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Tunisia: lo chiamano RoboCop

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Dalle famiglie dei foreign fighters intrappolate in Siria alla crisi economica. L'entusiasmo popolare per la vittoria del nuovo Presidente Kais Saied deve fare i conti con la realtà 

Il nuovo Presidente della Tunisia Kais Saied. REUTERS/Zoubeir Souissi
Il nuovo Presidente della Tunisia Kais Saied. REUTERS/Zoubeir Souissi

Kais Saied! Kais Saied! Sempre fedeli ai martiri della Rivoluzione!

A ogni sondaggio che aumentava la distanza tra i due candidati alla presidenza della Tunisia, Kais Saied e Nabil Karoui, l’Avenue Bourguiba esultava in una festa di cori. “Kais Saied sarà il nostro prossimo Presidente, Inshallah”, commentava tra la folla Mohamed, insegnante di Arabo, mentre aspettava i risultati definitivi insieme alla moglie e ai figli. “Se Kais Saied dovesse vincere, sarà una lezione per tutti i politici che hanno governato fino a oggi”, spiegava Fatma, una giovane manifestante. L’Avenue Bourguiba era tutta con lui, con Kais Saied, il Presidente perfetto, ma in realtà poco conosciuto dai suoi stessi sostenitori, che sembrano averlo votato più come simbolo antisistema, anticorruzione, indipendente dai partiti, che per i suoi programmi. “Non bastavano mica i pacchi di pasta per comprare il voto dei tunisini” ironizzavano alcuni manifestanti, alludendo alle generose offerte di pacchi alimentari con cui il milionario proprietario di Nessma tv, Nabil Karoui, ribattezzato per l’appunto “makarouna” (pasta, in arabo) dalla piazza, ha tentato di ingraziarsi le periferie.

Accusato di corruzione, Karoui, che alcuni commentatori politici locali hanno paragonato a Silvio Berlusconi, ha diretto la sua campagna elettorale dal carcere dove è stato detenuto fino a tre giorni prima del ballottaggio. “Kais Saied ha visitato i quartieri, ha parlato con la gente, ha ascoltato, ha stretto mani, non ha tenuto incontri ufficiali, così ha convinto molti a votarlo. Però non ha un programma politico, non si sa quali siano le sue idee sui temi economici per esempio” racconta Rafik, 50 anni, di Hammam Lif, la periferia povera di Tunisi, tra la montagna e il mare. Saied è stato il vero outsider di queste elezioni presidenziali, vissute dal Paese in un clima particolare a causa della morte improvvisa dell’ex Presidente Beji Caid Essebsi.

Conosciuto principalmente come personaggio televisivo per i suoi interventi in qualità di costituzionalista, Kais Saied dopo la rivoluzione del 2011 è stato regolarmente consultato dall’Assemblea Costituente ma ha sempre rifiutato di farvi parte ufficialmente. Così come ha rifiutato il Ministero della Giustizia che pure gli è stato offerto tre volte. Sessantuno anni, ex docente di Diritto Costituzionale, sobrio al punto che la stampa locale lo ha ribattezzato “RoboCop” per il suo eloquio rigido, in arabo coltoe la scarsa propensione a lasciarsi andare, Kais Saied non ha certamente idee rivoluzionarie o progressiste. Fautore di un conservatorismo socio-religioso che non ammette eccezioni neanche su temi importanti come la parità nei diritti ereditari tra uomo e donna, in più occasioni ha rivendicato con orgoglio il suo essere tunisino e musulmano, ma non islamista. E a chi in passato gli chiedeva se potesse essere un candidato di Ennahdha, Saied ha sempre escluso la possibilità di qualsiasi affiliazione a un partito specifico. La sua rivoluzione decentralizzata, in virtù della quale i processi decisionali devono essere delegati a dei consigli locali da istituire in ogni regione, ha particolarmente affascinato l’elettorato meno anziano. Così l’azione politica potrebbe diventare più concreta e più aderente ai bisogni della collettività. La sua campagna elettorale è stata poco ideologica, improntata all’individuazione dei problemi dei tunisini, per i quali però Saied non ha proposto soluzioni. Ed è questo l’aspetto che fa di lui un’incognita nel panorama politico attuale.

