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Un utile spaventapasseri

Trump si muove con grande abilità tra le potenti lobby, che pur attacca verbalmente. A ognuna di loro ha fornito buoni motivi per sostenerlo

Il fondatore di Amazon Jeff Bezos alla Trump Tower insieme agli altri leader del settore tecnologico, prima di una riunione  con il presidente americano. Trump accusa Bezos di usare il Washington Post per attaccarlo. REUTERS/ANDREW KELLY/CONTRASTO
Il fondatore di Amazon Jeff Bezos alla Trump Tower insieme agli altri leader del settore tecnologico, prima di una riunione con il presidente americano. Trump accusa Bezos di usare il Washington Post per attaccarlo. REUTERS/ANDREW KELLY/CONTRASTO

Uno degli slogan chiave per la vittoria di Donald Trump nelle presidenziali del 2016, insieme al motto sovranista Make America Great Again e a quello anti immigrati Build the Wall, è stato Drain the Swamp. Promettendo di prosciugare la palude, l’ex costruttore di New York si è presentato come un outsider pronto a ripulire il sistema, combattendo la corruzione, l’establishment, i lobbisti e le grandi aziende che promuovono, i media.

Come ha spiegato l’etimologista Barry Popik, il termine Drain the Swamp avrebbe origine nel movimento socialista, che all’inizio del secolo scorso voleva rovesciare la società capitalista americana. È curioso quindi che un miliardario lo abbia adottato, riuscendo ad usarlo con successo per conquistare la Casa Bianca. Ma come ha scritto Anthony Scaramucci, suo direttore della comunicazione per dieci giorni, Trump è un blue collar President. Sarà forse ricco, ma parla e vive come un colletto blu dell’America profonda, e questa è stata la chiave per conquistare la fiducia del gruppo demografico fondamentale per la sua vittoria, cioè i cittadini bianchi anziani meno istruiti, che si sentono minacciati dalla globalizzazione, l’immigrazione, e la demolizione dei loro valori laici e religiosi da parte dei liberal. Tutto questo però genera due interrogativi cruciali: primo, verificare se Donald sta effettivamente prosciugando la palude; secondo, come si stanno adeguando i "poteri forti", che in teoria doveva aggredire.

Un importante fat cat del Grand Old Party, cioè i grandi finanziatori che manovrano il partito dietro le quinte, mi ha riassunto così la situazione: «Ai repubblicani dell’establishment non piace come Trump fa le cose, ma piacciono le cose che fa. Perciò continueranno a sostenerlo all’infinito, anche perché lui ha i voti, e loro no». Questa spiegazione franca, tanto semplice quanto onesta, aiuta a comprendere l’allineamento avvenuto da parte di molti gruppi elettorali e di potere. 

Per la destra evangelica, ad esempio, le nomine dei giudici conservatori e pro life che Trump sta facendo, da Brett Kavanaugh alla Corte Suprema fino ai tribunali federali più periferici, hanno un’importanza vitale che supera qualunque altra preoccupazione. Durante il procedimento di impeachment contro Bill Clinton feci un’intervista al reverendo Jerry Falwell, ispiratore della "Moral Majority", che aveva aiutato Reagan a conquistare la Casa Bianca. «Ronald» − mi disse − «aveva un tale rispetto della presidenza, che quando stava nell’Ufficio Ovale non osava nemmeno togliersi la giacca». Jerry Falwell junior, erede del padre alla guida della Liberty University di Lynchburg in Virginia, è stato uno dei primi leader evangelici ad appoggiare Trump, e non lo ha abbandonato nemmeno quando ha saputo che aveva avuto una relazione extraconiugale con la pornostar Stormy Daniels, due mesi dopo che la moglie Melania aveva partorito il loro figlio Barron. Può darsi che nel tempo Falwell pagherà questa mancanza di severità morale e questa ipocrisia, in termini di credibilità, ma al momento ciò che sta ricevendo da Donald conta più della sua reputazione e giustifica tutto.

