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La fine del Regno Unito

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In caso di uscita senza accordo, il Regno Unito rischia il collasso del delicato equilibrio che ha tenuto insieme quattro nazioni per secoli

Il prestigioso torneo di rugby oggi noto come “Sei Nazioni”, cui partecipa dal 2000 l’Italia e dal 1910 la Francia, nasce in realtà nel 1883 come Home Championship tra le quattro nazioni delle isole britanniche: Galles, Inghilterra, Irlanda e Scozia (in rigoroso ordine alfabetico). Ovvero come competizione interna tra le nazionalità parte dell’allora Regno Unito, che estendeva il suo dominio su tutta l’isola di Irlanda, e che tutt’ora vede i giocatori della Repubblica d’Irlanda – stato autonomo dal 1922 – e quelli dell’Irlanda del Nord, governata da Londra, giocare in un’unica squadra. In ciò si differenzia dal calcio, dove a fianco delle nazionali inglese e scozzese, tra le più antiche del mondo, vi sono sia quella gallese, sia quella nord-irlandese distinta dalla Repubblica d’Irlanda. Se lo sport è spesso in qualche modo specchio della società, il calcio rappresenta una fotografia dell’attuale divisione su base nazionale del Regno Unito, e il rugby un presagio di quello che potrebbe essere il destino delle isole britanniche in caso di Brexit senza accordo con l’Ue.

L’Irlanda del Nord è infatti la regione più in bilico a causa Brexit. In bilico tra i due lati del futuro unico confine terrestre tra Ue e Regno Unito, tra l’autorità di Londra e il richiamo di Dublino, tra il pacifico ma fragile status quo a la ripresa di terrorismo e tumulti. L’accordo di pace del 1999 ha posto fine ai cosiddetti “Troubles”, il trentennio di occupazione militare inglese per contrastare la guerriglia irlandese che ha visto più di 1.700 caduti tra i primi e 300 tra i secondi. Tuttavia il fuoco non si è spento sotto la cenere, anzi, sotto la zolla di torba che nell’isola era tradizionalmente usata per scaldare le abitazioni, è ora pronto a sfiammare al vento della Brexit. Specialmente in caso di mancato accordo e quindi di ritorno di una frontiera vera e propria lungo le oltre 300 miglia di confine, attraversate ogni giorno da circa 30.000 pendolari. Nel caso invece che venisse ratificato l’accordo negoziato da Boris Johnson, non vi sarebbe tale confine terrestre, ma di fatto un confine doganale si creerebbe nei porti e aeroporti nordirlandesi rispetto alla Gran Bretagna, allineando l’Ulster, in termini commerciali ed economici, più a Dublino che a Londra, e creando non poco scontento tra i protestanti fedeli a quest’ultima.  

Di fatto, l’appartenenza di Regno Unito e Repubblica d’Irlanda all’Ue aveva gettato acqua sul fuoco per oltre 40 anni, portando sviluppo economico e sociale, integrazione tra i due Paesi e con gli altri stati membri dell’Unione, al punto che nel 2015 un sondaggio rilevava che solo il 13% della popolazione nordirlandese era favorevole a un’Irlanda unita nel medio termine. Il pensiero dominante era, in un certo senso: se siamo tutti europei, e stiamo tutti bene nell’Ue, perché dividerci ancora tra lealisti alla corona britannica e nazionalisti a favore della riunificazione irlandese? Non a caso, nel referendum del 2016 il 56% degli elettori aveva votato per restare nell’Unione. Nel 2019, complice lo spettro del no deal, la percentuale di nordirlandesi a favore della secessione da Londra e unificazione dell’isola è salita al 32%, con un altro 23% di indecisi. Non stupisce, in un clima così polarizzato, che dal 2017 i partiti in Irlanda del Nord non riescano a formare un Governo di coalizione a livello regionale, che siano riprese le autobombe notturne da parte dell’IRA e le manifestazioni di piazza, e che lo sorso marzo vi sia stata la prima vittima di scontri tra polizia ed eredi dell’IRA da vent’anni a questa parte. Con la Brexit il destino dell’Irlanda del Nord è appeso a un filo, sottile ed elettrificato come quello che potrebbe correre nella verde campagna irlandese per evitare il contrabbando di merci tra l’esterno e l’interno dell’Unione, e di armi per i terroristi-patrioti decisi a usare la forza contro il Governo di Londra come avevano fatto i loro padri, nonni, bisnonni e trisavoli, a costo di altre Bloody Sunday.

