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La nuova etica delle armi

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Eccezionali armi innovative, come i missili ipersonici, fanno esplodere le equazioni della deterrenza e dell'etica condivisa: una guerra poco fredda

Un soldato presso la base aerea americana di Guam. Sullo sfondo il sistema d’intercettazione THAAD. U.S. Army/Capt. Adan Cazarez/Handout via REUTERS
Un soldato presso la base aerea americana di Guam. Sullo sfondo il sistema d’intercettazione THAAD. U.S. Army/Capt. Adan Cazarez/Handout via REUTERS

È la sempiterna lotta tra il proiettile e la corazza: da quando, prima della storia, i nostri progenitori scoprirono che era possibile offendere i propri simili, riducendo i rischi per se stessi, lanciando una pietra, è cominciata una sorta di gara per dotarsi di uno schermo di protezione che immancabilmente un proiettile perfezionato rendeva comunque vulnerabile, innescando lo sviluppo di un nuovo sistema difensivo, in una rincorsa senza fine, con vicende a volte curiose, come l’invenzione della balestra, che nessuna corazza dell’epoca poteva fermare e che, vista la portata dell’arma, metteva il tiratore al sicuro da qualsiasi reazione; si pose dunque il problema se la nuova arma fosse compatibile con l’etica condivisa. La risposta del Concilio Lateranense II fu che era immorale, e quindi vietato, utilizzare questo tipo di armi, che non esponevano il tiratore al rischio di essere colpito e contro le quali non c’era corazza dei tempi che tenesse, ma ciò solo nelle guerre tra popoli cristiani (!), mentre contro gli infedeli non c’erano problemi.

In attesa che il problema etico venga nuovamente affrontato e risolto una volta per tutte, cerchiamo di capire che cosa sono i missili ipersonici di cui si parla e perché possono costituire un vero game changer nel confronto strategico di questo scorcio di secolo.

La convivenza fra i due blocchi, quello sovietico e quello occidentale durante la Guerra Fredda era basata sulla reciproca deterrenza, che trovò la sua massima teorizzazione nel concetto di MAD, Mutually Assured Distruction: entrambe le parti disponevano di sistemi che non era possibile intercettare e neutralizzare e il cui impiego avrebbe comportato l’Armageddon, la fine del mondo civile e probabilmente dell’intera umanità. I vettori da impiegare erano di varia natura, ma quelli determinanti erano i missili balistici, sia quelli intercontinentali, basati nei rispettivi territori, sia quelli lanciati da sottomarini nucleari: erano sistemi che una volta lanciati non potevano essere richiamati e contro i quali era impossibile difendersi, con una velocità al rientro nell’atmosfera di oltre 25.000 km/h, sarebbero giunti inesorabilmente sui loro bersagli, con testate nucleari che avrebbero cancellato ogni traccia di vita nel raggio di decine di km.

Ma la tecnologia non conosce limiti, a volte con risultati millantati, a volte con capacità reali: Reagan lanciò l’iniziativa che fu pittorescamente chiamata Star Wars, ma la cui denominazione ufficiale fu Strategic Defense Initiative e che mirava a creare sistemi in grado di distruggere i missili avversari vuoi nella fase di lancio in cui sono lenti e potenzialmente vulnerabili, vuoi durante la traiettoria esoatmosferica, vuoi durante la fase di rientro. L’iniziativa dal punto di vista tecnico portò solo alla definizione di alcuni concetti operativi, alla elaborazione di architetture di sistema e alla realizzazione di alcuni componenti prototipici ma, nonostante la sua effettiva mancata realizzazione, fu determinante per il tracollo dell’impero sovietico, che non era neanche lontanamente in grado di affrontare lo sforzo economico per pareggiare l’iniziativa americana.

Il problema tecnico era difficile, ma non impossibile: una volta lanciato, il missile seguiva una traiettoria balistica, facilmente prevedibile: con sistemi di sorveglianza satellitari se ne poteva individuare il lancio e seguirlo nel suo volo; quello che mancava era un sistema di intercettazione in grado di colpire e distruggere una testata lunga circa un metro che viaggiava alle velocità di cui si è detto. Oggi questi intercettori ci sono, come il sistema THAAD, capace di colpire direttamente la testata in arrivo e di vaporizzarla con l’energia dell’impatto. Con ciò l’equazione della deterrenza viene meno e la Russia si sente direttamente minacciata, senza avere la certezza di una risposta che possa dissuadere l’avversario.

Per penetrare le difese americane serve allora qualcosa di diverso, meno veloce (anche se veloce deve essere), ma con traiettorie che non siano prevedibili e dotato di agilità di manovra tale da rendere il compito dell’intercettore pressoché impossibile: nasce quindi il concetto di missile ipersonico.

