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Sri Lanka, la lacrima dell'India

Riesplodono le fratture tra buddisti e islamici: il processo di riconciliazione dell'attuale premier Sirisena rischia di svanire alle prossime elezioni

A Colombo, una donna piange durante la commemorazione per i 10 anni dalla fine della guerra civile. REUTERS/Dinuka Liyanawatte/Contrasto
A Colombo, una donna piange durante la commemorazione per i 10 anni dalla fine della guerra civile. REUTERS/Dinuka Liyanawatte/Contrasto

Il 21 aprile 2019, giorno di Pasqua, lo Sri Lanka è stato colpito da una serie di attentati contro chiese cristiane e luoghi turistici che hanno provocato la morte di almeno 300 persone e il ferimento di altre centinaia. Rivendicati dallo Stato Islamico di Abu Bakr al-Baghdadi, sono stati progettati e realizzati dai militanti del National Thawheed Jamaat (NTJ), un gruppo locale fino ad allora noto alle cronache soltanto per aver profanato alcune statue buddiste a Mawanella, una cittadina al centro dell’isola che i latini chiamavano Taprobane, i viaggiatori musulmani Serendib, i portoghesi Ceilão e che sarebbe diventata Ceylan per gli olandesi e Ceylon per i britannici.

Quegli attentati hanno compromesso l’immagine pluralista di un Paese geograficamente circoscritto ma culturalmente composito, il cui equilibrio sociale appare oggi meno solido di quanto lasciassero intendere gli opuscoli patinati per turisti europei e nordamericani attratti dalle bellezze paesaggistiche di quest’isola chiamata, per via della morfologia, la “lacrima dell’India”. Un equilibrio conquistato a fatica, dopo una sanguinosa guerra civile.  

Gli attentati di Pasqua possono essere letti dentro cornici diverse. La prima rimanda al retaggio di violenza politica del conflitto che tra il 1983 e il 2009 ha visto combattere il Governo dello Sri Lanka (a maggioranza singalese e buddista) contro le organizzazioni separatiste della minoranza tamil (hindu e in parte cristiani), in particolare contro la guerriglia delle Tigri di liberazione del Tamil Eelam. Attentati suicidi, scontri brutali, repressione, sangue, civili trucidati, omicidi extragiudiziali, sparizioni, torture: anni terribili, raccontati magistralmente dallo scrittore Tamil Anuk Arudpragasam in The Story of a Brief Marriage (Granta 2016). E da cui il Paese fatica ancora a risollevarsi. Pesano i sospetti reciproci, le richieste di giustizia inevase, la riluttanza dei Governi che si sono succeduti a riconoscere la necessità di una narrazione condivisa su ciò che è accaduto e sui motivi che hanno provocato la morte di almeno 100.000 persone.

In chiave storica, una delle matrici del conflitto è stata l’egemonia esercitata dai singalesi buddisti. Costituiscono il 70% circa dei 23 milioni di abitanti dello Sri Lanka ma, sin dall’indipendenza dai britannici nel 1948, hanno spesso confuso la rivendicazione di una peculiare identità culturale, religiosa, linguistica e poi statuale con una forma di “etnocrazia”. Una forma di esclusivismo che ha alimentato la spinta separatista dei Tamil (circa il 12% della popolazione) e più in generale la frustrazione e il risentimento della minoranza musulmana (meno del 10% e la più stigmatizzata) e cristiana (perlopiù cattolica, circa il 7%). Frustrazione aggravata dalle aggressioni subite dai cristiani – che per i gruppi identitari buddisti come il Bodu Bala Sena devono scontare le colpe dei colonialisti portoghesi, i primi a introdurre il cristianesimo sull’isola nel 1500 – e in particolare dai musulmani.

