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Pericolo Salafiti

È ora che Islamabad intraprenda azioni chiarificatrici con i Talebani afgani e con i separatisti del Kashmir, con i quali da anni intrattiene rapporti poco chiari

Nel 2012 il giornalista pachistano Ahmed Rashid manda alle stampe Pakistan on the Brink, tradotto in italiano come Pericolo Pakistan. La diagnosi è netta. Il Paese rischia di deflagrare sotto il peso delle sue stesse spinte centrifughe: “instabile, esposto alla violenza terroristica, al cambiamento politico e al collasso economico”, ha una leadership militare e civile incapace, un esercito potente che detta la politica estera, assorbe un terzo del bilancio statale, gestisce i servizi segreti e che “ha governato il Pakistan per trentatré dei suoi sessantaquattro anni di vita” (il libro è stato scritto alla fine del 2011), sciogliendo più volte i governi regolarmente eletti. Un Paese a rischio di “isolamento internazionale, anarchia, guerra civile, colpo di Stato da parte di militanti islamici”.

A distanza di 7 anni, la diagnosi va confermata. Il Pakistan rimane instabile (spinte secessioniste e identitarie in molte aree), esposto alla violenza terroristica (una delle maggiori concentrazioni al mondo di jihadisti), al cambiamento politico (un Governo civile a sovranità limitata) e al collasso economico (207 milioni di persone, un quarto sotto la soglia di povertà, prestiti con Cina, Arabia Saudita ed Emirati Arabi e un programma di salvataggio negoziato con il Fondo monetario internazionale). Eppure c’è una novità. Al posto del rischio di isolamento internazionale c’è un consolidamento sul fronte diplomatico, per quanto precario. Come vedremo, dipende dai rapporti con la Cina e dal ruolo del Pakistan nella complicata partita in Afghanistan, dove finalmente si parla non soltanto di guerra, ma di un processo di pace. Impossibile senza il via libera di Islamabad.

Per capire le “novità”, il rafforzamento diplomatico, bisogna partire dalle costanti. Riconducibili alla tendenza a definire l’identità nazionale “in termini difensivi, come uno stato di sicurezza nazionale”, secondo l’analisi di Rashid. Da qui, dall’ossessione di un eventuale accerchiamento da parte dell’India – lo storico nemico con cui rimane aperto il contenzioso sul Kashmir, riemerso in tutta la sua pericolosità nel febbraio 2019 – deriva l’egemonia dei militari nella vita politica del Paese. Il sequestro dello Stato da parte dei militari ha ridotto gli spazi di agibilità democratica, trattenuto le spinte riformatrici e demografiche di una società giovane e con livelli di istruzione crescenti. Politica estera e politica della difesa sono finite per coincidere, strette intorno a una strategia centrale e controproducente: il sostegno ai gruppi radicali armati, jihadisti.

Il ricorso alle forze irregolari, ricorda Rashid, avviene per la prima volta subito dopo l’indipendenza, nel 1947, “allorché il Pakistan invia migliaia di uomini armati delle tribù Pashtun a combattere le forze indiane nel Kashmir, innescando il primo conflitto indo-pachistano”. La storia si ripete da allora, con il sostegno a movimenti armati in funzione anti-indiana come Lashkar-e-Taiba, nato nel 1982, o come Jaish-e-Mohammed, responsabile dell’attacco terroristico del 14 febbraio 2019 contro le forze paramilitari di Pulwama, nel Kashmir indiano, che ha riacceso il confronto militare tra Pakistan e India. Alla fine degli anni Novanta le autorità cominciano a perdere il controllo dei gruppi islamisti, alcuni dei quali guardano alle istituzioni di Islamabad non più come protettrici, ma come obiettivi legittimi. Dieci anni dopo, a fine 2007, nel Waziristan del nord viene formato il Tehrik-e-Taliban Pakistan, il movimento dei Talebani pachistani. Ambiscono a un governo islamico, alla sconfitta dei militari, al rovesciamento delle istituzioni. È un segno inequivocabile: il sostegno ai gruppi radicali è diventato controproducente, pericoloso per la stabilità interna. Ma a parte qualche correzione di rotta, la strategia continua ancora oggi.

