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Il Russiagate fa il primo passo verso la Casa Bianca

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L’ex capo della campagna di Trump Paul Manafort si è costituito. Le accuse non riguardano il lavoro per il presidente, ma le incriminazioni possono convincerlo a collaborare con la giustizia. Intanto un altro ex consigliere ammette di aver mentito all’Fbi sui suoi rapporti con i russi

«Paul Manafort Jr., di Alexandria, Virginia e Richard Gates III, di Richmond, Virginia sono stati incriminati da una corte federale per 12 imputazioni: cospirazione contro gli Stati Uniti, cospirazione per il riciclaggio di denaro, lavoro per un datore di lavoro straniero non dichiarato, false dichiarazioni sul lavoro per istituzioni straniere, dichiarazioni false, mancata dichiarazione di conti aperti presso banche straniere». Tradotto e riassunto, il mandato di arresto federale per Paul Manafort, ex capo della campagna Trump e per il suo socio in affari Richard Gates, sono queste. Si tratta di accuse enormi che fanno tornare il Russiagate al centro del dibattito politico americano. Con una novità fondamentale: non siamo più alle congetture, ci sono persone incriminate dopo mesi di indagini – la casa di Manafort era stata perquisita dall’Fbi lo scorso luglio.

Attenzione: il ventaglio di accuse segnala che l’incriminazione da parte del capo dell’indagine speciale Robert Mueller nei confronti della vecchia volpe della politica repubblicana, socio d’affari del controverso, imbarazzante e geniale Roger Stone tra il 1980 e il 1996, non è direttamente legato al suo lavoro per Trump. La cospirazione contro il Paese, si legge nei capi di imputazione, è relativa al lavoro per l’ex presidente ucraino Yanukovich e all’aver occultato decine di milioni di dollari – poi introdotto illegalmente negli Stati Uniti. Tutti i capi di imputazione sono collegati a una lunga attività di questo tipo e ai mancati adempimenti che lavorare per governi stranieri implica.

I capi di accusa sono stati vagliati da una giuria di cittadini e ammessi da un giudice federale. Se le prove messe assieme fossero deboli, non avremmo avuto l’arresto. Se poi Mueller non avesse in mano prove molto forti, difficilmente avrebbe, come prima azione, sparato tanto in alto.

Manafort è il tipico lobbysta repubblicano senza scrupoli: negli anni ’80 ha lavorato per diversi governi stranieri, tutti poco presentabili e la sua è una carriera tutta all’ombra del partito: prima di Trump ha lavorato alle campagne Reagan, Ford, Dole e Bush senior. E dopo il licenziamento dalla campagna dell’attuale presidente è stato manager della Convention che ha incoronato “The Donald”. Un ruolo cruciale: la Convention era il luogo in cui l’alleanza “Never Trump” avrebbe potuto tentare di impugnare il risultato delle primarie, Manafort ha fatto in modo che non succedesse e che i delegati facessero il loro dovere.

Il socio più giovane e incriminato anche lui, Richard Gates, ha continuato a lavorare per Trump anche dopo il licenziamento di Manafort, contribuito a organizzare l’inaugurazione e partecipato alla costruzione di un America First Policies, un gruppo pensato per sostenere l’agenda presidenziale.

Come mai, se l’inchiesta di cui il team di Mueller è incaricato ha come titolo “sulle interferenze della Russia nelle elezioni presidenziali del 2016”, Manafort viene incriminato per riciclaggio di denaro avvenuto fino al 2017 ma cominciato molto tempo prima? Due o tre ragioni. La prima è che la commissione di inchiesta, se trova reati connessi o meno, li segnala. La seconda è che Mueller si è reso conto che molti dei personaggi che avrebbero interagito con gli emissari di Mosca, sono persone che hanno guadagnato in Russia. Seguire i soldi, significa anche gettare luce sui legami tra membri dello staff del presidente Usa, della sua famiglia ed eventualmente suoi, e il governo russo. Da ultimo, incriminare Manafort per reati tanto pesanti significa metterlo con le spalle al muro, per lui l’alternativa è collaborare o rischiare di finire i propri giorni in carcere.

