Adiós por ahora, Argentina
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Ho visto sei cose impossibili prima di fare colazione

Rodriguez si presenta davanti al nostro B&B di buon mattino. E' un bel ragazzo, ha spalle larghe e un viso da bambino, capelli corvini e occhi così grandi che il resto dell'organismo vi sembra appeso. E' nato a Buenos Aires, ma fin da giovane ha capito di essere poco interessato alle grosse città. Vive in Patagonia da anni. Oggi sarà la nostra guida nell'esplorazione della Peninsula Valdes.

A pochi chilometri dal centro abitato il 4x4 inforca uno stretto sterrato disseminato di buche. Ai due lati della strada si stende una macchia riarsa e leggermente ondulata, è uno spazio vuoto e privo di confini, dove perfino l'orizzonte appare incerto e tremolante a causa del calore. A tratti si ha l'impressione di essere le uniche cose in movimento, fatta forse eccezione per l'enorme pennacchio di polvere che ci trasciniamo alle spalle.

Dopo un paio d'ore arriviamo a Punta Norte, sulla costa orientale della penisola. Parcheggiamo la macchina e camminiamo per qualche minuto lungo un sentiero che sbuca sull'orlo di un promontorio sabbioso abbastanza alto. Sotto di noi si stende una spiaggia di ghiaia e oltre la spiaggia l'oceano, immenso e scuro.

Lungo il bagnasciuga, per chilometri, la schiuma delle onde lambisce quelli che, a un primo sguardo, potrebbero sembrare enormi massi levigati. Ci troviamo in realtà di fronte a un'elefanterìa , una colonia di elefanti marini. Questi mammiferi in età adulta raggiungono fino ai sette metri di lunghezza e hanno un' eccezionale sistema respiratorio che permette loro di immergersi sott'acqua per periodi molto lunghi. Vivono in comunità estese, suddivise in harem in cui un maschio dominante padroneggia su una decina di femmine remissive. Ascolto queste informazione con grande interesse, ma ciò che più mi stupisce di questi bestioni pachidermici è la loro tendenza all'ozio e alla poltroneria. Se ne stanno li, allineati e inerti come i sacchi utilizzati per arginare le alluvioni, affacciati su un oceano furioso e infestato di orche con la vivacità di un branco di fumatori d'oppio. Ogni tanto un maschio si riprende dal torpore, alza al cielo il naso bitorzoluto e con movimenti lenti e sgraziati fa un giro di ricognizione per controllare che nessuna delle sue femmine manchi all'appello.

Durante il viaggio di ritorno Rodriguez rallenta spesso per indicarci, mimetizzati tra gli arbusti, altri esempi della fauna locale. Avvistiamo i guanachi, parenti latini dei lama con occhi sproporzionati ed espressioni altere. Qualche famiglia di marà, le lepri Patagoniche, animali che sembrano uno strano assemblaggio tra un coniglio e un canguro. I nandù di Darwin, grossi uccelli dal passo regale e lo sguardo un tantino imbecille. Vediamo purtroppo un unico armadillo e non certo nel suo giorno migliore, è morto investito da una macchina, ridotto allo spessore di una figurina. Poco prima del rientro Rodriguez annuncia di voler fare un ultima sosta per mostrarci un luogo a lui caro, un piccolo lago caratterizzato dall'alta concentrazione di sali minerali. Abbiamo passato la giornata ad osservare creature degne di un bestiario fantastico e li per li non riesco a capire come un lago, a quel punto, possa stimolare il nostro interesse. Realizzo presto di aver peccato di presunzione. Il lago in questione è rosa. Inizialmente penso a un artificio chimico ma Rodriguez ci spiega che la magia non ha origine umana, il colore delle acque è dovuto ai batteri che ne abitano le superfici.

Negli ultimi anni ho sempre pensato alle visite guidate con un forte senso di avversione e insofferenza. Credo che il seme di questi sentimenti astiosi sia stato depositato durante alcune gite scolastiche fatte da bambina. Ricordo deportazioni lungo corridoi di musei male illuminati, sentieri disseminati di cartelli esplicativi e ciceroni monotoni che ci farcivano di nozioni enciclopediche. Per superare il trauma causato da queste gite, per dimenticarne le cicatrici, ci sono voluti vent'anni, 3.625 km quadrati di terra coraggiosamente affacciata sul mare e un ragazzo argentino con la steppa nel cuore e l'oceano nel cervello.

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