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RETROSCENA

Sindrome anticinese

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Sebbene gli investimenti di Pechino abbiano contribuito alla crescita delle economie dell’Asia Centrale, aumenta l’insofferenza nei confronti della Cina

Un antico adagio cinese recita: “Avere buoni vicini di casa è come avere una casa più grande”. Questa potrebbe essere una frase azzeccata, se si volesse sintetizzare con poche parole il timore che alimenta il crescente sentimento anticinese in Asia Centrale. Nonostante la retorica di Pechino relativa ai vantaggi universali dei suoi grandi investimenti nella regione – anche legati al progetto delle Nuove vie della seta –, ampie fasce di popolazione locale temono infatti quelle che considerano le mire predatorie della Repubblica Popolare. Paura legata soprattutto allo schiacciante peso economico e demografico cinese, particolarmente evidente se paragonato alle Repubbliche post-sovietiche dell’area.

Premesso che non sempre è facile distinguere tra proteste realmente partite dal basso e iniziative calate dall’alto per finalità di tipo politico, ultimamente sul fronte della sinofobia la situazione è stata particolarmente calda in Kazakistan e Kirghizistan. Si tratta di due Paesi già in passato interessati da fenomeni di questo tipo, ma che recentemente hanno registrato un acuirsi delle tensioni. Solo a titolo di esempio, ad agosto scorso nella parte orientale del Kirghizistan circa 500 persone hanno attaccato i lavoratori cinesi di una miniera aurifera, la cui attività avrebbe contribuito a inquinare la zona, ferendo 20 persone. A settembre, in Kazakistan, numerose città tra cui la capitale Nur-Sultan e il più grande centro del Paese, Almaty, sono state teatro di proteste contro la costruzione di alcune fabbriche cinesi sul territorio kazaco. In questo caso, alla base delle proteste, i paventati rischi ambientali, il timore che sarebbero stati privilegiati lavoratori cinesi a scapito di quelli locali e la repressione contro la popolazione musulmana uigura dello Xinjang da parte di Pechino, che ha coinvolto anche cittadini di etnia kazaca.

Pur limitando l’analisi alla sfera economico/demografica, tralasciando quindi quest’ultima questione (per quanto importante), capire quanto sia fondato il sentimento anticinese in Asia Centrale non è però un’operazione semplice. Sul fronte sociale, ad esempio, i dati sono contrastanti. Nel 2016, stime ufficiali indicavano che in Kirghizistan erano impegnati circa 6.500 lavoratori cinesi, ma le autorità di Bishkek nel 2018 hanno dichiarato di aver accolto oltre 35.000 operai della Repubblica Popolare, impegnati principalmente in progetti legati alla Belt and Road Initiative (BRI). Le cifre diventano ancora più elevate se si guarda al Tagikistan, altro Paese fortemente interessato dagli investimenti della Cina. Se il governo di Dushanbe, infatti, nel 2016 ha dichiarato di aver accolto 6.500 lavoratori cinesi (comunque una crescita del 30% rispetto all’anno precedente), stime non ufficiali indicavano addirittura un numero pari a 150.000 unità, una quota elevatissima, ricordando anche che il Tagikistan ha circa 9 milioni di abitanti.

Sul fronte macroeconomico, la situazione sembra meno ambigua. Il Kirghizistan e il Tagikistan, secondo un report di inizio 2018, rientrano infatti tra gli 8 Paesi più a rischio di subire pesanti contraccolpi a causa dei debiti contratti con la Cina. Per quanto riguarda il debito estero kirghiso, oltre il 45% dell’ammontare complessivo, pari circa a 3,8 miliardi di dollari, è relativo a prestiti ottenuti da Bishkek da parte della Export-Import Bank of China, braccio di Pechino per gli investimenti internazionali.

In Tagikistan, a causa anche dei costi di costruzione della diga Rogun, la situazione è ancora più seria: il 50% del debito esterno di Dushanbe, circa 2,8 miliardi di dollari, è in mani cinesi. Le autorità del Paese sono già state costrette a cedere la gestione di una miniera d’oro alla Repubblica Popolare per ripagare un prestito di 300 milioni di dollari, utilizzati per la costruzione di una centrale elettrica. E a fine novembre il Governo tagico ha annunciato di voler ottenere nei prossimi quattro anni prestiti per 1,1 miliardi di dollari. Tra i possibili creditori, proprio la Export-Import Bank of China.