Nei guai è anche George Papadopolous, altro membro dello staff di Trump che nei mesi della campagna ha spedito email con le quali proponeva un incontro con funzionari russi che avrebbero avuto in mano materiale su Hillary Clinton. L’incontro si fece e vi parteciparono Manafort e il genero del presidente, Jared Kushner. Mueller ha in mano gli appunti presi da Manafort durante la riunione. Papadopolous ha ammesso di aver mentito alle autorità sulla dinamica che ha portato a quegli incontri mentre era impiegato dalla campagna Trump. Una seconda tegola in un giorno pesante: l’ammissione di colpa potrebbe implicare l’aver deciso di cooperare con la giustizia.

Come ha reagito Trump alla notizia? Male. Già domenica, quando Cnn aveva anticipato che ci sarebbero state le prime incriminazioni, il presidente aveva preso a twittare contro Hillary Clinton e la sua presunta collusione con i russi – c’è un dossier preparato da una ex spia britannica che la campagna Clinton avrebbe comprato ma, senza aprire anche questo capitolo, diciamo che le due cose non sono lontanamente paragonabili. Poi ha sostenuto che il fatto che le accuse arrivassero proprio mentre i repubblicani si apprestano a varare la riforma fiscale – cose non sicura – non è una coincidenza. Dopo la notizia dell’arresto un nuovo tweetstorm: «Si tratta di roba vecchia, Manafort non lavorava per Trump e la corrotta Hillary dovrebbe essere oggetto di indagine. E, soprattutto, NON C’È COLLUSIONE» (il maiuscolo è del presidente).

Da giorni Trump cerca di rendere Hillary e il dossier britannico la notizia senza ovviamente riuscirci. E quando dice che non c’è collusione, dobbiamo poi stare attenti: il reato di collusione non esiste, c’è una serie di elementi che messi assieme sono reati diversi e “formano” la collusione con una potenza straniera al fine di interferire sul risultato delle elezioni. Allo stesso modo, l’aver scelto il reato di cospirazione, che è un reato che implica diverse azioni nel tempo, è un modo per non dover necessariamente elencare tute le azioni. Se ne potranno aggiungere altre.

Cosa farà Trump adesso? Le voci che circolano da settimane parlano di un presidente che vorrebbe far fuori Mueller. È nelle sue facoltà, ma farlo, specie dopo l’incriminazione di Manafort, sarebbe una specie di ammissione di colpa e genererebbe proteste di ogni ordine e grado. E fornirebbe ai democratici argomenti molto solidi.

L’inchiesta Mueller si avvicina ogni giorno che passa alla Casa Bianca e al clan Trump. Michael Flynn, ex consigliere per la sicurezza nazionale, è quasi certamente nei guai più o quanto Manafort. Di Kushner abbiamo detto.

Cosa sapeva o non sapeva il presidente? Ricordiamolo, il caso più forte che c’è contro Trump, al momento, è l’accusa di “ostruzione alla giustizia” per aver licenziato il capo dell’Fbi Comey dopo avergli chiesto di interrompere le indagini su Flynn. Si tratta di una catena di accadimenti difficili da dimostrare. E per questo Mueller la prende tanto alla lontana. L’indagine è colossale ed ha addentellati di ogni tipo. Non siamo che agli inizi, ma, è bene ricordarlo, l’impeachment è un processo politico: la maggioranza al Senato rinvia a giudizio e la Camera fa il processo e vota l’eventuale destituzione del presidente. Ecco, a meno di prove clamorose ed inequivocabili, la domanda è: cosa faranno i repubblicani se e quando Mueller sarà sulla soglia dello studio ovale?

@minomazz

 

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