Si tratta di un oggetto a metà strada tra un missile e un velivolo senza pilota, in grado di volare nella fascia alta della stratosfera e nella mesosfera, indicativamente fino a 80/100 km di quota, sfruttando i principi dell’aerodinamica delle altissime quote e propulso da motori di tipo scramjet, evoluzione dello statoreattore, in cui la compressione dell’aria viene ottenuta semplicemente grazie all’energia cinetica dovuta all’elevatissima velocità, con un flusso che rimane costantemente in regime supersonico: un motore meccanicamente semplicissimo, senza compressore e turbina, costituito da una presa d’aria, in cui per effetto della velocità avviene la compressione, la camera di combustione e l’ugello di scarico; il principio è elementare, ma il problema è quello di portare il motore alla velocità in cui il principio può essere attivato, problema che si può risolvere lanciando il veicolo ipersonico con un missile booster che lo porti a una velocità di almeno 4,5 Mach (quattro volte e mezzo la velocità del suono). Ma le difficoltà tecnologiche non si esauriscono con il sistema di propulsione: per certi versi ancora più complesso è il problema dei materiali. Alle velocità e alle quote di cui si sta parlando, l’attrito con l’aria, per quanto rarefatta, genera temperature elevatissime e materiali che siano in grado di resistere a tali temperature, mantenendo un’adeguata resistenza strutturale, sono tuttora allo studio e in sperimentazione e non si tratta solo di resistenza fisica, ma anche di capacità di isolamento termico, in modo da proteggere adeguatamente sia la testata esplosiva, sia tutta la complessa avionica di bordo, in particolare il sistema di guida, con le superfici e i mezzi di controllo che assicurano la grande manovrabilità del mezzo. Sono difficoltà che la tecnologia certamente supererà o sta già superando, ma che spiegano come mai di questi mezzi si parli solo per Cina, Russia e Stati Uniti.

Putin ha ripetutamente dichiarato che il nuovo sistema può già considerarsi operativo e per gli Usa, oltre alle sperimentazioni rese pubbliche, si moltiplicano segnalazioni di avvistamenti che fanno pensare quanto meno a uno stadio assai avanzato di sviluppo. È dunque solo questione di tempo e a breve le equazioni di potenza comprenderanno anche questo nuovo fattore, che in un certo senso ripristinerà la situazione di equilibrio della Guerra Fredda. L’illusione di impunità che i progressi nello schieramento di mezzi difensivi aveva potuto creare e che aveva consentito, unitamente a una miriade di altri fattori, l’ipotesi di un nuovo ordine mondiale basato sull’unipolarismo, anche ammesso che qualcuno l’avesse considerata come acquisita, è definitivamente tramontata; ciò grazie all’emergere di nuove potenze regionali e allo sviluppo di sistemi d’arma totalmente innovativi, come quelli di cui stiamo parlando e con l’avvento dell’intelligenza artificiale e la messa in opera di sistemi da combattimento con un grado sempre crescente di autonomia; ma al suo posto non è stato ripristinato il concetto classico di deterrenza, anche per l’irrompere sulla scena internazionale di un numero considerevole di attori non statuali che, grazie alle tecnologie ampiamente disponibili anche in ambito civile, possono costituire una seria minaccia anche dal punto di vista militare.

Ma un altro concetto su cui non si deve abbassare la guardia è quello della scala della deterrenza, che ha funzionato per oltre quarant’anni, donando a noi europei il più lungo periodo di pace della storia. Il meccanismo è semplice: la potenza delle armi disponibili fa sì che a ogni innalzamento della tensione ci si trovi di fronte a un gradino e quindi alla decisione se sia il caso di salire quel gradino o fermarsi; questa pausa di riflessione ha consentito di superare i momenti più critici, come quello della crisi di Cuba. Ciò accadeva perché esisteva un enorme salto di potenza tra i diversi sistemi d’arma. Ma oggi l’accresciuta disponibilità di armamenti di diverso tipo e di efficacia graduabile, tra cui i missili ipersonici, fa sì che la scala della deterrenza si possa trasformare in una rampa e che quindi in una situazione conflittuale si possa transitare da uno stadio a quello successivo senza percepire che ci si sta muovendo verso livelli di ostilità sempre meno controllabili. È un rischio che l’umanità non si può permettere, per scongiurare il quale non si devono lesinare sforzi, a tutti i livelli, e sul quale bisogna accrescere significativamente il livello di consapevolezza dell’opinione pubblica.

@camporin1

Questo articolo è pubblicato anche sul numero di gennaio/febbraio di eastwest.

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