eastwest challenge banner leaderboard

Venti contrari

Sulla Cina soffiano venti contrari: presagio di crisi? Sono tante le variabili da gestire quando si diventa una potenza globale. E Capitan Xi lo sa

Lavori in corso nel distretto finanziario di Pechino. Nel 2019 la ricchezza della Cina dovrebbe crescere del 6,3%, un rallentamento programmato, largamente previsto e quasi auspicato dalla dirigenza. REUTERS/Jason Lee/Contrasto
Lavori in corso nel distretto finanziario di Pechino. Nel 2019 la ricchezza della Cina dovrebbe crescere del 6,3%, un rallentamento programmato, largamente previsto e quasi auspicato dalla dirigenza. REUTERS/Jason Lee/Contrasto

Un’indagine per appurare l’esistenza di una crisi economica in Cina deve evitare due trappole iniziali. La prima è la volatilità delle statistiche locali, spesso manipolate per propaganda e fini interni, talvolta diffuse invece per tranquillizzare gli ambienti internazionali. Anche per i numeri permane lo stretto controllo dell’apparato statale, come se le rilevazioni sulla Cina siano appannaggio esclusivo di Pechino. La seconda insidia è la rincorsa alle variazioni trimestrali, lo scrutinio delle spie congiunturali che affollano le rilevazioni macroeconomiche e gli indici di Borsa. Sovente i commenti rilevano le flessioni e le debolezze, immaginando un arretramento dell’economia e non solo del suo tasso di crescita. Alcuni osservatori addirittura auspicano una crisi sistemica della Cina, oscurati dalla loro irresponsabilità e dimentichi del contributo del Dragone alla crescita mondiale. Nonostante il loro maestro sia stato sconfessato dai fatti, gli epigoni dell’intellettuale statunitense Gordon Chang non sono estinti. Inseguono la profezia del fortunato libro The Coming Collapse of China, pubblicato nel 2001, come se la sua espressione più famosa − “La fine dello Stato cinese è vicina. La Repubblica Popolare cadrà in cinque anni, dieci al massimo” – non fosse già scaduta. I pericoli esposti da Chang – primo fra tutti l’inesigibilità dei crediti delle principali banche statali – non sono certamente superati, ma Pechino ha dimostrato di saperci agevolmente convivere senza crollare. Probabilmente l’analisi ha bisogno di discernere gli andamenti, piuttosto che servirsi della sfera di cristallo.

Per accertare l’esistenza di una crisi, il primo segnale da analizzare è l’andamento del Pil. Quello cinese è cresciuto del 6,5% nel Q3, rendendo praticamente conseguito l’obiettivo annuale dello stesso valore. Nel 2019 la ricchezza del Paese dovrebbe crescere del 6,3%. Si tratta quindi di un rallentamento programmato, largamente previsto e quasi auspicato dalla dirigenza. Fin dalla sua prima investitura nel 2012, Xi Jin Ping ha reso chiaro il suo intento di uscire dalla “ossessione della crescita”. Gli incrementi a due cifre vantati dai suoi predecessori testimoniavano un Paese che emergeva spettacolarmente insieme alle multinazionali che lo nutrivano di tecnologia. Quella Cina remissiva, “fabbrica del mondo” e calamita degli investimenti sta per essere consegnata alla storia, almeno secondo gli intendimenti di Xi. Il Presidente non ha intenzione di perpetuare record poco prestigiosi nella produzione di beni di consumo e materiali da costruzione, quanto di innalzare il livello produttivo del Paese. Vuole abbandonare le produzioni labour intensive e sostituirle con la sofisticazione tecnologica. Il piano China 2025 è la sua stella polare per il “rinascimento della nazione cinese”. Qualche punto percentuale del Pil si può sacrificare, perché il cambiamento non è immediato e l’obiettivo epocale. Si è affermata l’idea che non si possa crescere indefinitamente a tassi elevati come quelli dello straordinario periodo di 40 anni successivo alle riforme di Deng Xiao Ping. Anche matematicamente è sempre più difficile mantenere lo stesso tasso; ogni anno la Cina aumenta il suo peso economico nella misura del Pil della Turchia. È probabile che la maturità dell’economia venga considerata più importante della sua performance.

