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La via della droga

Il fentanyl prodotto illegalmente in Cina miete migliaia di vittime negli Usa e lascia senza lavoro i coltivatori di papaveri da oppio in Sudamerica

Il coltivatore di papaveri Francisco Santiago Clemente cammina con la sua pistola sulla schiena in un campo di grano a Juquila Yucucani nella Sierra Madre del Sur, nello Stato meridionale di Guerrero, Messico, 18 agosto 2018. REUTERS/Carlos Jasso
Il coltivatore di papaveri Francisco Santiago Clemente cammina con la sua pistola sulla schiena in un campo di grano a Juquila Yucucani nella Sierra Madre del Sur, nello Stato meridionale di Guerrero, Messico, 18 agosto 2018. REUTERS/Carlos Jasso

“Il mio amico, il Presidente Xi, aveva detto che avrebbe fermato la vendita di fentanyl verso gli Stati Uniti – non è mai successo, e molti americani continuano a morire!”. Poi, venti giorni dopo: “Sto ordinando a tutti i corrieri, inclusi FedEx, Amazon, UPS e il Post Office, di CERCARE & RESPINGERE tutte le consegne di fentanyl dalla Cina (o da qualsiasi altra parte!). Il fentanyl uccide 100.000 americani all’anno. Il Presidente Xi aveva detto che tutto questo sarebbe finito – non è vero”. I due tweet risalgono allo scorso agosto e sono ovviamente di Donald Trump. Pochi caratteri, che raccontano però una storia grande. Della quale bisogna ricordare l’antefatto: dal 2013 al 2017 oltre 67.000 statunitensi sono morti a causa di un’overdose da oppioidi sintetici, ovvero sostanze simili alla morfina per gli effetti sul corpo ma che possono essere prodotte in laboratorio, senza bisogno del papavero da oppio. La maggior parte di queste morti sono state provocate dal fentanyl, un farmaco analgesico utilizzato nelle cure palliative ma estremamente forte – molto più dell’eroina – e quindi facilmente letale: due milligrammi appena, l’equivalente di un paio di grani di sale, sono già abbastanza per uccidere una persona. La crisi è così grave da essersi guadagnata un nome proprio, “epidemia degli oppioidi”; ha avuto inizio verso la fine degli anni Novanta, e da allora ha attraversato diverse fasi e stroncato un numero enorme di vite.

Nei tweet di Trump compaiono due punti centrali dell’epidemia degli oppioidi. Innanzitutto la Cina, che in questa storia svolge una parte fondamentale: è infatti da qui che proviene la maggior parte del fentanyl di contrabbando consumato negli Stati Uniti. In Cina ci sono migliaia di aziende farmaceutiche e chimiche che producono vaste quantità di fentanyl o di sostanze analoghe, rivendute poi illegalmente su Internet. A un qualsiasi cittadino americano basta accendere il computer per ordinare una dose di fentanyl e farsela recapitare a casa per posta. E qui si arriva all’altra questione toccata da Trump nei suoi tweet, ovvero il servizio postale statunitense e le sue vulnerabilità, sfruttate dai narcotrafficanti cinesi.

Nel tentativo di impedire l’incontro tra domanda e offerta, l’amministrazione Trump ha agito in due modi. L’anno scorso ha fatto approvare al Congresso lo STOP Act (Synthetics Trafficking and Overdose Prevention Act), un decreto che permetterà al servizio postale americano, attraverso la raccolta dei dati elettronici delle spedizioni internazionali, di ottenere più informazioni sul contenuto di ogni pacco e quindi di intercettare meglio quelli contenenti fentanyl: almeno in teoria, visto che ogni giorno lo United States Postal Service gestisce in media più di 1,3 milioni di spedizioni provenienti dall’estero. E poi ha trattato con la Cina, ottenendo l’inserimento del fentanyl e di tutte le sue possibili varianti nella lista delle sostanze controllate a partire dallo scorso 1 maggio. “Questo significa che solo una parte dei fentanili potranno essere prodotti ed esportati legalmente dalla Cina, per essere venduti ad esempio alle compagnie farmaceutiche o ai sistemi sanitari stranieri”, ha spiegato Vanda Felbab-Brown, ricercatrice presso il think tank Brookings Institution di Washington ed esperta di narcotraffico e relazioni internazionali. Trump ha parlato dell’annuncio di Pechino come di una “svolta”, ma il suo entusiasmo va ridimensionato. La Cina innanzitutto aveva in precedenza già “messo al bando” una ventina di varianti di fentanyl tra la primavera del 2017 e l’autunno del 2018, anche per merito del lavoro diplomatico avviato dall’amministrazione Obama. Stavolta però Pechino ha esteso la restrizione all’intera classe dei fentanili e non a specifiche varietà, impedendo così ai produttori di eludere la legge creando ogni volta nuovi analoghi, ovvero sostanze di fatto equivalenti al fentanyl ma dalla composizione chimica leggermente diversa.