Gli attentati di Pasqua sono stati preceduti da episodi di violenza religiosa. Di entità minore ma comunque allarmanti, perché sintomi di un malessere sociale e di una crescente ostilità dei singalesi buddisti verso le minoranze. È una storia che − ha ricapitolato Amarnath Amarasingam, ricercatore dell’Institute for Strategic Dialogue e autore di Sri Lanka: The Struggle for Peace in the Aftermath of Warcomincia almeno negli anni Novanta. Quando cominciano a circolare voci sulla radicalizzazione dei membri della comunità islamica, oltre che su presunti finanziamenti ai clerici locali da parte dell’Arabia Saudita. A ciò si affianca la diffusione di pratiche e interpretazioni dell’Islam più conservatrici, anche se non necessariamente radicali. Pur prive di conferme ufficiali, quelle voci alimentano il clima di sospetto dei Tamil e dei singalesi: i musulmani sono pronti alla rivolta contro lo Stato, pronti a imporre la Sharia. Vanno fermati. La guerra civile, facendo scontrare Tamil e singalesi, impedisce che quei sospetti assumano forme violente. Ma con la fine della guerra civile nel 2009 le spinte anti-musulmane diventano intimidazioni, aggressioni, negozi bruciati. Omicidi settari.

Tra il 2012 e il 2014, quando al Governo c’è la “famiglia Rajapaksa” – Mahinda come Presidente, suo fratello Gotabaya come Ministro della Difesa, altri familiari in posizioni chiave – ci sono attacchi e pogrom da parte di gruppi buddisti ultranazionalisti. Interrotti nei primi due anni del Governo presieduto da Maithripala Sirisena, l’uomo arrivato al potere nel 2015 promettendo giustizia e riconciliazione, riprendono nell’aprile 2017, poi ancora nel novembre 2017. Sirisena risponde a fatica, arranca, poi si arrende alla realpolitik, evitando di urtare la suscettibilità della maggioranza singalese, principale serbatoio di voti. Nel febbraio 2018 altri attacchi nelle cittadine di Kandy e Ampara. La calma torna dopo settimane. Sul terreno rimangono alcuni morti e lo stato di emergenza

Alla base degli attacchi c’è un fattore comune: la convinzione che l’identità culturale maggioritaria dello Sri Lanka sia a rischio, minacciata da un pericolo interno. La percezione del pericolo non è nuova per i singalesi – prima i colonialisti, poi i Tamil con la loro rivendicazione di indipendenza che alludeva alla dissoluzione dell’integrità territoriale dello Stato –, ma nuova è la fonte del pericolo: i musulmani. A trasformarli in una minaccia contribuiscono elementi diversi. La percezione che i musulmani siano più ricchi e più influenti di prima; che i loro legami di appartenenza allo Sri Lanka e alle sue istituzioni siano più deboli che in passato, compromessi dal crescente influsso finanziario e culturale di Paesi come Arabia Saudita e Pakistan. Soprattutto, l’idea di un inevitabile declino demografico dei buddisti e di una parallela, altrettanto inevitabile crescita demografica dei musulmani. Maggioritari sull’isola a forma di lacrima ma minoritari in un quadro regionale, i singalesi radicali sono convinti che il buddismo sia in pericolo tanto nello Sri Lanka quanto in Myanmar e Thailandia. Da qui, il diffondersi di voci prive di fondamento, amplificate dai social media e causa di aggressioni mortali. Come la notizia secondo cui nei negozi gestiti dai musulmani venissero venduti alle donne singalesi abiti o cibi con sostanze “segrete”, per renderle sterili. Il “jihad riproduttivo” dei musulmani minaccia la “sovranità demografica” buddista, pensano i monaci in abito arancione.

La comunità islamica ha resistito alla tentazione delle barricate e della vendetta e ha cercato per quanto possibile di arginare il radicamento del jihadismo salafita, quella branca minoritaria ma transnazionale di islamismo politico radicale che invoca il ricorso al jihad violento, ma gli attentati di Pasqua sono destinati a cambiare le cose perché, hanno notato Neil DeVotta e Sumit Ganguly su Foreign Affairs, “oscurano questi sforzi e alimentano l’agenda anti-musulmana dei nazionalisti buddisti”, passati dal paventare il pericolo del separatismo tamil a quello dell’estremismo islamico. Subito dopo gli attentati, alcuni leader buddisti – incluso Dilanthe Withanage, tra i rappresentanti più conosciuti di Bodu Bala Sena – usano parole durissime contro la comunità musulmana, giudicata colpevole in toto. C’è perfino chi accusa di complicità i funzionari governativi di religione islamica, inclusi alcuni Ministri. Si dimettono per essere riabilitati soltanto nel luglio 2019 quando, a mesi di distanza dagli attentati, la polizia esclude qualsiasi legame con gli attentatori. Ministri e funzionari tornano al loro incarico, all’interno di un Governo che, sostiene Human Rights Watch, usa le leggi d’emergenza e di anti-terrorismo per giustificare arresti arbitrari e violazioni dei diritti dei musulmani.  