Da dove giungono dunque i segnali di allarme? Da almeno due fonti. Contabilmente, la variazione del Pil è la più debole dalla crisi del 2008; forse una preoccupazione quantitativa è opportuna. Più importante è il groviglio di contraddizioni che rende complesso e non privo di conseguenze l’intervento dell’Esecutivo. La domanda chiave è semplice e impegnativa: come rinvigorire l’economia, senza causare inflazione, evitando l’eccesso di debito, proibendo approdi indesiderati? L’imposizione di dazi statunitensi aggrava il rallentamento, di una misura prevedibile tra  0,2 e 0,5% del Pil. Le dimensioni stratosferiche del surplus commerciale con Washington – 375 miliardi di dollari nel 2017 – hanno motivato le decisioni unilaterali dell’amministrazione Trump che nei confronti della Cina dovrebbe raggiungere comunque risultati modesti anche se con forti accenti propagandistici. Inoltre, i consumi in Cina rimangono ancora ridotti, con una percentuale del 37% rispetto al Pil. Si tratta chiaramente di un valore contenuto, eccentrico rispetto alle teorie economiche. Probabilmente si deve a retaggi culturali, al valore dato alla parsimonia, al bisogno di risparmiare per compensare la riduzione del welfare.

È dunque agli investimenti che ancora una volta Pechino affida il traino dell’economia. Vuole tuttavia evitare la duplicazione della gigantesca manovra keynesiana del 2008, quando immise nel Paese 586 miliardi di dollari per sostenere la domanda. Il crollo delle esportazioni dovute alla crisi internazionale suggeriva infatti lo stimolo del mercato interno. Come noto, quel fiume di denaro si è incanalato nei rivoli torbidi dello shadow banking, nelle maglie di un sistema pervaso da inefficienza e in settori merceologici tradizionali. Oggi, Pechino non può e non vuole procedere sullo stesso tragitto. La direzione del Paese è in mani più esperte e soprattutto molti nemici interni sono stati eliminati, colpiti dalla scure anti-corruzione. La Cina è dunque in grado di affrontare un dilemma sempre più articolato.

La Banca centrale (People’s Bank of China, PBOC) ha infatti allentato la politica monetaria. Le riserve obbligatorie degli istituti di credito sono state ridotte, congiuntamente all’immissione di risorse per incoraggiare i prestiti. È probabile che venga ridotto il tasso di interesse benchmark, fermo ormai dal 2015. Nel mirino compare nettamente il diffuso ricorso all’usura. Viene al contrario incoraggiato il peer–to-peer lending, i prestiti individuali che finanziano attività imprenditoriali al cui successo è legata la restituzione Alcune facilitazioni fiscali per i redditi più bassi hanno avuto luogo, insieme al dimezzamento delle tasse di vendita delle auto. Inoltre, Pechino ha concesso alle Province di emettere un maggior valore di propri titoli, per sostenere la costruzione di infrastrutture. Queste ultime risultano ancora nevralgiche allo sviluppo e una loro flessione non è assorbibile. Si tratta tuttavia di un versante pericoloso, dove si annidano le opacità e le collusioni. Ha le stesse caratteristiche delle società di stato, spesso irraggiungibili dai provvedimenti restrittivi per la loro protezione politica. Garanti di equilibri e di occupazione, hanno usato i loro privilegi per ridurre l’imposizione fiscale e il reinvestimento degli utili.

Specularmente le assicurazioni della PBOC sono state nitide: «La politica monetaria prudente rimarrà neutrale; manterremo sotto controllo il mercato principale dell'offerta di moneta e confermeremo una ragionevole espansione del credito e del finanziamento complessivo alla società». Risulta implicito il divieto di alimentare la bolla immobiliare che aveva raggiunto livelli di guardia e reso inarrivabili i costi delle abitazioni. È stato sufficiente il chiaro messaggio di Xi: le case sono fatte per abitarci, non per attività speculative. 

Appare dunque arduo definire la Cina in crisi. Lo stretto controllo del Paese consente altresì ampi margini per la politica economica. Tuttavia segnali contraddittori si replicano e lasciano trasparire non tanto la debolezza quanto l’inesperienza del Paese a gestire situazioni non univoche, dove non c’è un nemico da combattere ma tante variabili da gestire. È probabilmente questo il principale interrogativo per Pechino: saper organizzare la propria forza, riconoscendo che la propria eccezionalità sbiadisce quando si diventa una potenza globale ed essere – quasi come tutti – sottoposta a venti contrari che non sempre riesce a indirizzare.

Trovate l'articolo nella rivista cartacea di eastwest in vendita in edicola.

 
 
Scrivi il tuo commento
@

La voce
dei Lettori

Eastwest risponderà ogni settimana ai commenti sui social e alle domande inviate dai lettori. Potete far pervenire la vostra domanda usando il tasto qui sotto. Per essere pubblicati, i contributi devono essere firmati con nome, cognome e città. Invia la tua domanda a eastwest

GUALA