Se le nubi si accumulano sul mare d’Irlanda, non mancano a nord del Vallo di Adriano. La lotta per l’indipendenza irlandese ha bagnato di sangue il XX secolo, ma la Scozia non ha dimenticato i secoli di guerre con l’Inghilterra, terminati con l’unione del 1707, tanto, ad esempio, da aver mantenuto da allora un regime giuridico separato da quello inglese sia nel campo penale che civile. Non paga dell’ampia devoluzione di poteri conquistata pacificamente negli anni di Tony Blair, compresa l’istituzione del Parlamento scozzese a Edimburgo nel 1999, dopo un lungo braccio di ferro la Scozia ha ottenuto di tenere un referendum sull’indipendenza nel 2014. Alla consultazione popolare ha votato ben l’85% degli elettori registrati, e il no alla secessione ha prevalso con il 55,3%. Tra i motivi decisivi per restare nel Regno Unito vi era il fatto che uscendone si sarebbe anche usciti dall’Ue, perdendo l’accesso al grande mercato europeo per i prodotti scozzesi, dalla pesca alla lana, i fondi regionali e per l’agricoltura stanziati da Bruxelles, i benefici quando a istruzione e ricerca – basti pensare all’Erasmus – e in generale la favorevole cornice giuridica ed economica dell’Unione Europea. Una perdita potenziale molto grave, che ancora nel 2016 aveva spinto il 62% degli scozzesi a votare per restare nell’Unione. Oggi quindi un nuovo referendum sull’indipendenza vedrebbe il fattore europeo spingere per uscire dal Regno Unito – e tornare così nell’Ue.

A ciò si aggiunge la forte e diffusa frustrazione scozzese non solo per l’incapacità del Governo britannico di portare a casa un accordo sull’uscita, ma anche l’irritazione per il modo sprezzante con cui Londra ha ignorato le posizioni di Edimburgo nel trattare con Bruxelles. Risultato? Secondo un sondaggio di agosto 2019, il 47% degli scozzesi vuole un secondo referendum sull’indipendenza, e in caso si tenesse il 46% voterebbe a favore e il 43% contro. Non a caso lo Scottish National Party, al Governo regionale con 62 seggi su 129 nel Parlamento di Edimburgo, prepara la campagna per il referendum sull’indipendenza approfittando dello scontro istituzionale, acuitosi da quando Boris Johnson è diventato premier. Basti pensare che quando a inizio settembre Johnson ha sospeso le attività di Westminster per facilitare il percorso verso il no deal, e diversi cittadini, parlamentari e lord hanno adito le vie legali, l’alta corte scozzese ha giudicato l’atto illegale – mentre quella inglese si è dichiarata non competente a decidere – sfidando così il Governo di Londra. La corte suprema britannica ha poi confermato il verdetto di illegalità, dando in un certo senso ragione ai giudici scozzesi rispetto a quelli inglesi.

Uno scontro da cui escono indeboliti specialmente i Conservatori in Scozia, che avevano fatto campagna sia per restare nel Regno Unito nel 2014 che per rimanere nell’Ue nel 2016 – avendo ben presente il legame tra le due scelte – e hanno visto il loro leader Ruth Davidson dimettersi il 29 agosto 2019 in polemica con Johnson proprio sulla Brexit. Dato il precedente del 2014 e gli sviluppi successivi, il destino della Scozia è appeso alle carte politiche e legali che inevitabilmente voleranno tra Edimburgo e Londra all’indomani di una Brexit senza accordo, ma che non sono da escludere neanche con il deal di Boris Johnson, e che se portassero in un modo o nell’altro a un secondo referendum sull’indipendenza vedrebbero stavolta vendicato il William Wallace di Bravehart.

Di fronte alle tensioni in Irlanda del Nord e Scozia il destino del Galles sembra più pacifico. Eppure non bisogna sottovalutare i quieti gallesi, che insistono a usare la loro lingua celtica al posto dell’inglese, e hanno come mito fondativo la resistenza dei celti di Re Artù contro gli invasori anglosassoni – non a caso lo stemma gallese è il drago rosso, lo stesso delle legende arturiane. Nel referendum del 2016, il 52,5% degli elettori in Galles ha votato per l’uscita dall’Ue, con un margine di circa 82.000 voti rispetto al 47,5% a favore del Remain. Tuttavia, un recente studio indica come le uniche contee che hanno fatto pendere la bilancia a favore del Leave siano quelle abitate dai 620.000 inglesi che negli ultimi anni si sono trasferiti in Galles attratti dalla bellezza dei luoghi e dalla tranquillità (ed economicità) della vita di provincia. Nelle contee dove invece si parla gallese, la maggioranza degli elettori ha votato per restare nell’Ue.

Non a caso gli anni successivi al referendum hanno dato linfa a un nazionalismo gallese mai scomparso. Un sondaggio del 2019 rileva che un terzo dei gallesi sostiene l’indipendenza del Galles al fine di restare nell’Unione Europea. Dato ancora più interessante, la percentuale sale al 42% nei giovani tra i 18 ed i 24 anni. Tale aspirazione ha trovato tradizionalmente espressione nel partito nazionalista Plaid Cymru – il cui nome ufficiale è in lingua gallese e non inglese, e vuol dire Partito del Galles – che ha ottenuto il 22,4% dei voti alle ultime elezioni europee. Ma, secondo un altro sondaggio, oggi anche un quinto degli elettori laburisti è a favore di un Galles indipendente che restasse nell’Ue. E alle ultime manifestazioni dei nazionalisti gallesi sono intervenuti anche famosi rugbisti e calciatori delle squadre del Galles, con le bandiere del drago rosso arturiano.

Calcio e rugby. Se Londra non si salva in zona Cesarini dal no-deal Brexit, le prossime partite del Sei Nazioni potrebbero vedere una maggiore corrispondenza tra le nazionalità in campo e gli stati sulla mappa dell’Europa. 

@Alessandro__Ma

Questo articolo è pubblicato anche sul numero di novembre/dicembre di eastwest.

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