Lo stesso discorso vale per quello che il presidente Eisenhower aveva definito il "complesso militare industriale", cioè le forze armate e tutte le industrie che operano nel settore. Proponendo un finanziamento annuale da 716 miliardi di dollari per il 2019, Trump ha varato uno dei bilanci più alti di sempre nella storia del Pentagono. Di fronte a questo impegno economico, passa in secondo piano il fatto che non sia andato a visitare il cimitero di Arlington nel Veterans Day, oppure che abbia mandato l’esercito al confine col Messico per fermare le carovane di migranti, in un’operazione che alla vigilia del voto midterm molti hanno visto come lo sfruttamento dei militari a scopi elettorali.          

L’effetto dei dazi su acciaio e alluminio è ancora da valutare in maniera approfondita, così come gli altri aiuti di natura protezionistica che Trump ha offerto all’industria manifatturiera tradizionale. Anche qui, però, l’allineamento di molte aziende è stato rapido e prevedibile, anche se non tutte hanno soddisfatto la sua richiesta di riportare il lavoro negli Stati Uniti. Ad esempio l’Harley Davidson, icona della sua visione dell’America, lo ha sfidato perché ha bisogno del mercato europeo, ed ha subito pagato un prezzo.

La politica sull’ambiente e l’uscita dall’accordo di Parigi sui cambiamenti climatici hanno favorito l’industria energetica di carbone, petrolio e gas come mai nel recente passato. Per la prima volta dal 1973, gli Stati Uniti sono tornati ad essere il primo produttore mondiale di petrolio, scavalcando Arabia Saudita e Russia. Pazienza, quindi, se l’esperienza dell’ex capo della Exxon Tillerson come segretario di Stato si sia conclusa con un rapido e inglorioso avvicendamento.    

Wall Street negli ultimi due anni ha battuto tutti i record, grazie all’alleggerimento delle regole che frenavano la finanza e l’imprenditoria, e ai tagli delle tasse, anche se in autunno tutti i guadagni del 2018 sono evaporati. Ora non manca chi teme un surriscaldamento dell’economia, e chi prevede l’inizio della frenata nel 2019, da Goldman Sachs a T. Rowe Price. Ma anche se Michael Bloomberg e George Soros sono tra i leader della resistenza, e il capo di JP Morgan Chase Jamie Dimon accarezza l’idea di candidarsi alla Casa Bianca, i poteri forti della finanza non sono, almeno pubblicamente, al centro della rivolta.

L’elettorato ebraico resta ancora in prevalenza democratico, ma per finanziatori di Trump come Sheldon Adelson, ceo di Las Vegas Sands, decisioni come il trasferimento dell’ambasciata americana da Tel Aviv a Gerusalemme, o la denuncia dell’accordo nucleare con l’Iran, sono risultati che valgono l’impegno di una vita.

Inutile poi ricordare la lobby dei produttori di armi NRA, che il presidente ha difeso anche dopo le stragi di Las Vegas o Parkland, sostenendo che l’unica maniera per prevenirle sarebbe mettere più fucili e pistole nelle mani delle persone giuste.

Chi sta vivendo un dilemma, invece, è la Silicon Valley. Per natura è dominata dalla cultura liberal, a parte rare eccezioni come il fondatore di PayPal e Palantir Technologies Peter Thiel, e ha bisogno di tenere aperte le porte all’immigrazione per attirare i migliori talenti da tutto il mondo. La guerra commerciale con la Cina non l’aiuta, e nel caso del fondatore di Amazon Jeff Bezos c’è anche uno scontro personale con Trump, che accusa la sua azienda di sfruttare il Postal Service per le consegne a prezzi vantaggiosi, e gli rimprovera di usare il Washington Post per attaccarlo. Il mondo dei social network, da Facebook a Twitter, aveva stretto una chiara alleanza con i democratici, e in particolare con l’amministrazione Obama. I conservatori li accusavano di penalizzare e nascondere le loro idee, e questo sospetto si è allargato a Google, per come seleziona i risultati delle ricerche in rete. Poi però sono arrivati il Russiagate, lo scandalo Cambridge Analytica, le accuse a Mark Zuckerberg di non aver fatto abbastanza per contrastare le fake news, e lo sfruttamento dei dati personali dei suoi utenti a scopi elettorali da parte della campagna di Trump. Twitter invece è diventato il principale strumento di comunicazione diretta globale del Presidente, che non può essere bandito, anche se Jack Dorsey si pente di questo ruolo. Da una parte, quindi, la sintonia politica con i democratici si è incrinata, mentre dall’altra i tagli alle tasse hanno beneficiato soprattutto i colossi digitali come Apple, aiutati anche nella sfida fiscale e sulla privacy con l’Europa.         