Si è trattato certamente di un notevole passo in avanti, ma che non basterà a risolvere l’epidemia degli oppioidi negli Stati Uniti. Anche perché la Cina ha preso un grosso impegno, ma non ha spiegato come farà a onorarlo. “Fare monitoraggio sarà un grosso problema per la Cina”, ricorda Felbab-Brown. “Nel Paese ci sono almeno 5.000 industrie chimiche e farmaceutiche, e probabilmente oltre 150.000 impianti. Allo stesso tempo, però, ci sono appena 2.000 ispettori. Chiudere i siti di produzione illegale oppure i piccoli rivenditori – sebbene vadano prima identificati – sarà la parte più facile. Molto più difficile sarà invece controllare che tutti gli impianti autorizzati non producano fentanyl illegale o non dirottino la produzione legale verso il commercio illegale. Per rendere più efficace l’applicazione della legge la Cina dovrà aumentare il numero di ispettori e di funzionari, dovrà installare sistemi di videosorveglianza a circuito chiuso negli impianti di produzione autorizzati, dovrà effettuare controlli a sorpresa e perseguire i trasgressori.”

La Cina, inoltre, non ha incluso nella lista tutti i precursori chimici che servono per sintetizzare il fentanyl. Questo potrebbe ridurre l’efficacia del ban e nel contempo rafforzare il ruolo di “intermediario” del Messico: le organizzazioni criminali messicane importano infatti i precursori dalla Cina – sbarcano nei porti di Manzanillo e Lázaro Cárdenas, sul Pacifico – e li utilizzano per produrre fentanyl, che poi introducono di contrabbando negli Stati Uniti. “La maggior parte del fentanyl arriva negli Stati Uniti dalla Cina, spesso passando per gli uffici postali, nascosto tra i pacchi regolari. Ma il Messico è un’area di transito e di trasbordo”, dice Felbab-Brown. “Dal Messico, il fentanyl arriva negli Stati Uniti attraverso i punti di entrata legali”, ad esempio i varchi alla frontiera, come qualsiasi altra merce. “Ci sono stati relativamente pochi casi di produzione di fentanyl in Messico da parte dei gruppi criminali locali. Ma questo trend potrebbe crescere nel tempo, com’è poi già avvenuto per la metanfetamina”, continua la studiosa. “È importante che gli Stati Uniti e il Messico collaborino per smantellare queste reti di produzione e contrabbando. Tuttavia, bisogna tenere a mente che tutti i trafficanti diversificano le proprie rotte: più controlli ci saranno al confine tra Stati Uniti e Messico, più il confine tra Stati Uniti e Canada si farà allettante. Ed è anche importante ricordare che ci sono altri fornitori di fentanyl illegale agli Stati Uniti, come l’India. Se il contrabbando dalla Cina dovesse diminuire, l’India si trova nella migliore posizione per rimpiazzarla in tempi brevi. Nel lungo periodo, la Nigeria e il Sudafrica sono le principali candidate a diventare fonti primarie di oppioidi sintetici.”

