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Russia in crisi, a rischio i Mondiali del 2018?

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La Russia è ancora in grado di onorare l’impegno assunto con la Fifa e ospitare i Mondiali del 2018? La domanda non è oziosa se è vero che negli ultimi giorni prima il presidente della Federcalcio locale e poi Vladimir Putin in persona hanno sentito il bisogno di rassicurare istituzioni internazionali e investitori in merito.

 

Journalists look at a light installation showing the official logotype of the 2018 FIFA World Cup during its unveiling ceremony at the Bolshoi Theater building in Moscow, October 28, 2014. REUTERS/Maxim Shemetov 

Nikolai Tolstykh presidente dell’Unione calcistica russa (Fur), omologa della Figc italiana, ha chiuso seccamente a ogni ipotesi di marcia indietro, dicendo che “la possibilità che la Russia rinunci a ospitare la Coppa del Mondo non esiste”. Il presidente russo, invece, ha affrontato il tema in una conferenza stampa di fine anno, affermando che l’investimento del 2018 va visto non come una zavorra, ma come una misura per riattivare l’economia e per incoraggiare la cultura sportiva in Russia.

Eppure, al di là delle smentite di rito, le turbolenze finanziarie che stanno scuotendo la Federazione rendono il rischio di uno stop, o quantomeno di un ridimensionamento dei programmi noti finora, tutt’altro che remoto.

L’investimento richiesto da qui a quattro anni è ingente: ci sono 12 stadi da costruire o mettere a nuovo, mancano gli alberghi per garantire l’ospitalità ai circa 3 milioni di visitatori previsti in occasione dell’evento. Soprattutto va realizzata gran parte della rete di trasporti stradali, ferroviari e aeroportuali, che dovranno mettere in collegamento le 11 città coinvolte nella manifestazione. Al momento dell’assegnazione, nel 2010, il ministero dello Sport russo quantificò il tutto in 600 miliardi di rubli (10,7 miliardi di dollari attuali), definendo l’impegno alla portata di Mosca. Allora però il quadro macroeconomico era profondamente diverso: il Pil russo progrediva alla media del 4,5 per cento annuo e poteva contare sui vertiginosi ritmi di crescita della Cina, ancora a doppia cifra, che avevano portato la domanda di materie prime a livelli senza precedenti. Il governo di Mosca poteva così fare affidamento sugli introiti fiscali miliardari provenienti dall’industria estrattiva, da dirottare senza problemi sulla spesa pubblica.

Da allora sembra passata un’eternità. La crescita cinese ha subito un sensibile rallentamento, ed è calata, di conseguenza, la domanda di materie prime. La crisi ucraina e le sanzioni internazionali hanno fatto il resto. Un primo segnale dell’inversione di rotta si è avuto già lo scorso anno quando, dopo diversi cicli in attivo, il bilancio russo ha fatto registrare un disavanzo dell’1,3 per cento, nonostante la media dei prezzi del petrolio fosse stata ancora superiore ai 108 dollari al barile. Negli ultimi 12 mesi le cose sono solo peggiorate per l’economia russa, che crescerà solo dello 0,2 per cento. Pesano le sanzioni della comunità internazionale e il crollo del prezzo del greggio, che da giugno a oggi ha perso quasi il 50 per cento del suo valore, e al momento si vende a circa 60 dollari per barile. La spirale discendente è rappresentata bene dal tracollo del rublo, che in un anno ha perso oltre il 60 per cento del suo valore contro il dollaro, nonostante gli sforzi della banca centrale russa che nel fallimentare tentativo di sorreggere il cambio ha alzato i tassi di 6,5 punti, portandoli al 17 per cento, e ha bruciato 70 miliardi di dollari di riserve estere.

Il risultato è che nel 2015 l’economia russa finirà in recessione. Secondo il ministero dell’Economia russo la contrazione sarà “solo” dello 0,8 per cento. Ma ci sono anche osservatori che tratteggiano un quadro peggiore. Come l’ex ministro delle Finanze Alexei Kudrin, secondo cui “gli effetti della crisi si sentiranno a pieno solo a partire dal prossimo anno”, quando il Pil si ridurrà del 2 per cento nella migliore delle ipotesi (qualora il prezzo del petrolio risalga ad almeno 80 dollari al barile) e del 4 per cento nella peggiore (con prezzo ancora ancorato attorno ai 60 dollari).

A fronte di uno scenario simile appaiono legittimi i dubbi sulla capacità di sostenere un impegno come quello del 2018. Putin però invita a considerare la Coppa del Mondo non come un costo ma come un’opportunità di sviluppo per la Russia, mettendo in conto anche i benefici che l’investimento infrastrutturale può apportare all’economia nel lungo termine e anche alla qualità della vita dei russi. “Se vogliamo vivere più a lungo – ha spiegato il presidente, da ex atleta e buon padre della Patria – se vogliamo che la nostra gente sia sana e vada sulle piste a pattinare piste invece che nei negozi di liquori, allora le piste di pattinaggio devono essere disponibili. Dobbiamo creare il nuovi campi da calcio, piste da hockey e centri fitness. Dobbiamo creare una cultura in cui la gente curi la forma fisica e pratichi lo sport”.

A Putin tuttavia non sfuggono le difficoltà nel reperire i capitali necessari per finanziare le infrastrutture. Tanto che, a modo suo, il presidente russo ha sollecitato anche il contributo degli oligarchi, facendo riferimento a personaggi come il proprietario del Chelsea Roman Abramovic, che – a detta sua – dovrebbero “aprire il portafoglio”, visto che “per loro non sarebbe un grande impegno. Hanno un sacco di soldi, e non ne avvertirebbero il peso”. Altri potenziali investitori, come Arkady Rotenberg e Vladimir Yakunin, che pure lo hanno “aiutato” in occasione delle Olimpiadi di Sochi, questa volta sono tagliati fuori perché inseriti sulla blacklist di Ue e Stati Uniti. Anche questo aspetto complica di molto i piani di Mosca.

@carlomariamiele

 

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