Con i media resta aperta una battaglia frontale, a parte il sostegno militante del gruppo Murdoch, che Trump incoraggia anche perché gli fa guadagnare voti nella sua base. L’episodio più emblematico è stato la revoca delle credenziali a Jim Acosta, capo dell’ufficio della Cnn alla Casa Bianca, che è finita in tribunale. Il giudice Timothy Kelly, nominato proprio dal presidente, gli ha dato torto e ha ordinato la restituzione del pass di accesso, soprattutto perché l’amministrazione aveva violato il Quinto emendamento della Costituzione che garantisce a tutti i cittadini il due process, ossia un procedimento basato sulle regole che consenta loro di difendersi. Ma la questione dei limiti del Primo emendamento, quello che protegge la libertà di espressione, è ancora aperta.

Quando frequentavo la Journalism School della Columbia University, che assegna i premi Pulitzer, ci consigliavano addirittura di non andare a votare, per preservare la nostra obiettività. «Se andrete alle urne» − era il ragionamento − «succederanno inevitabilmente due cose: o inizierete a scrivere bene del vostro partito, per ovvia affinità elettiva; oppure lo attaccherete a sproposito, per dimostrare a voi stessi di essere rimasti onesti, nonostante questa affinità. Tagliate la testa al toro e non votate». Forse era un’esagerazione, ma il giornalismo obiettivo è ancora possibile, almeno nei pezzi di cronaca. Ogni professionista esperto sa perfettamente se lo sta praticando o no, mentre scrive un articolo, registra un servizio, o pubblica un tweet. E sarebbe anche essenziale, soprattutto in un’epoca in cui l’interpretazione soggettiva della verità, quando non proprio l’aperta menzogna, stanno erodendo e compromettendo la democrazia.

La polarizzazione provocata dall’elezione di Trump, però, è risultata irresistibile anche per i media tradizionali americani. La maggioranza dei giornalisti è sempre stata liberal, anche se cercava di mitigare questa preferenza con la professionalità, fino a quando la televisione conservatrice di Murdoch Foxnews non ha infranto il mito, o l’ipocrisia, iniziando a fare propaganda aperta. Gli altri hanno seguito, soprattutto dopo la vittoria di Donald, rimproverandosi anzi di non aver fatto di più prima per fermarlo. Così sotto alla testata del Washington Post è comparso l’ammonimento che Democracy Dies in Darkness, la democrazia muore nell’oscurità, mentre New York Times, Cnn, Msnbc, sono diventati secondo il Presidente i "nemici del popolo". Ho partecipato a diversi comizi in cui lui indicava la tribuna della stampa, aizzando i suoi sostenitori. È una strategia che gli serve a difendersi dagli attacchi, ma funziona molto bene anche per motivare il proprio elettorato, che ormai non crede più a nulla di quanto legge o vede sui media mainstream

Dal punto di vista economico, però, questo scontro frontale è stato anche una manna per giornali, siti e tv, che hanno visto aumentare copie, sottoscrizioni, audience, e quindi pubblicità. Se Trump non esistesse, dovrebbero inventarlo, e chissà cosa succederà ai conti dei media quando prima o poi lo spettacolo finirà.

Il consenso abbastanza generalizzato è che Trump non stia prosciugando la palude, e tutto sommato i "poteri forti" finora hanno tratto vantaggi significativi dalla sua presidenza. Il problema semmai è capire se riuscirà a mantenere vivo questo mito del Drain the Swamp, almeno fino alle presidenziali del 2020, quando avrà bisogno che la sua base torni a crederci per essere rieletto. 

@PMastrolilli

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