Al di là delle difficoltà tecniche, ci si chiede inoltre se la Cina abbia effettivamente intenzione di procedere con i controlli in maniera approfondita. Pechino ha ripetuto più volte che la cooperazione antidroga con Washington prescinde dalle tensioni commerciali e geopolitiche tra le due nazioni. Ma potrebbe anche non essere così, ed esiste almeno un precedente che rende legittimo questo dubbio. Il 3 settembre 2016 l’amministrazione Obama annunciò il raggiungimento di un accordo con la Cina, che – diceva il comunicato stampa – aveva accettato di attuare “misure più incisive” per contrastare il traffico di oppioidi verso gli Stati Uniti. Il governo cinese non fornì sul momento nessun dettaglio, e tempo dopo negò di aver mai stretto un accordo del genere. Che cosa dovrebbe spingere oggi la Cina a mantenere la parola data? L’economia sta attraversando una fase difficile a causa della trade war, e chiudere delle attività – anche se illegali – potrebbe non essere la priorità di Pechino. La Cina inoltre non ha un problema interno di abuso di oppioidi e non sopporta le pubbliche accuse di Trump: anche recentemente ha invitato gli Stati Uniti a fare di più per ridurre la domanda di fentanyl e a smetterla di dare la colpa agli altri Paesi.

L’altro Paese coinvolto nell’epidemia degli oppioidi e ricorrente nelle invettive della Casa Bianca è il Messico. A suggerire l’inefficacia sostanziale del ban cinese potrebbero essere proprio i corposi sequestri di fentanyl e di precursori effettuati dalle autorità messicane lo scorso agosto, che segnalano come la filiera del narcotraffico non sia stata scalfita, almeno finora. Oltre al fentanyl spedito per posta direttamente dalla Cina agli Stati Uniti c’è infatti anche il fentanyl contrabbandato per nave dalla Cina al Messico, dove passa nelle mani delle organizzazioni criminali locali – soprattutto delle due più grandi: il Cartello di Sinaloa e il Cartello di Jalisco Nuova Generazione – che provvedono poi a farlo entrare in territorio americano, in forma di polvere o di pasticche. Se un’attenta vigilanza dovesse rendere impraticabile la tratta Cina-Stati Uniti, la rotta Cina-Messico-Stati Uniti finirebbe con l’acquisire ancora più rilevanza. È il cosiddetto balloon effect: il narcotraffico non scompare ma si sposta altrove, come l’aria all’interno di un palloncino. Il movimento del fentanyl è peraltro difficile da ricostruire, come ammette la stessa agenzia antidroga americana, la DEA: la sostanza viaggia all’interno di una intricata rete di contrabbando e finisce sotto diverse custodie prima di arrivare a destinazione, complicando enormemente il tracciamento.

L’epidemia degli oppioidi sintetici sta avendo delle ripercussioni importanti a sud del confine statunitense. I consumi degli americani sono cambiati e il fentanyl viene preferito all’eroina: la contrazione della domanda di questa droga ha causato il crollo del valore dell’oppio in Messico, da dove proviene la maggior parte dell’eroina spacciata negli Stati Uniti. Il forte deprezzamento dell’oppio, a sua volta, ha generato due conseguenze: ha imposto ai gruppi criminali messicani la necessità di allontanarsi dal traffico di eroina e diversificare le loro attività; e ha privato i coltivatori di papaveri di una fonte di reddito fondamentale per la loro sopravvivenza. La opidemic sta insomma contribuendo alla ristrutturazione del sistema criminale messicano, già molto frammentato, e allo spostamento del focus dal narcotraffico all’estorsione. Ma non è tutto. “L’ascesa del fentanyl sta potenzialmente riuscendo in quello che le guerre alle droghe hanno sempre cercato di raggiungere: rendere la coltivazione di piante illegali poco allettante per i contadini”, spiega Felbab-Brown. “Ma questo risultato, sia che venga raggiunto tramite pratiche violente come la fumigazione delle piantagioni, sia che venga raggiunto a seguito di cambiamenti nel mercato della droga, in entrambi i casi porta con sé delle implicazioni drammatiche per le popolazioni marginalizzate.” Nelle montagne dello stato messicano di Guerrero, infatti, la coltivazione del papavero da oppio rappresenta molto spesso l’unico mezzo in possesso degli abitanti per uscire dalla povertà assoluta, in mancanza di alternative legali abbastanza remunerative. O sarebbe meglio dire “rappresentava”: nel 2017 neanche mezzo chilo di gomma di oppio – la resina ricavata dal fiore e impiegata nella realizzazione dell’eroina – veniva venduto a 590 dollari, mentre oggi ne vale appena 50. Senza più una fonte di entrate sufficiente, molti coltivatori di papavero hanno deciso di migrare a nord per cercare lavoro in altre regioni del Messico, oppure per unirsi ai migranti centroamericani nel cammino verso gli Stati Uniti.