Gli esiti sono catastrofici. Secondo il rapporto del novembre 2018 The Evolution of the Salafi-Jihadist Threat, del Center for Strategic and International Studies, il Pakistan è il terzo Paese al mondo per numero di militanti islamisti, dopo la Siria e l’Afghanistan: tra i 20 e i 40.000. Il “Paese dei puri” ospita le principali cupole (shure) dei Talebani afghani, l’ex Emirato islamico d’Afghanistan rimosso nel 2001 dall’intervento militare degli Stati Uniti. Godono del sostegno dell’establishment militare, anche se il rapporto è problematico, a volte conflittuale. A Miran Shah, capoluogo del Nord Waziristan, una delle sette Aree tribali (Federally Administered Tribal Areas, Fata) da poco assorbite nella provincia del Khyber Pakhtunkhwa, ha avuto sede per molti anni il quartier generale di una rete Haqqani, che fa parte dei Talebani ma fornisce un hub strategico per i jihadisti dell’Asia centrale e del sud-est asiatico. Ambizioni regionali ha anche l’ultima creatura del numero uno di al-Qaeda, l’egiziano Ayman al-Zawahiri, che nel settembre 2014 ha annunciato la creazione di al-Qaeda nel sub-continente indiano, con cui intende “issare la bandiera del jihad” su un’area che dall’Afghanistan passa per il Pakistan, l’India, il Bangladesh e arriva fino in Myanmar. Un’area contesa dalla “Provincia del Khorasan”, la branca locale dello Stato islamico di Abu Bakr al-Baghdadi, con aderenti anche in Pakistan.

Tra i gruppi considerati più vicini ai circoli militari di Islamabad c’è Lashkar-e-Taiba, fondato alla fine della guerra antisovietica in Afghanistan. Sulla lista nera degli Stati Uniti e dell’Onu, lotta per la “liberazione” del Kashmir indiano. L’emiro, il famigerato Hafiz Saeed, ha sulla testa una taglia di 10 milioni di dollari, ma in Pakistan è il volto più noto del partito Milli Muslim League, lanciato nell’agosto del 2017 come branca politica del Lashkar-e-Taiba per partecipare alle elezioni del 2018, vinte tra molte contestazioni dal Tehreek-e-Insaf, il partito dell’ex stella del cricket Imran Khan, sostenuto dai militari.

Una delle novità rispetto al quadro descritto nel 2012 da Rashid è proprio l’ingresso dei gruppi islamisti radicali, con nomi diversi, nell’agone politico. Ritenuto responsabile degli attacchi terroristici a Mumbai del 2008, ribattezzato Jamaat-ud-Dawa, il Laskhar-e-Taiba è nella lista 1267 del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, ma in Pakistan può raccogliere fondi attraverso un ente caritatevole, la Fondazione Falah-e-Insaniyat. Bandito con un decreto presidenziale nel febbraio 2018, è riuscito a presentarsi alle elezioni con un’altra lista. Nel gennaio scorso l’International Crisis Group sottolineava un elemento importante: l’ingresso in politica dei gruppi radicali non è un mezzo per condurli alla moderazione, ma una tattica deliberata “per mantenere in vita, di fronte alla pressione internazionale”, gruppi che vengono usati come asset strategici, sia in politica estera che in casa, dove gli islamisti servono a contenere i partiti che sfidano l’egemonia politica dei militari. Una vecchia tattica, che indebolisce il Governo civile.

Un esempio. Il 30 ottobre 2018 la Corte Suprema annulla la sentenza nei confronti di Aasia Masih, conosciuta come Aasia Bibi, accusata di blasfemia e condannata alla pena capitale nel novembre 2010. In molte città del Paese si registrano manifestazioni violente. A guidarle sono i membri del partito radicale sunnita Tehreek-i-Labaik Ya Rasool Allah. I dimostranti chiedono l’annullamento del verdetto, invocano la pena di morte per Aasia Bibi e per i giudici della Corte Suprema. Il 2 novembre Imran Khan annuncia un accordo: niente più manifestazioni in cambio dell’immunità per i leader del partito Labaik, del rilascio dei manifestanti finiti in prigione, del via libera a una petizione per la revisione del verdetto. Aasia Bibi non può lasciare il Paese. È ostaggio dei radicali, come il governo di Imran Khan. Il compromesso è una vittoria provvisoria, segno di debolezza, più che di forza. Per l’International Crisis Group si tratta di “un cedimento nei riguardi di un gruppo che diffonde l’odio settario e minaccia la vita delle minoranze religiose e non solo...”, una capitolazione che rafforza gli islamisti violenti e indebolisce il governo. Eppure, il Primo Ministro Imran Khan assicura di voler voltare pagina.

