Adiós por ahora, Argentina
argentina

Ho visto sei cose impossibili prima di fare colazione

Sono passate quasi cinque settimane da quando abbiamo lasciato Buenos Aires. Undicimila quattrocentoquarantasei chilometri. Due oceani. Una catena montuosa. Molti cieli. Sette regioni. Una steppa. Tre stagioni. Un deserto. Un ghiacciaio. Diversi laghi. Qualche fantasma. Uno stretto. Parecchi cactus. Un'enciclopedia animale. Poche persone. Tantissime curve. Lunghissime rette. Vento, molto moltissimo vento.

Nel piano originale,dopo l'esplorazione della provincia di Salta, avremmo dovuto raggiungere direttamente la capitale e li fermarci per una settimana in attesa di essere ricatapultate in Europa. Ieri abbiamo cambiato idea. Mente, occhi e cuore sono ormai invasi dai grandi spazi e la sola idea di trascorrere più di due giorni in una selva di cemento senza orizzonte appare insoffribile. Il processo del ritorno è simile a quello del risveglio, per non guastare la giornata è necessario attraversare la soglia tra sogno e veglia con calma, a piccoli passi. Trascorreremo gli ultimi giorni del nostro viaggio sulle sponde del fiume Mina Clavero, qui riaprire gli occhi sarà un pò più facile.

Il sogno

Quando gli orologi della mezzanotte elargiranno
un tempo generoso,
andrò più lontano dei rematori di Ulisse
nella regione del sogno, inaccessibile
alla memoria umana.
Da quella regione sommersa recupero residui
che ancora non comprendo;
erbe di botanica elementare,
animali un po’ diversi,
dialoghi coi morti,
volti che in realtà sono maschere,
parole di lingue molto antiche
e talora un orrore non comparabile
a quello che può darci il giorno.
Sarò tutti o nessuno. Sarò l’altro
che ignoro d’essere, colui che ha contemplato
quell’altro sogno, la mia veglia. La giudica,
rassegnato e sorridente.

- Jorge Luis Borges-

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