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Se l’Oscar 2017 doveva essere afroamericano, non era Moonlight la pellicola da premiare

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Barriere è il terzo lavoro che vede quel vecchio volpone di Denzel Washington alla regia. Dopo Antwone Fisher e Il potere della parola, l’attore riesce a sfornare il suo film più autoriale. La storia è quella di una famiglia afroamericana nell’immediato dopoguerra in quel di Pittsburgh.

Sono i primi anni cinquanta e Troy Maxson/Denzel Washington è un padre di famiglia alle prese con la vita. Ha due figli, una moglie (Rose/Viola Davis), un lavoro come netturbino e tanta, tantissima rabbia mai sopita verso il mondo. Verso i bianchi che non gli hanno concesso di diventare un giocatore professionista di baseball – in quanto prima della Seconda Guerra Mondiale i colored giocavano in una lega separata, tale Negro League – e verso i propri figli, colpevoli di non accettare con umiltà il destino e voler continuare a sognare un futuro diverso e migliore. Chi con la musica e chi con lo sport. Tutto questo, a Troy non va giù. Il personaggio principale interpretato da uno strepitoso Denzel Washington, è molto più profondo di come tratteggiato in queste poche righe. Muta nel tempo, almeno nella nostra percezione. Non è perfetto, anzi. Da irresistibile contastorie all’inizio della pellicola, a violento, fedifrago, alcolizzato e pieno di complessi sul finire. È un film profondo, fatto di dialoghi e mimica facciale. Un film senza spazi, se non quello delimitato difatti dalla barriera-fences come il titolo originale – dello staccato che diventa leitmotiv dell’intera narrazione.

Barriere/Fences  è l’adattamento cinematografico di un’opera teatrale di August Wilson. Risente sicuramente della mancanza degli spazi angusti del palcoscenico teatrale, ma riesce con soddisfazione a ricrearne le atmosfere, grazie all’utilizzo di un set minimale e quasi sempre legato all’interno del famigerato recinto. La casa ed il giardino delimitato dallo stesso non diventano però una sorta di casa-base, di santuario, di luogo sicuro. Al contrario rappresentano una sorta di prigione dalla quale scappare innamorandosi di un’altra donna, arruolandosi o guadagnandosi il carcere.

I dialoghi sono sublimi, come di levatura superiore è l’interpretazione degli attori principali, gli stessi anche della rappresentazione teatrale primigenia. Il Denzel regista investe molto sul ruolo del parlato, senza il bisogno di usare tecniche particolari che esulino, ribadisco, dalla forza del racconto orale. Vincendo una scommessa e sfornando un prodotto intenso e di qualità.

La forza di questa pellicola risiede nel non voler crogiolarsi nella tragedia, nel non voler spingere sulla desolazione ma nel credere nella speranza, anche quando tutto ti sembra remare contro, anche quando una cappa buia sembra offuscarti la mente e gli occhi. Una nascita, una svolta. Che tu sia in prigione, che tu sia una moglie tradita o che tu sia al fronte, l’aggrapparti ad un sogno o ad una canzone può aiutarti nel far pace con te stesso e con gli altri.

L’umanità della recitazione dei due personaggi principali meritava di più in sede di Oscar, così come l’intera storia messa sullo schermo.Quest’anno l’Accademy aveva deciso per una statuetta di natura politica più che per effettivi meriti cinematografici. Davanti ad un’America sull’orlo di una guerra civile ed etnica, doveva vincere assolutamente una pellicola afroamericana. Purtroppo, non era a parer mio quella “giusta”.

@brillabbestia

 

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