“Le persone lo hanno scelto soprattutto per i discorsi contro la corruzione e per la volontà di concretizzare gli slogan della rivoluzione del 2011, specialmente per quanto riguarda il lavoro e la libertà. Non si sono preoccupate di valutare idee e programmi”, commenta Alaya Allani, professore di Storia Contemporanea all’Università Manouba di Tunisi. Lo hanno votato soprattutto i giovani: un esercito di ragazzi e ragazze che hanno studiato, molti laureati, ma tutti disoccupati o impiegati nel settore nero. Quei giovani le cui condizioni esistenziali rappresentano un vulnus per la democrazia tunisina, alle prese con una transizione democratica che si innesta sui problemi della crisi economica globale. La sua è effettivamente una figura fuori dal sistema dei privilegi economici e sociali, commenta il sociologo Aziz Krichen, ma questo approccio svincolato da partiti e programmi potrebbe diventare anche il suo più grande limite, soprattutto se si considera che la Tunisia ha un sistema politico di tipo parlamentare. Senza una proposta concreta in tema di sanità, di giustizia, di istruzione, senza partiti politici alle spalle né gruppi parlamentari pronti a sostenerlo, supportato solo da una rete di giovani che lo ha anche concretamente aiutato in campagna elettorale, come farà Saied a realizzare le sue idee, a cambiare la Tunisia come ha più volte ripetuto?

La sensazione – sottolinea Krichen − è che i tunisini, abbattuti dalle difficoltà di questi ultimi anni, abbiano scelto una figura evanescente e dalle idee molto astratte e le abbiano attribuito le doti dell’uomo della provvidenza capace di traghettare il paese fuori dai problemi che lo affliggono. Che la Tunisia viva una frattura e una enorme crisi di rappresentanza lo dimostrano anche i risultati delle elezioni politiche che si sono tenute il 6 ottobre. Nessun partito ha ottenuto la maggioranza assoluta, Ennahdha ha perso quasi i due terzi dei voti rispetto alle elezioni precedenti mentre Nidaa Tounes vive al suo interno una crisi di leadership. Con il 41%, la vera grande vincitrice di queste elezioni è stata l’astensione, un dato particolarmente sconfortante se si pensa che Tunisi ha cacciato un dittatore solo otto anni fa. Non stupisce quindi se al ballottaggio delle presidenziali siano arrivati due candidati considerati entrambi come degli outsider della politica e alla fine abbia vinto il più austero dei due.

I partiti della sinistra non sono riusciti a portare a termine il progetto rivoluzionario nato nel gennaio 2011, ma la valutazione delle cause di questo fallimento è stata superficiale. La loro organizzazione verticale, gerarchica, è stata messa sul banco degli imputati perché considerata incapace di interpretare i bisogni della massa. Da ciò l’alternativa: creare nuove realtà secondo un modello orizzontale, il cui valore non è legato a programmi o obiettivi, ma alla semplice vicinanza ai bisogni degli elettori. Ma si tratta di un’analisi superficiale, scrive Krichen: non basta modificare la struttura organizzativa per svolgere un ruolo di guida nella competizione politica, servono ancora programmi e idee.  Kais Saied ha adottato lo stesso approccio: nessun manifesto politico, ma una seria decentralizzazione del potere che porti a uno Stato orizzontale. Che è come dire nessuno Stato, sottolinea il sociologo. Quando la sera del 13 ottobre però gli exit poll hanno segnato la distanza netta tra Kais Saied e Nabil Karoui, sgomberando il campo da qualsiasi dubbio sul prossimo inquilino del palazzo di Cartagine, l’Avenue Bourguiba è esplosa in una festa di colori, di bandiere rosse alzate verso il cielo, di speranze gridate a gran voce in modo che prendessero corpo. “Kais Saied non dimenticare chi ti ha sostenuto! Non lasciare indietro i poveri!”.

Lo spirito della rivoluzione era il fil rouge che univa l’Avenue di oggi e quella di ieri. Kais Saied lo ha tenuto vivo durante la campagna elettorale, riaccendendo la speranza soprattutto nei giovani feriti dalle difficoltà degli anni post Ben Alì. E lo ha ribadito quando nel primo discorso da Presidente in pectore all’Hotel Africa ha salutato la sua vittoria come una nuova rivoluzione, stavolta legittimata dalla Costituzione. L’entusiasmo popolare per questa elezione presto però dovrà fare i conti con la realtà. Dalle opportunità da dare ai giovani per scongiurare la tentazione del Mediterraneo al problema delle famiglie dei foreign fighters intrappolate in Siria, fino alla crisi economica che quest’anno ha reso più austero persino il Ramadan, gli anni a venire per la classe dirigente tunisina e per Kais Saied saranno particolarmente impegnativi.

@Seregras

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