Sospetti, violenze, accuse infondate, discriminazioni, stato di diritto piegato alla politica. E un Governo conflittuale, litigioso. L’antagonismo tra il Presidente Maithripala Sirisena e il Primo Ministro Ranil Wickremesinghe ha portato a scontri istituzionali durissimi, in particolare quando Sirisena, nell’ottobre 2018, ha silurato Wickremesinghe, cercando di sostituirlo con l’ex antagonista Rajapaksa e sciogliendo il Parlamento. Il 14 dicembre 2018 la Corte Suprema ha dichiarato illegale la decisione del Presidente, ma i contrasti politici sono ancora lì. L’avvicinarsi delle elezioni presidenziali da tenersi entro la fine del 2019 non annuncia nulla di buono. Tra i candidati favoriti c’è Gotabaya Rajapaksa. Fratello dell’ex Presidente Mahinda, già Ministro della Difesa, accusato di crimini di guerra per gli abusi sulla popolazione Tamil durante le ultime fasi della guerra civile, Gotabaya Rajapaksa ha annunciato l’intenzione di candidarsi subito dopo gli attentati di Pasqua. Non è un caso. Sa indossare con scioltezza le vesti dell’uomo forte tornato in campo per salvare il Paese dal pericolo del terrorismo. E sa di poter giocare una delle carte favorite della sua famiglia: il nazionalismo nutrito di islamofobia.

Il lungo mandato da Presidente (dal 2005 al 2015) di suo fratello Mahinda Rajapaksa, padre padrone del Paese, è stato contrassegnato dalla vittoria contro le Tigri Tamil, ma al prezzo di una brutalità eccessiva, della limitazione delle libertà, dell’abuso di potere. Rajapaksa è riuscito a ottenere l’immunità giuridica per sé, ha eliminato i limiti ai mandati presidenziali, ha sbattuto in carcere oppositori politici, attivisti e giornalisti, ha ostacolato il processo di riconciliazione nazionale, è stato accusato di corruzione e appropriazione indebita. Ma ha goduto a lungo del sostegno dei singalesi buddisti. Anche grazie alla disinvoltura con cui ha consentito – secondo qualcuno avallato e sostenuto – le violenze contro i musulmani. È stato proprio durante la sua presidenza che monaci buddisti radicali come Ampitiye Sumana e organizzazioni come Mahasohon Balakaya e Bodu Bala Sena, guidata dal celeberrimo Galagoda Aththe Gnanasara Thero, hanno alimentato l’ostilità verso i musulmani.

Se Gotabaya Rajapaksa dovesse essere eletto Presidente al posto di Sirisena, arrivato al potere grazie al voto congiunto e inedito di Tamil, musulmani e dei singalesi più liberali, quell’ostilità potrebbe tornare ad assumere forme violente e il processo di riconciliazione, timidamente promosso da Sirisena, verrebbe archiviato, ha notato Alan Keenan dell’International Crisis Group. “Siamo stati i guardiani del buddismo per 2.500 anni”, per evitare la fine di Afghanistan, Pakistan, Kashmir e Indonesia, antiche terre buddiste oggi a maggioranza musulmana, “il nostro dovere è combattere per proteggere la nostra pacifica isola dall’Islam”, ha sostenuto il monaco Aththe Gnanasara Thero. Già condannato a 6 anni di reclusione per oltraggio alla corte e incitamento alla violenza, è stato perdonato dal “liberale” Sirisena con un decreto presidenziale. Era il 23 maggio 2019, un mese dopo gli attentati di Pasqua.  

@battiston_g

Questo articolo è pubblicato anche sul numero di settembre/ottobre di eastwest.

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