Nel tentativo di scongiurare una crisi umanitaria nelle zone rurali e montane, il Presidente messicano Andrés Manuel López Obrador aveva valutato la possibilità di regolamentare la produzione di oppio per scopi medici, così da abbattere l’economia illegale e continuare comunque ad assicurare un reddito ai contadini, che venderebbero il loro prodotto direttamente allo Stato. “La legalizzazione dell’oppio non è una soluzione semplice. Richiede una forte presenza dello Stato e la capacità di far rispettare la legge, e al Messico mancano entrambe, specialmente nelle aree dove si coltiva il papavero”, sostiene Felbab-Brown. “La domanda di morfina in Messico non basta poi ad assorbire nemmeno il 10% dell’oppio prodotto nel Paese. Creare una domanda esterna è altrettanto difficile, perché ci sono molti altri fornitori con un prodotto superiore e un migliore sistema di controllo: Afghanistan, India, Pakistan, Kenya.” Più che sulla legalizzazione, in verità, López Obrador insiste soprattutto sulla sostituzione delle colture, cioè sulla “conversione” delle piantagioni di papavero in campi coltivati a mais. È un’idea vecchia, che tanti Paesi sudamericani – come la Colombia e il Perù – hanno inseguito senza successo: i contadini non accettano di abbandonare la coltivazione delle droghe perché le alternative legali non permettono gli stessi guadagni. In Messico però questo fattore è stato eliminato, dato che l’oppio ha smesso di essere economicamente appetibile. Sembrerebbe dunque esistere il presupposto per poter avviare con successo un programma di sostituzione. López Obrador ha promesso di distribuire gratuitamente fertilizzante ai piccoli contadini e di istituire dei prezzi minimi garantiti per il mais o i fagioli in modo da incentivarne la produzione, ma la transizione richiede tempo: i terreni vanno prima preparati alle nuove semine, specialmente dopo essere stati danneggiati o resi sterili dalle fumigazioni. “Il Messico ha bisogno di una strategia di sviluppo rurale a lungo termine, che sia solida e paziente”, secondo Felbab-Brown. “Non è un traguardo che l’amministrazione di López Obrador può raggiungere. Ma può dare il via al processo.”

Come dimostra l’esempio del Messico, l’epidemia degli oppioidi imperversa negli Stati Uniti ma è una crisi internazionale, nel senso che supera le frontiere americane e finisce per condizionare la vita e la politica anche nei Paesi vicini. È una crisi dai risvolti diplomatici, perché investe i rapporti tra Washington e Pechino e si intreccia ai negoziati per risolvere la guerra commerciale. È insomma una crisi dalle tante implicazioni, e potrebbe anche modificare l’agenda degli Stati Uniti per l’America Latina, nella quale il contrasto alla produzione e al contrabbando di droghe – specialmente di cocaina ed eroina – occupa un posto cruciale. L’approccio imposto dagli Stati Uniti a partire dagli anni Settanta, con Richard Nixon alla presidenza, si fonda sulla repressione militare: sulla distruzione, ad esempio, delle piantagioni di coca (nelle Ande) o di papavero (in Messico). “Se la maggioranza dei consumatori americani dovesse abbandonare l’eroina e la cocaina, e se gli oppioidi sintetici dovessero diventare le droghe di gran lunga preferite, allora il Governo degli Stati Uniti perderà interesse nello sradicamento delle piantagioni e smetterà di destinarvi risorse”, dice Felbab-Brown. “Ma la vera questione è capire se e in che tempi i tradizionali fornitori di droghe latinoamericani si adatteranno al nuovo mercato e inizieranno a produrre da sé gli oppioidi.”

@marcodellaguzzo

Questo articolo è pubblicato anche sul numero di novembre/dicembre di eastwest.

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