La situazione è meno complessa in Kazakistan, paese in grado, in caso di difficoltà, di fare affidamento sulle ingenti entrate derivanti dal settore energetico per far fronte ai propri debiti. Verso la Cina il debito è di circa 11 miliardi di dollari, in termini assoluti il più alto in Asia Centrale, ma il più basso in relazione al Pil del Paese, rappresentandone solo il 6,5% (in Tagikistan, ad esempio, il debito verso la Cina è pari al 36% del Pil). E si tratta, oltretutto, di un dato in costante calo, essendo sceso in media del 7% l’anno dal 2013 in poi.

La diffidenza dei cittadini kazachi nei confronti degli obiettivi cinesi nel Paese ha però radici più profonde: nel 2016, ad esempio, si scatenarono proteste a seguito di una proposta governativa di garantire ai cittadini stranieri la possibilità di affittare lotti agricoli per un massimo di 25 anni. Le autorità kazache in seguito introdussero una moratoria sulla proposta (in scadenza nel 2021), capendo che larghe fasce della popolazione non avrebbero accettato che investitori cinesi affittassero ampi appezzamenti di terra, con il rischio di non riuscire poi a impedirgli di rimanere. Questo timore, per quanto non necessariamente giustificato, trova riscontro guardando a pochi semplici numeri. La Cina ha un territorio di poco più di 9,5 milioni di km quadrati e conta circa 1,5 miliardi di abitanti. Il Kazakistan, grande oltre 2,7 milioni di km quadrati, ha solo 18 milioni di abitanti. Ma anche qui i dati offrono un quadro ambiguo. La migrazione di lavoratori cinesi nel Paese, infatti, sembra perlomeno di scarsa entità: nel 2017, il 43% di tutti i lavoratori stranieri presenti in Kazakistan proveniva dalla Cina, per un dato assoluto pari però solamente a 12.000 persone. Poco più della metà della quota prevista di lavoratori cinesi da parte delle autorità kazache, fissata a 23.000 unità.

Pechino rimane comunque innegabilmente uno dei principali partner commerciali per Nur-Sultan. Nel 2017, l’interscambio è stato di 10,5 miliardi di dollari e il territorio kazaco rappresenta un corridoio di transito fondamentale nei progetti infrastrutturali cinesi. I legami sono quindi destinati a durare, tanto più che il nuovo Presidente kazaco, Tokayev, ha profondi legami con la Repubblica Popolare, avendo trascorso lunghi periodi nel Paese e parlando fluentemente il cinese. Elemento, quest’ultimo, che certamente non rappresenta una rassicurazione per i cittadini del Kazakistan.

Il quadro, come abbiamo visto, è ambivalente. A elementi incontestabili, come il peso economico cinese nell’area e l’importanza degli investimenti di Pechino per la crescita delle economie regionali, si affiancano reazioni a volte più legate alla sfera emotiva e alla percezione, se non all’opportunismo politico. La Cina ha sostituito la Russia come gigante economico regionale: nel 2017 l’interscambio di Mosca con i Paesi dell’area ha raggiunto quota 23 miliardi di dollari, quello di Pechino ben 36 miliardi. Ma la Russia ha storicamente avuto un controllo molto maggiore su quanto avveniva in Asia Centrale, non lasciando quindi spazio, molto spesso malgrado la volontà delle popolazioni locali, a proteste e ambiguità. Per quanto riguarda il ruolo della Repubblica Popolare, invece, esso è necessario, ma allo stesso tempo provoca malumori che le autorità locali stanno facendo sempre più fatica a reprimere o anche semplicemente a nascondere. Contesti poco trasparenti come quelli tipici della Repubbliche post-sovietiche dell’Asia Centrale non aiutano certo il dialogo sociale, favorendo il serpeggiare del sentimento anticinese, quando non l’utilizzo di quest’ultimo per ragioni di politica interna, come potrebbe accadere in Kazakistan. Maggiore chiarezza sui termini degli investimenti cinesi nell’area e maggiore dialogo tra autorità e cittadini, potrebbero favorire una distensione. Ma vocaboli come chiarezza e dialogo non fanno purtroppo ancora parte del dizionario in Asia Centrale e Cina.

@davidecancarini

Questo articolo è pubblicato anche sul numero di gennaio/febbraio di eastwest.

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