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Russia e sanzioni: l’incerto pedone sulla scacchiera orientale ucraina


Niente di nuovo sul fronte, in questo caso orientale. L’est ucraino è ancora sconvolto dai combattimenti tra i separatisti filo russi e le fragili forze di Kiev, mentre il porto di Mariupol ha subito un intenso lancio di razzi tra il 24 e il 26 gennaio scorso.

Niente di nuovo sul fronte, in questo caso orientale. L’est ucraino è ancora sconvolto dai combattimenti tra i separatisti filo russi e le fragili forze di Kiev, mentre il porto di Mariupol ha subito un intenso lancio di razzi tra il 24 e il 26 gennaio scorso.

Moscow, Russia Sweatshirts bearing an image of Russia's President Vladimir Putin wearing sunglasses are displayed on a rack at GUM department store in central Moscow, October 7, 2014. Putin marks his 62nd birthday on Tuesday. REUTERS/Sergei Karpukhin

Quasi dieci giorni prima, il 15, il Parlamento europeo, in uno straordinario, quanto inusitato slancio, aveva espresso la necessità che l’Unione continuasse la sua politica sanzionatoria contro Russia e indipendentisti ucraini in risposta agli “atti di terrorismo” perpetuati in Ucraina, se non si fossero prese le dovute misure per rispettare l’evanescente cessate-il-fuoco del settembre 2014. Ma, lo si capisce, l’aula politica e il teatro di battaglia soffrono di una notevole distonia, soprattutto se si parla di consesso europeo.

Così, mentre i razzi piovevano a Mariupol e la NATO reiterava la sua promessa minatoria nei confronti del Cremlino, l’Amministrazione Obama e i principali leader europei il 25 gennaio hanno risollevato la necessità di un punto fermo sulle sanzioni: andare avanti senza “se” e senza “ma”, valutandone la portata temporale. Tutto questo nonostante Mosca avesse già mostrato, pur iniziando a percepire una certa sofferenza per il combinato “calo del prezzo del greggio+ sanzioni”, quanto l’aspetto geopolitico della propria condizione di “Russia”, attore di primo livello, non fosse in secondo piano rispetto alle ristrettezze economiche e finanziarie, un aspetto del pensiero russo che trova plurime conferme durante tutto l’arco della Guerra Fredda. Ciò, chiaramente, ha un certo qual riscontro solo nel breve periodo, fin quando il peso del declino diviene un fardello ineliminabile, senza gravi aggiustamenti.

Lo stallo imposto al Consiglio europeo dal neo-governo greco di Alexis Tsipras con Syriza, tra il 27 e il 28 gennaio, seppur di intralcio nello svolgersi rapido degli eventi, ha avuto il merito di riportare alla ribalta una situazione di grande interesse, vale a dire l’interazione che il Cremlino porta avanti da tempo, ben prima delle sanzioni del Marzo 2014, con alcuni esponenti politici europei, soprattutto di quel gruppo di paesi della “faglia sud di debolezza”. 

Non è certo un mistero che Mosca, nel tentativo di portare avanti il più classico dei dettami politici, il divide et impera, abbia intessuto una fitta rete di relazioni con il sottobosco anti-euro e “frondista” tra Italia, Francia, Spagna e, in particolare, Grecia.  Atene ha puntato inizialmente i piedi perché l’ultima presa di posizione contro l’azione del governo Putin era stata presa senza essere stata consultata. In seconda battuta, il 29 gennaio, ha rallentato i lavori per giungere a un’estensione condivisa delle sanzioni. Alla fine la Grecia ha dovuto cedere, non senza lamentele, e le sanzioni sono portate fino a settembre 2015, ma già i meeting del 9 e 12 febbraio prossimo potrebbero arricchire il carnet di bersagli russi e ucraini.

L’instabilità della coesistenza europea di fronte all’annosa alternativa tra i legami economici con la Russia e l’Alleanza del Nord Atlantico, che oramai ha un sapore quasi di antico, è senza dubbio una parziale vittoria di Mosca, ma i suoi meriti contingenti attuali sono sovrastimati. La Grecia, ad esempio, ha solidi legami religiosi e culturali con la Russia, per non parlare degli accordi energetici con Gazprom e gli indubbie amicizie tra il principale campione dell’idea eurasiatica, Aleksandr Dugin, ed alcuni esponenti di Syriza, come l’intellettuale greco Nicolas Laos, con interessi economici in Russia. Il neo Ministro della Difesa stesso, Panos Kammenos, leader del partito dei “Greci Indipendenti”, fondatore del centro di studi “Institute of Geopolitical Studies”, a novembre 2014, aveva firmato un memorandum d’intesa con il Russian Institute for Strategic Studies (RISI), che ha fatto parte del servizio d’intelligence estero russo (SVR) fino al 2009, quando è stato posto sotto l’ufficio di presidenza. Anche il ministro degli esteri greco, Nikos Kotzias, quando era ancora professore all’università del Pireo, nell’aprile 2013, aveva invitato Dugin stesso a tenere una lectio magistralis. 

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