All’inizio di marzo 2019, le autorità hanno attuato un giro di vite arrestando – “in custodia cautelare” - una quarantina di esponenti di gruppi radicali, tra cui alcuni membri di Jaish-e-Mohammed, il gruppo responsabile dell’attentato del 14 febbraio nel Kashmir indiano. Tra questi, il mufti Abdul Raoof e Hamad Azhar, fratello e figlio di Masood Azhar, il leader del gruppo. Nel 2014, dopo l’attacco terroristico a una scuola di Peshawar che ha provocato più di 150 morti, perlopiù bambini, il Governo ha formulato un National Action Plan sul contro-terrorismo. Adottato a intermittenza, il piano è viziato da un elemento: la distinzione tra jihadisti buoni e cattivi, tra quelli che perseguono obiettivi anti-indiani, come il Jaish-e-Mohammed e il Laskhar-e-Taiba, e quelli che, come i Talebani pachistani, colpiscono le istituzioni domestiche. I primi subiscono una repressione giudiziaria di facciata. I secondi sono combattuti, anche con le armi.

La distinzione sembra aver convinto anche Pechino. Il 13 marzo la Cina ha impedito – per la quarta volta – che Masood Azhar, storico militante radicale pachistano, predicatore e leader di Jaish-e-Mohammad, finisse nella lista nera delle Nazioni Unite. Lo stesso aveva fatto nel 2018. Per capire il perché occorre guardare al China-Pakistan Economic Corridor (Cpec), il corridoio energetico e commerciale che lega la provincia occidentale cinese dello Xinjang al Beluchistan pachistano. Un affare da almeno 50 miliardi di dollari − parte della più ampia strategia geopolitica cinese della Belt and Road Initiative − che permette a Pechino di affacciarsi, tramite il porto pachistano di Gwadar, sull’Oceano indiano e su nuove rotte commerciali marittime, e che a Islamabad assicura i fondi economici di cui ha disperato bisogno. Per la Cina, l’asse strategico con il Pakistan serve a bilanciare l’avvicinamento tra l’altra grande potenza asiatica, l’India, e gli Stati Uniti.

Mentre per Islamabad corrisponde a un importante rafforzamento sul quadro diplomatico, che la rende meno dipendente da Washington, con cui i rapporti sono conflittuali. Nell’agosto 2017, presentando la nuova dottrina asiatica, il presidente Usa Donald Trump ha accusato il Pakistan di ricevere finanziamenti americani senza combattere il terrorismo, e ha aggiunto di volere un ruolo più significativo dell’India in Afghanistan. A distanza di un anno e mezzo, la situazione è opposta: Islamabad è protagonista, seppur dietro le quinte, del negoziato di pace sull’Afghanistan, mentre New Delhi soffre un crescente isolamento. A metà marzo a Doha, in Qatar, si è concluso il quarto round di negoziati tra una delegazione di Talebani afgani e l’inviato degli Stati Uniti, Zalmay Khalilzad. A guidare la delegazione degli studenti coranici era mullah Abdul Ghani Baradar, tra i fondatori del gruppo. Arrestato nel febbraio 2010 a Karachi con un’operazione congiunta della Cia e dell’intelligence pachistana, è stato rilasciato nell’ottobre 2018 dopo 8 anni di carcere. La sua presenza a Doha significa una cosa: senza il via libera del Pakistan, la pace in Afghanistan non si può raggiungere.

Nei prossimi mesi si capiranno meglio le conseguenze del rafforzamento diplomatico del Pakistan, ottenuto grazie all’asse strategico con la Cina e al ruolo nel processo di pace afghano.  Islamabad potrebbe smarcarsi progressivamente dal legame con i gruppi radicali e jihadisti, guadagnando ulteriore credibilità nello scacchiere internazionale. O, più probabilmente, potrebbe dirottare energie e risorse dal quadrante afghano verso quello del Kashmir. In quest’ultimo caso, si tratterebbe di una mossa forse conveniente sul breve periodo, ma catastrofica sul lungo termine. Perché si fonda su un paradosso: l’establishment militare è convinto di aver bisogno dei jihadisti, ma quanto più vi fa affidamento, tanto meno riesce a controllarli. Con il rischio che siano i barbuti, prima o poi, a prendere il potere.

@battiston_g

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