedere il generale Haftar. Per Serraj va convocato un “forum libico” aperto a tutte le parti che si riconoscono nei principi dello Stato di diritto. Serraj parla di "multaqa", un’assemblea libica, “in coordinamento con la missione dell’Onu, con i rappresentanti di tutti gli attori nazionali e componenti della società libica a favore di una soluzione pacifica e democratica del conflitto”. Mentre ha confermato che non vede nessuno spazio “per chi sostiene tirannia e dittatura”, ovvero Khalifa Haftar, considerato da Tripoli un criminale di guerra.

La “multaqa” di Serraj nella sostanza sembra essere una riedizione della Grande Assemblea che l’Onu aveva convocato per il 14/15 aprile a Ghadames, e che naturalmente è saltata dopo l’attacco militare di Haftar a Tripoli. Il Presidente libico insiste nel sostenere che la mobilitazione del suo Governo di Accordo Nazionale “ha dissolto le illusioni dell'aggressore” di riuscire a conquistare la capitale in pochi giorni. Ma lo stesso Governo di Tripoli per varie ragioni non riesce a respingere militarmente l’esercito di Haftar verso l’est, verso le postazioni da cui i soldati avversari sono arrivati.

“Io non mi siederò di nuovo a trattare con quella persona perché quello che ha fatto negli ultimi mesi dimostra che non può essere un partner nel processo di pace”, ha detto Serraj a metà giugno, anche dopo aver fatto un’apertura alle formazioni, ai leader della Cirenaica che potrebbero avere interesse a un dialogo con Tripoli. L’ultimo incontro fra Serraj e Haftar era stato quello del febbraio 2019 ad Abu Dhabi, un incontro in cui le potenze straniere che sono dietro i due rivali avevano provato a premere per un accordo di spartizione del potere fra i due leader. “Adesso tutti hanno capito che Haftar voleva solo guadagnare tempo per preparare il suo attacco a tradimento a Tripoli”, ha spiegato poi il Presidente libico.

Molti prevedono che la mossa di Serraj, l’offerta di un nuovo dialogo politico, sia una scelta destinata al fallimento. Con Haftar che sostanzialmente continuerà a cingere d’assedio Tripoli, manovrando forze militari che in ogni caso continueranno ad essere pagate e appoggiate militarmente soprattutto da Egitto ed Emirati. Per cui il Presidente di Tripoli se vorrà vedere un qualche successo nella sua iniziativa “di pace” dovrà rafforzarla con qualche successo militare che allontani le truppe di Haftar da Tripoli. O con nuovo sostegno politico alla sua causa da parte dei Paesi delle Nazioni Unite che sino ad oggi sono rimasti a guardare oppure hanno sostenuto più o meno segretamente Haftar.

Il riferimento è innanzitutto agli Stati Uniti e poi a buona parte degli Stati europei, compresa l’Italia, che pur avendo contribuito a creare il Governo di Accordo Nazionale di Tripoli, nel momento dello scontro militare si sono tenuti da parte.

Dagli Stati Uniti in aprile è arrivata la sorpresa più controversa fra tutte le mosse politiche attorno alla battaglia per Tripoli. Dopo una visita alla Casa Bianca del Presidente egiziano Sisi, il Presidente Trump il 15 aprile alza il telefono, chiama Haftar e gli manifesta sostegno per l’azione “contro il terrorismo” che il leader libico sta mettendo in atto. Un messaggio ambiguo, che viene reso noto in maniera abbastanza confusa, sicuramente da qualcuno dei lobbisti che Haftar ha ingaggiato a Washington per difendere le sue ragioni. La telefonata e le parole di Trump non sono in linea con quanto il Dipartimento di Stato e il Pentagono vanno dicendo dall’inizio della guerra, ovvero che sia necessario un cessate-il-fuoco e che non c’è soluzione militare allo scontro in Libia. Ma da quel momento in poi la parte di Haftar riceve il potente sostegno di una amministrazione che appare sempre più confusa su molti dei dossieri mediorientali, e che nella sua indecisione permette ai player regionali di regolare fra di loro conti che in passato sarebbero stati messi in ordine soltanto da Washington.

Fra le spiegazioni che molti analisti si sono dati a questo supporto di Trump per Haftar c’è innanzitutto il lavoro che egiziani e sauditi hanno compiuto per convincere il capo della Casa Bianca. In questi mesi Trump ha un obiettivo principale in Medio Oriente, quello di far passare il piano “accordo del secolo” (“deal of the century”, DoC) che ha fatto preparare al suo genero Jared Kushner per regolare la questione palestinese, favorendo la stabilizzazione di Israele nella West Bank. Per realizzare il “DoC” Trump avrà bisogno dei fondi sauditi ed emiratini e dell’azione di persuasione dell’intelligence egiziana, che è molto presente fra i palestinesi, sia in Cisgiordania che a Gaza. Ecco un’altra ragione per cui Trump è stato convinto a dare ragione a Sisi e al principe Mohammed bin Zayed, l’uomo forte degli Emirati, quando gli hanno suggerito di sostenere il tentativo di Haftar in Libia.

Per l’Egitto avere Haftar non solo in Cirenaica ma addirittura a Tripoli significa raggiungere un successo notevole: dal punto di vista della sicurezza significa avere un esercito alleato al confine occidentale, una milizia che il Cairo di fatto ha costruito e potrà influenzare nei prossimi anni. Dal punto di vista economico, per un esercito “commerciale” come quello egiziano avere la milizia di Haftar in controllo dei pozzi e dell’economia libica sarebbe un risultato assai importante.

Per gli Emirati, Haftar a Tripoli significa innanzitutto rafforzare l’alleato Egitto, il Paese più popoloso del mondo arabo, il “gendarme” pronto a fornire truppe e capacità militari agli Emirati del Golfo quando fosse necessario. Ma poi significherebbe sconfiggere un progetto politico in un Paese arabo sunnita che vede protagonisti, fra gli altri, movimenti politici che fanno capo alla Fratellanza Musulmana.

Le idee, gli obiettivi politici e militari di Egitto ed Emirati (e della stessa Arabia Saudita) sono speculari a quelli dei Paesi che sostengono e armano Tripoli. Il Qatar dello sceicco Al Thani e la Turchia di Recep Tayyip Erdogan hanno una visione diametralmente opposta del ruolo dell’Islam nella regione mediorientale. Al Thani forse lo fa soltanto per sottrarsi all’omologazione/sottomissione a cui Emirati e Arabia Saudita vorrebbero sottoporlo. Ma il progetto politico della Turchia, quello del partito AKP al potere, è un progetto di potere gestito dall’Islam politico, l’unica vera alternativa al potere delle dinastie familiari (Arabia Saudita, Emirati) oppure delle autocrazie militari (Egitto) che fino ad oggi hanno governato il mondo arabo.

Il percorso di stabilizzazione della Libia si svolgerà, dunque, all’interno di questo campo minato. O se volete di questo campo di battaglia, in cui le forze di un mondo arabo-sunnita diviso e in armi si combatteranno prevedibilmente ancora per anni.

Tutto intorno continueranno ad agire e a scontrarsi potenze regionali o mondiali che in Libia misurano le loro rivalità: Italia e Francia a livello europeo, con i loro interessi innanzitutto economici e securitari. A livello più alto Stati Uniti e Russia, nel grande gioco di un equilibrio mondiale in cui il Medio Oriente da anni è diventato meno strategico per Washington, e quindi fonte di opportunità incredibili per Mosca.

Questo articolo è pubblicato anche sul numero di luglio/agosto di eastwest.

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