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I veti di Trump

Il rapporto tra commercio e sicurezza è la base di ogni equilibrio geopolitico e la risposta alle logiche dei rapporti di forza: solo la Ue può rilanciare il WTO

Donald Trump partecipa a una cena con uomini d'affari e CEO durante l'incontro annuale del World Economic Forum (WEF) a Davos, Svizzera, 25 gennaio 2018. REUTERS/Carlos Barria
Donald Trump partecipa a una cena con uomini d'affari e CEO durante l'incontro annuale del World Economic Forum (WEF) a Davos, Svizzera, 25 gennaio 2018. REUTERS/Carlos Barria

“Dove non passano le merci passeranno gli eserciti” ammoniva l’economista francese dell’800, Frederic Bastiat, strenuo oppositore di ogni forma di protezionismo. L’attacco alle due petroliere nello stretto di Hormutz che ha riacceso, a metà giugno, lo scontro tra Stati Uniti e Iran dopo il ritiro di Trump dall’accordo sul nucleare iraniano dimostra che le profezie di Bastiat avevano molto poco di accademico e un riscontro drammaticamente concreto.

Del resto il rapporto stretto tra commercio e sicurezza è alla base di ogni equilibrio geopolitico tra Stati e la storia stessa della Comunità Europea ne è la prova vivente.

È ancora presto per dire se la nuova dottrina del Presidente americano nei confronti delle altre due più grandi potenze commerciali globali, ossia Cina e Unione Europea sfocerà in un possibile conflitto armato ma è un fatto che tutte le teorie valide fino a ieri per affermare il libero commercio e il multilateralismo come risposta alle diseguaglianze e alle logiche basate sui rapporti di forza sono state negli ultimi tempo fortemente ridimensionate.

Eppure bisogna riconoscere che l’Organizzazione mondiale del commercio (Wto) che sulla scorta degli accordi di Bretton Woods dovrebbe sovrintendere alle regole del commercio mondiale era in crisi già prima dell’era Trump. "Dove non passano le merci, passeranno gli eserciti": la frase attribuita all'economista francese del XIX secolo Frederic Bastiat Se fosse ancora vivo l’ambasciatore italiano Renato Ruggiero, primo direttore dell’Organizzazione mondiale del Commercio di Ginevra, non avrebbe alcun dubbio: spetta all’Unione Europea riprendere in mano le redini dell’organismo e offrire le risposte necessarie a superare l’attuale impasse.

Non che l’attuale direttore, il diplomatico brasiliano, Roberto Azevedo, riconfermato per un secondo mandato fino al 2021, non abbia le capacità tecniche per gestire l’attuale crisi ma è un fatto che dal 1995, data della sua creazione sulle ceneri del GATT, questa è la prima volta che il Wto sembra quasi condannato a una pericolosa irrilevanza. Perfino nel memorandum of understanding tra Italia e Cina per la nuova Via della seta si avanza l’ipotesi che si possa fare ricorso a forme di arbitrato bilaterale sulle possibili vertenze commerciali tra Roma e Pechino. In questo modo bypassando il meccanismo per la risoluzione delle controversie previsto dal Wto.  

Né sono mancate finora dichiarazioni ufficiali di sostegno all’azione e al ruolo del Wto. Il G7 canadese e il G20 argentino del 2018 hanno sostenuto il processo di riforma per assicurare pari opportunità di accesso agli operatori commerciali. Altrettanto è stato fatto dal G20 di Osaka a fine giugno e analogamente emergerà, quasi certamente a fine agosto, dal G7 francese di Biarritz. Ma l’Unione Europea e i membri europei del Wto non sono inermi. Sono loro a giocare l’unico vero ruolo per ridare vita all’organismo sulla scorta del documento varato nel Consiglio Europeo del 28-29 giugno 2019, che investe i temi dei sussidi, delle imprese di Stato, dell’accesso al mercato, delle barriere tariffarie e della tutela della proprietà intellettuale.

Più in particolare La Commissione Ue propone una sorta di “multilateralismo flessibile”. Qualora sia verificata l’impossibilità di esiti multilaterali su certi temi, si prevedono discussioni plurilaterali da parte di “coalizioni di volenterosi” a composizione variabile, capaci di orientarsi verso accordi multilaterali.

La Commissione intende anche superare l’attuale crisi dell’Organo di appello (Appelate Body) del Sistema di risoluzione delle controversie, che vede il numero di membri giudicanti operativi sceso da 7 a 3 (numero minimo) per la mancata sostituzione dei membri provocata da un veto Usa, con il rischio di una paralisi dell’Organo a partire dal prossimo dicembre 2019, quando scadrà il mandato di altri due giudici.

La Commissione punta a uno sblocco delle designazioni, reso possibile dalla maggiore efficienza delle procedure e, più in generale, avanza l’ipotesi di concludere intese bilaterali con tutti i Membri Omc interessati, per potersi avvalere di un secondo grado di giudizio nelle controversie pendenti e future in attesa di risolvere l’attuale crisi dell’Organo di appello.

Ma non c’è solo la variabile Donald Trump a pesare sulla crisi del Wto. La crisi era già emersa in tutta la sua portata nella ministeriale del dicembre 2017 di Buenos Aires che ha certificato uno stallo riconducibile al mancato recepimento dell’Agenda di Doha del 2001. Un rischio di irrilevanza dell’organismo che minaccia tutta l’attività ordinaria di amministrazione e monitoraggio degli accordi multilaterali e plurilaterali e il meccanismo di risoluzione delle controversie, pilastro a garanzia del rispetto degli impegni commerciali degli Stati membri. Il tutto senza contare che permane ancora non risolta la tradizionale divaricazione tra i Paesi in via di sviluppo che chiedono al Wto di “riparare” alle ingiustizie subite e i Paesi industrializzati, interessati a estendere le norme di Ginevra ai nuovi settori in rapida crescita come e-commerce, regolamentazione nel settore dei servizi, piccole e medie imprese, tutti temi sui quali l’Italia ha sostenuto l’impegno dell’Unione Europea.

E per parlare dell’Italia il nostro Paese, pur negoziando solo attraverso la mediazione della Commissione Ue, sostiene da sempre discussioni “inclusive e trasparenti” finalizzate a ridare peso e rilevanza al Wto per contenere le crescenti spinte protezionistiche. Per l’Italia resta prioritario preservare i poteri dell’organismo per la risoluzione delle controversie con meccanismo d’appello funzionante e fondato sull’indipendenza dei giudici, coinvolgendo anche la Cina in questo processo. Il nostro Paese intende anche contribuire ai negoziati sulle sovvenzioni alla pesca, unico negoziato multilaterale attualmente in piedi. Ma vuole sostenere anche l’iniziativa in corso su commercio elettronico, lanciata a seguito della Dichiarazione di Davos e guarda con favore ad un eventuale negoziato plurilaterale sulla regolamentazione interna nei servizi e sulla facilitazione degli investimenti.

Ma una domanda è d’obbligo: nei fori internazionali (G7 compreso) l’Italia può riuscire veramente a essere indipendente dalle posizioni americane?

@pelosigerardo

Questo articolo è pubblicato anche sul numero di luglio/agosto di eastwest.

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