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Donald ci ripensa

Trump aveva annunciato il ritiro delle truppe americane dalla Siria. Poi ha fatto marcia indietro: dal Paese controlla Teheran, Mosca e Ankara

Il Presidente degli Stati Uniti Donald Trump mostra mappe della Siria e dell'Iraq che descrivono le dimensioni del califfato Isis. REUTERS/Carlos Barria
Il Presidente degli Stati Uniti Donald Trump mostra mappe della Siria e dell'Iraq che descrivono le dimensioni del califfato Isis. REUTERS/Carlos Barria

Donald Trump aveva annunciato, a dicembre 2018, il ritiro delle poche ma fondamentali truppe americane presenti in Siria. I circa duemila uomini si trovano in particolare nel nord-est controllato dalle Syrian Democratic Forces (Sdf), alleanza ribelle guidata dai curdi siriani dell’Ypg, e nel sud al valico di al Tanf. I mesi successivi all’annuncio hanno dimostrato che l’interesse strategico degli Usa di medio e lungo periodo in Medio Oriente sembra in grado di sopravvivere alla comunicazione, e ai desiderata, del Presidente in carica.

Jim Jeffrey, rappresentante speciale degli Usa per la Siria e inviato speciale della coalizione internazionale per sconfiggere l’Isis, in un’intervista alla stampa tedesca di inizio luglio ha infatti sostenuto che il ritiro “è stato annullato, nel senso che mentre il Presidente continua a procedere con il ritiro, il suo piano è di lasciare a tempo indeterminato una forza residuale nel nord-est”, magari chiedendo un maggior contributo agli alleati europei e arabi. Non solo. “Anche quando si parlava di ritiro” − prosegue Jeffrey – “era chiaro che non avremmo abbandonato tutte le città del sud. Ecco perché, quindi, non stiamo abbandonando del tutto la Siria.”

Insomma, al di là delle finezze linguistiche del diplomatico, è evidente che alla fine gli Stati Uniti non lasceranno le posizioni che hanno in Siria. Non se ne andranno dal nord-est del Paese, dove proteggono − paradossalmente soprattutto dalla Turchia, Paese alleato nella Nato − i curdi siriani, che sono stati alleati fondamentali nello sconfiggere lo Stato Islamico. E non se ne andranno dal sud, dove la piccola presenza americana nella base di al Tanf spezza la strada più diretta tra Baghdad e Damasco, consentendo agli Usa di avere un posto di osservazione (e non solo) privilegiato sul “corridoio sciita” che dall’Iran arriva al Libano.

Ma perché il ritiro annunciato con grande enfasi dal Presidente alla fine è stato annullato? I motivi, come sempre in questi casi, sono molteplici. Sicuramente non è vero, come aveva scritto Trump su Twitter dando notizia della smobilitazione dalla Siria, che “l’unica ragione per stare in Siria” durante la sua presidenza fosse sconfiggere l’Isis. Un risultato che oltretutto non è ancora stato consolidato, vista la presenza di cellule terroristiche che continuano a colpire nel Paese. Ma, al di là di questo, cerchiamo di capire quali siano le ragioni ulteriori che spingono gli Usa a voler tenere gli scarponi sul terreno in quell’area.

La prima, e più evidente, è la contrapposizione con l’Iran. Dopo la decisione di Trump di stracciare il nuclear deal, imporre nuove sanzioni su Teheran e − in generale − di schierare gli Usa su una tradizionale (ma mai così marcata) vicinanza alle istanze di Israele e Arabia Saudita, la tensione sta raggiungendo nuove vette. A giugno pare che il Presidente abbia deciso all’ultimo di non bombardare obiettivi iraniani, ma la notizia intanto è stata fatta trapelare e ha dato un chiaro segnale alla Repubblica islamica. Nonostante questo le settimane successive sono state caratterizzate da continue provocazioni, con droni abbattuti e petroliere bloccate (una iraniana a Gibilterra, da parte delle forze speciali inglesi, una britannica nello stretto di Hormuz, da parte delle forze speciali iraniane), e il rischio che un conflitto − magari su scala ridotta − possa esplodere da un momento all’altro è sempre presente. In questo scenario l’interesse a tenere delle truppe in Siria, dove è al potere il Governo filo-iraniano di Bashar al-Assad, dove operano milizie sciite legate all’Iran, l’Hezbollah libanese alleato di Teheran, nonché reparti delle forze speciali iraniane, sembra quasi scontato. La posizione è poi ottimale anche per dare un segnale anche ad altri attori regionali coinvolti nel confronto tra sunniti e sciiti − cioè tra Arabia Saudita e Iran, che sfruttano cinicamente la frattura religiosa per scopi geopolitici −, in particolare all’Iraq, che negli anni della guerra all’Isis è stato sempre più attratto nell’orbita di influenza iraniana.

