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ITALIA CHIAMA EUROPA

C’è una Brexit in mezzo al mare…

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L’esempio negativo del Regno Unito deve farci riflettere sul pericolo che altri Paesi possano separarsi dall’Ue e ritrovarsi in alto mare

Nel momento in cui vengono scritte queste righe la Brexit appare ancora lontana da una definitiva soluzione, presa come è nella tagliola di un Regno Unito dalle istituzioni impazzite e di una Ue apparentemente disponibile ma che in realtà si chiede angosciata sino a quando potrà e dovrà pazientare. Anche se non vi sono sicurezze appare a questo punto ben difficile da un lato che Bruxelles si renda disponibile per concessioni e dilazioni ulteriori, dall’altro che il premier Johnson e il suo Governo recedano dalla posizione di assoluta fermezza che sino a ora sono riusciti a mantenere, sia pure con notevole difficoltà e spesso camminando letteralmente sul filo del rasoio. È dunque ancora possibile che si finisca con l’andare allo scontro, con conseguenze che solo in parte è possibile prevedere ma che potrebbero risultare a conti fatti molto gravi, soprattutto per il Regno Unito.

Per l’Ue infatti gli aspetti negativi della Brexit appaiono particolarmente ridotti e per buona parte compensati dalla perdita di uno Stato che soprattutto negli ultimi anni si è rivelato più di ostacolo che di ausilio all’avanzamento della costruzione comunitaria. Per tacere poi della “special relation” transatlantica che faceva sì che, in ogni contenzioso fra Usa e Ue, l’Unione si ritrovasse con uno dei suoi membri più importanti schierato con gli Stati Uniti.

Ci sono, in ogni caso, almeno due punti che per la Ue rivestono particolare delicatezza e che dovranno quindi trovare con rapidità una precisa e soddisfacente definizione, che non sia soltanto teorica ma che alla prova dei fatti si riveli applicabile e applicata sul terreno. Si tratta in primo luogo della decisione sul preciso status dei tre milioni di cittadini Ue, di cui 700mila italiani, che risiedono e lavorano nel Regno Unito da prima della Brexit. La presenza di un numero quasi equivalente di sudditi UK sul territorio dell’Unione fa comunque sì che in questo settore le preoccupazioni non siano eccessive e che il rapido raggiungimento di un accordo equo appaia come un interesse comune. Il secondo punto, più complesso, riguarda il settore della difesa, ove l’uscita del Regno Unito dalla Ue dimezza il potenziale nucleare dell’Unione sottraendole nel contempo il migliore dei suoi strumenti nazionali convenzionali.

Ci sono, è vero, progetti per mantenere lo UK comunque collegato al carro della difesa europea, come ci sono accordi bilaterali di settore con la Francia, ma tutto ciò sembra contrastare con le rinate ambizioni di un Regno Unito allineato ora più che mai agli Stati Uniti e palesemente intenzionato a tentare di giocare di nuovo un ruolo su scala mondiale. Un’aspirazione di cui sono un chiaro indice le schermaglie naval/petrolifere con l’Iran e il ritorno dopo tanti anni “a est di Suez” con la dichiarata intenzione britannica di schierare una portaerei nel Mar della Cina. Un vero e proprio sogno, se non vogliamo chiamarlo un’illusione, che spiega l’entità di una scommessa che qualora fosse perduta potrebbe risolversi con la secessione della Scozia dal Regno Unito e col rischio di una guerra civile fra le due parti dell’Irlanda.

E del resto, sono proprio questa nostalgia del ruolo ben differente che il Regno Unito ebbe un tempo nel mondo, questa insofferenza verso la continua crescita della Germania nella casa comune −”Li abbiamo sconfitti in guerra ogni volta e ora dovremmo accettare che siano loro a guidarci?”, è la frase che in questo periodo più spesso risuona in Inghilterra −, questa speranza che il Commonwealth possa essere rivitalizzato, questa tetragona fiducia nella relazione con degli Stati Uniti che negli ultimi tempi di fiducia hanno dimostrato di meritarne ben poca, che sono stati sin dall’inizio i veri assi portanti della Brexit. Una Brexit, per di più, che è riuscita a prevalere proprio grazie a quell’elettorato soprattutto inglese e in grande maggioranza di età avanzata che ha ancora un vago ricordo, amplificato e trasformato dalla nostalgia, di come le cose andassero ai tempi della coda dell’Impero che ora appaiono quasi giorni di grandezza ma che il Regno Unito, stretto nella morsa di Urss e Usa, visse allora con estrema difficoltà. 

Se c’è comunque qualcosa che in questo momento va riconosciuto allo United Kingdom è il coraggio di cambiare rifiutando di accettare ulteriormente un paradigma, quello europeo, risultato alla resa dei conti ben diverso e molto meno umano di quello su cui avevano puntato i padri fondatori. La Brexit si configura infatti come la peggiore delle possibili critiche a una Ue che viene giudicata da uno dei suoi maggiori membri come una organizzazione da cui occorre uscire al più presto, anziché come una casa comune in cui procedere coralmente verso un futuro di sereno sviluppo.

Impensierisce tra l’altro il fatto che, malgrado tutti i campanelli di allarme suonati in questi anni di preparazione della Brexit, il Regno Unito continui imperterrito sulla sua strada, rifiutando quella ripetizione del referendum che sarebbe forse l’unico escamotage capace di consentirgli di recedere da un atto che potrebbe rivelarsi un suicidio.
Inoltre, lo fa nonostante l’amara constatazione di come il Lussemburgo stia già sostituendo Londra quale hub societario internazionale e di come la Borsa di Francoforte stia prendendo il posto di quella britannica. Lo fa a dispetto delle catastrofiche previsioni che parlano di forti difficoltà di rifornimento destinate a investire principalmente il settore alimentare e quello farmaceutico del Paese. Lo fa anche se, almeno stando ai pronostici, il ripristino dei controlli di vario tipo potrebbe generare il caos alle frontiere. Lo fa, insomma, anche se un risultato negativo potrebbe trasformare questa azzardata scommessa in una vera e propria catastrofe per il Regno Unito.

Quali lezioni è tenuta quindi a trarre l’Unione Europea dalla specifica esperienza? La prima, e più importante, consiste nella necessità urgente di cambiare la casa comune trasformandola in un polo che attragga e non consentendole di restare, come essa è al momento attuale, un iceberg che respinge. La seconda è comprendere che si deve a tutti costi evitare che uno o più degli Stati membri sia tentato in un prossimo futuro di seguire l’esempio negativo del Regno Unito.

Ciò significa, per inciso, che la Ue non potrà certo permettersi il lusso di ulteriori concessioni destinate a rendere più agevole per Londra la strada dell’uscita. Ne va della sua stessa sopravvivenza. Se poi ciò contribuirà a rendere veramente la Brexit un suicidio per il Regno Unito, sarà non a noi europei ma a sé stessi che i britannici dovranno in futuro imputarne la colpa! 

@romanoprodi – @sangiuit

Questo articolo è pubblicato anche sul numero di novembre/dicembre di eastwest.

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