Sanjay Dutt: 54 anni turbolenti


Non sono un grande fan del cinema di Bollywood e delle rispettive star e starlette, nonostante una sfrontata passione per il gossip. Ma quando alcuni mesi fa misero in carcere – di nuovo – Sanjay Dutt, la mia ritrosia verso il mondo degli attori indiani è stata battuta dalla storia di questo eroe tragico del grande schermo.

Non sono un grande fan del cinema di Bollywood e delle rispettive star e starlette, nonostante una sfrontata passione per il gossip. Ma quando alcuni mesi fa misero in carcere – di nuovo – Sanjay Dutt, la mia ritrosia verso il mondo degli attori indiani è stata battuta dalla storia di questo eroe tragico del grande schermo.

 

Sanjay Dutt è figlio d’arte, padre e madre entrambi megastar di Bollywood, e appena possibile ne segue le orme. Grande e grosso, faccia da pugile pestato alla Sylvester Stallone, raggiunge il successo nell’industria cinematografica con Rocky (1981): storia d’amore e di vendetta uno contro tutti, un classico in India e non solo. La pellicola ha molto successo, proiettando il giovane Dutt verso fama ed eccessi. Ha problemi di droga ed alcol, finisce in carcere per possesso di stupefacenti e viene spedito negli Usa a disintossicarsi.

Ripulito, Dutt riprende a sfornare successi in India, sempre nel solco del burbero maledetto ma dal cuore d’oro, l’emarginato che, nonostante condizioni avverse, alla fine riesce a raggiungere il proprio obiettivo: felicità, amore, successo. È un sex symbol, un’icona che ispirerà una generazione di indiani “tamarri” – passatemi il termine – con canotta bianca, occhiale a specchio, bicipite esplosivo.

L’anno della svolta tragica è il 1993. A Mumbai una serie di esplosioni architettate dalla mafia locale a trazione musulmana del boss Dawood Ibrahim risponde alla distruzione di qualche mese prima della moschea di Ayodhya, promossa dalle frange estremiste hindu e dai partiti politici della destra indiana. Il 13 marzo 1993 nella capitale del cinema indiano si contano 13 deflagrazioni, 250 morti.

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