Ma questa ragione non è l’unica e forse nemmeno la principale. L’Iran è infatti tenuto sotto pressione diplomatica e militare da parte di Israele e dell’Arabia Saudita − che ha di recente deciso di accogliere sul proprio territorio truppe Usa, cosa che non accadeva dal 2003 − in una misura tale per cui la presenza di poche migliaia di soldati americani nel nord della Siria non sembra determinante.

Una ragione forse più importante è il mantenere una presenza nella regione che è stata il trampolino per l’ascesa della Russia come superpotenza in Medio Oriente. Mosca, lo ricordiamo, prima della guerra in Siria non aveva storicamente una particolare proiezione della propria potenza strategica nell’area. Dai tempi della Guerra Fredda è alleata della Siria e negli ultimi decenni ha avuto un atteggiamento meno ostile di quello americano nei confronti dell’Iran, ma fino al 2015 in sostanza non si era andati oltre a questo. Dopo l’intervento in Siria invece la Russia è riuscita a fare sfoggio di una potenza militare − seppur ancora non paragonabile a quella statunitense − inaspettata, ha disseminato di basi militari e di sistemi d’arma avanzati il Paese, ha puntellato il proprio alleato siriano, ha allacciato un rapporto di collaborazione molto stretto con Israele, ha assunto in generale un ruolo talmente preminente nell’area da spingere il re saudita Salman a recarsi in visita al Cremlino (cosa mai successa dopo la fine della Guerra fredda) e più di qualsiasi altra cosa è riuscita a risucchiare nella propria orbita di influenza la Turchia, Paese membro della Nato.

Per Washington avere uomini e mezzi in Siria, che di questa improvvisa ascesa della Russia sullo scacchiere mediorientale è la chiave di volta, è utile sia per non lasciare totalmente campo libero a Mosca sia per dare un segnale ai propri alleati (Israele, Saud, Turchia) che hanno iniziato a dialogare con Putin come mai in precedenza.

Arriviamo così all’ultima, e forse principale, ragione per cui gli Usa vogliono restare in Siria: prevenire, e nel caso curare, lo scivolamento verso est di Ankara. L’allontanamento della Turchia dall’Occidente ha raggiunto dei livelli di guardia preoccupanti, da ultimo con l’acquisto da parte di Erdogan del sistema di contraerea russo S-400, uno schiaffo − e un motivo di allerta per l’intelligence − all’Alleanza Atlantica di cui Ankara fa parte.

La reazione degli Stati Uniti all’arrivo del sistema S-400 in Turchia è stata dura e immediata: Ankara è stata estromessa dal programma F-35 (caccia multiruolo di quinta generazione), con significative ricadute economiche e occupazionali, oltre che simboliche. A nulla sono valsi i buoni rapporti personali tra Trump ed Erdogan: la Turchia è stata punita, oltre che per le innegabili ragioni di sicurezza (secondo gli analisti il sistema S-400 potrebbe carpire segreti militari-industriali relativi al programma F-35 se i due coesistessero), anche per dare un segnale al Sultano.

Ecco allora che la presenza americana − affiancata da quella europea − a protezione delle milizie curde dell’Ypg (innegabilmente legate al Pkk curdo-turco, ritenuto da Ankara ma anche da Washington un’organizzazione terroristica) serve un duplice scopo. Da un lato dà agli Usa una fondamentale moneta di scambio, un’esca con cui cercare di riportare la Turchia dalla propria parte allontanandola da Mosca (che i “suoi” curdi siriani del cantone di Afrin li ha già sacrificati in nome di un accordo con Erdogan, per confinare quel che restava della ribellione siriana nella sola provincia di Idlib). Dall’altro ha una funzione deterrente nei confronti di ulteriori scarti da parte di Ankara: la soluzione alla questione curda ai confini meridionali della Turchia deve necessariamente passare per una mediazione con Washington. Non con Mosca. Qualsiasi eventuale azione di forza da parte turca metterebbe a repentaglio la vita di soldati americani. Se la cosa accadesse, le conseguenze per la Turchia da un punto di vista economico, diplomatico e militare sarebbero catastrofiche.

@TommasoCanetta

Questo articolo è pubblicato anche sul numero di settembre/ottobre di eastwest.

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