eastwest challenge banner leaderboard

I Turchi cinesi

Pur battendosi da sempre in difesa dei diritti degli uiguri, oggi Ankara fa molta attenzione a non compromettere le relazioni commerciali con la Cina

Donne rifugiate uigure in un complesso recintato nella città di Kayseri, Turchia, 11 febbraio 2015. Migliaia di membri della minoranza etnica musulmana di lingua turca in Cina hanno raggiunto la Turchia, soprattutto dallo scorso anno, facendo infuriare Pechino, che accusa Ankara di aiutare i suoi cittadini a fuggire illegalmente. I funzionari turchi negano di svolgere qualsiasi ruolo diretto nell'assistenza al volo. REUTERS/Umit Bektas
Donne rifugiate uigure in un complesso recintato nella città di Kayseri, Turchia, 11 febbraio 2015. Migliaia di membri della minoranza etnica musulmana di lingua turca in Cina hanno raggiunto la Turchia, soprattutto dallo scorso anno, facendo infuriare Pechino, che accusa Ankara di aiutare i suoi cittadini a fuggire illegalmente. I funzionari turchi negano di svolgere qualsiasi ruolo diretto nell'assistenza al volo. REUTERS/Umit Bektas

A uno sguardo esterno le relazioni turco-cinesi sembrano seguire un andamento interessante e piuttosto bizzarro rispetto alla questione uigura. Ogni volta che la Turchia critica il modo in cui la Cina tratta gli uiguri si ha una controreazione immediata dei cinesi, seguita da un rapido disgelo in cui le relazioni tra i due Paesi, oltre a scampare la crisi, ricevono un’ulteriore spinta propulsiva, per lo più sotto forma di legami economici.

Fu così nel 2009, quando, all’indomani degli scontri di Urumqi, dove più di duecento persone persero la vita, l'allora Primo Ministro turco Recep Tayyip Erdogan paragonò quanto stava accadendo nella regione a un genocidio. Eppure, poco dopo questo episodio, la Turchia e la Cina elevarono il loro rapporto a partenariato strategico. Allo stesso modo, nel 2015, le notizie diffuse dai media turchi sul presunto divieto di digiuno durante il Ramadan nella regione dello Xinjiang portarono non solo a proteste da parte del Ministero degli Affari Esteri turco, ma anche a manifestazioni anticinesi nelle principali città turche. Eppure, solo poche settimane dopo, il presidente Erdogan era a Pechino per discutere il possibile ruolo della Turchia nella nuova Via della seta (Belt and Road Initiative, BRI). Il Presidente cinese Xi Jinping non tardò a ricambiare la visita e le due parti firmarono una serie di accordi bilaterali, tra cui un accordo per armonizzare i progetti di connettività regionale della Turchia con la BRI.

Lo stesso schema si ripete oggi. Nel febbraio di quest'anno il portavoce del Ministero degli Affari Esteri turco ha dichiarato in una conferenza stampa che “la politica di sistematica assimilazione dei turchi uiguri attuata dalle autorità cinesi è una grande vergogna per l'umanità”, invitando le autorità cinesi a “rispettare i diritti umani fondamentali dei turchi uiguri e chiudere i campi per l’internamento.” I rapporti tra Ankara e Pechino si sono immediatamente inaspriti. “Criticare pubblicamente il tuo amico ovunque tu vada non è un approccio costruttivo”, ha commentato l'ambasciatore cinese ad Ankara, “se si sceglie un percorso non costruttivo, la fiducia e la comprensione reciproca ne risentiranno, con ripercussioni sulle relazioni commerciali ed economiche.”

Tuttavia, nel giro di poco tempo, le cose hanno preso una piega ben diversa. Solo pochi giorni dopo queste dichiarazioni lo stesso ambasciatore cinese ha annunciato in un incontro con dei dirigenti aziendali che la Cina sarebbe intenzionata a rafforzare ulteriormente i propri legami economici con la Turchia, raddoppiando “la quantità delle importazioni dalla Turchia, la portata dei suoi investimenti diretti nel Paese e il numero di turisti cinesi in visita in Turchia entro l'anno 2021.” Un paio di mesi dopo, da Pechino, Erdogan criticava “coloro che sfruttano la questione (uigura), coloro che cercano di strumentalizzarla, agendo impulsivamente e senza pensare al rapporto che la Turchia ha con un altro Paese.” Inoltre la Turchia si è astenuta dal firmare la lettera con cui 18 Paesi europei insieme a Giappone, Australia, Canada e Nuova Zelanda hanno esortato Pechino a fermare la detenzione di massa degli uiguri nello Xinjiang.

Ankara si trova in difficoltà su tre fronti rispetto alla questione uigura. Innanzitutto il Governo turco sente di dover condannare la situazione degli uiguri. Il popolo turco, a prescindere dalle convinzioni politiche o ideologiche, prova grande simpatia per questo gruppo etnico turcofono a maggioranza musulmana che il Ministero degli Esteri, nella suddetta dichiarazione ufficiale, ha definito “i nostri fratelli”. Qualsiasi sviluppo negativo che li riguardi è quindi passibile di suscitare grande scalpore in Turchia, come è avvenuto di recente a Kayseri, città dell'Anatolia centrale, dove si è sparsa la voce di sfratti ai danni degli uiguri. Di fronte all'intensificarsi delle proteste sollevate dalla popolazione locale è dovuto intervenire il Governo provinciale, assicurando alla popolazione che il trasferimento degli uiguri si era reso necessario perché le loro abitazioni erano a rischio terremoto, e che gli sfollati avevano ricevuto alloggi temporanei con affitti pagati dal Governo. Del resto Ankara non può permettersi di chiudere un occhio sulla questione degli uiguri, non solo perché i turchi sono sensibili al tema (che pertanto assume rilevanza anche sul piano della politica interna), ma anche perché il Governo turco e soprattutto il Presidente Erdogan si pongono come protettori dei musulmani oppressi nel mondo.

Questa, tuttavia, è solo una parte della storia: ce ne sono altre due. Tanto per cominciare, sin dagli anni Novanta, la Turchia sa di non poter ottenere alcun vantaggio, né per sé né per gli uiguri, accusando la Cina e contrastando gli interessi di Pechino. Deve sussistere una qualche forma di intesa tra Ankara e Pechino sulla questione. Ѐ per questo che il Governo turco insiste spesso sul proprio sostegno alla Cina nella lotta al terrorismo e al separatismo, e il proprio rispetto per la santità dell’integrità territoriale cinese.

Il terzo aspetto è quello economico. Se da un lato i turchi sentono di dover criticare la gestione cinese dei loro “fratelli”, ci sono anche vantaggi economici che non possono essere messi a repentaglio. Al momento la Turchia ha un ampio deficit commerciale con la Cina: per ogni dollaro di merci turche esportate in Cina, tra i 7 e gli 8 dollari di prodotti cinesi vengono importati in Turchia. Inoltre, ricevere più investimenti diretti esteri è fondamentale per l'economia turca in difficoltà, ma l’attuale quota cinese sullo stock degli investimenti esteri in Turchia si aggira intorno a un mero 1%.

Ciononostante, la Turchia nutre grandi aspettative economiche nei confronti della Cina per due motivi: in primo luogo, la Turchia rimane economicamente ancorata all'Occidente e in particolare all'Europa, che riceve metà delle esportazioni turche ed è fonte di tre quarti degli investimenti esteri nel Paese; tuttavia, dati i suoi alti e bassi politici, Ankara vede un vantaggio nel diversificare i suoi partner commerciali ed evitare un'eccessiva dipendenza da un partner in particolare. Essendo un attore di primo piano nell'economia globale, la Cina è una scelta naturale per la Turchia. In secondo luogo, l'economia turca deve imboccare un percorso di sviluppo sostenibile e a tal fine necessita di un avanzamento strutturale. In questa ottica la Turchia deve aumentare la produttività potenziando le proprie capacità tecnologiche, migliorare le infrastrutture e ridurre la dipendenza dalle importazioni di energia. La Cina è vista dai turchi come un potenziale investitore in tutti questi settori, ed è per questo che negli ultimi anni i due governi hanno firmato una serie di accordi che riguardano, tra l'altro, progetti comuni per le infrastrutture di trasporto, la cooperazione nell'uso pacifico dell'energia nucleare e la ricerca congiunta nell’ambito delle tecnologie di telecomunicazione.

La BRI rappresenta dunque uno strumento utile ai fini dell'obiettivo turco di ricevere maggiori investimenti cinesi. Ma la funzione della BRI non si limita a questo: essa sta anche rendendo la Cina più dipendente dalla Turchia, che rappresenta la via di collegamento più fattibile tra Europa e Asia, nonché una porta d'accesso al Medio Oriente, la cui importanza è destinata ad aumentare ulteriormente con l’inizio della ricostruzione postbellica della vicina Siria.

La Turchia ha quindi tutto l’interesse a migliorare i propri rapporti con la Cina, soprattutto in campo economico, ma il problema della questione uigura è reale e serio. Ankara deve giostrarsi in un delicato equilibrio, difendendo i diritti degli uiguri e, allo stesso tempo, andando incontro agli interessi cinesi, o se non altro compiendo sforzi concreti in questo senso. Il fatto che la Cina dipenda sempre più dalla Turchia per il progresso della BRI può certamente contribuire a mantenere questo equilibrio ed evitare che la questione uigura si trasformi in una vera e propria crisi, cosa che non gioverebbe agli interessi di nessuno.

@AltayAtli

Questo articolo è pubblicato anche sul numero di settembre/ottobre di eastwest.

Puoi acquistare la rivista in edicola o abbonarti.

Scrivi il tuo commento
@

La voce
dei Lettori

Eastwest risponderà ogni settimana ai commenti sui social e alle domande inviate dai lettori. Potete far pervenire la vostra domanda usando il tasto qui sotto. Per essere pubblicati, i contributi devono essere firmati con nome, cognome e città. Invia la tua domanda a eastwest

GUALA