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Si possono evitare future pandemie?

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La coalizione “Preventing Future Pandemics” lancia un’idea su come evitare la diffusione di malattie trasmesse dagli animali agli umani

Medici e parenti che indossano indumenti protettivi portano il corpo di una vittima, che ha perso la sua battaglia contro il virus Nipah, nello Stato meridionale indiano del Kerala, India, 24 maggio 2018. REUTERS/Stringer

Qualche settimana fa sui media anglosassoni si parlava di un virus, il Nipah, trasmesso dai pipistrelli della frutta. In quel caso il pericolo non viene dalla vendita di animali selvatici nei mercati dell’Asia di cui si è molto parlato cercando le origini del Coronavirus, ma dagli escrementi dei pipistrelli che dormono su alberi sotto ai quali si svolgono mercati. Il Corona, come molte altre epidemie che hanno colpito in maniera meno drammatica il mondo negli ultimi decenni, è una zoonosi, una malattia trasmessa agli uomini dagli animali.

In ogni angolo del pianeta i Governi stanno investendo miliardi per contrastare gli effetti della pandemia. Che si tratti di comprare vaccini, sostenere i redditi colpiti dalle misure necessarie a limitare la diffusione del virus o gestire l’emergenza sanitaria, i costi sono immani ovunque. Ma nulla di quel che si sta facendo, salvo probabilmente un sistema di controlli e allarmi più robusto, servirà a prevenire la diffusione di nuovi virus.

Preventing future pandemics – una coalizione di Ong, università di grande prestigio, organizzazioni internazionali – lancia invece un’idea su come spendere molti meno soldi per evitare la diffusione di malattie trasmesse dagli animali agli umani. L’idea è semplice e viene espressa in maniera piuttosto chiara da una lettera inviata al Congresso americano nella quale si chiede di investire e organizzare una raccolta fondi internazionale per finanziare le misure proposte che includono “…la riduzione del disboscamento e del degrado delle foreste, la prevenzione del commercio di fauna selvatica che rischia di contribuire alla diffusione delle zoonosi, il monitoraggio rigoroso e la riduzione del rischio di malattie dai mercati della fauna selvatica, il miglioramento della biosicurezza nelle aziende agricole nelle aree dove le malattie emergenti vengono individuate più spesso, e la garanzia che i sistemi sanitari dei Paesi poveri e delle comunità locali siano attrezzati per fermare le epidemie”.

La coalizione mette in guardia: questo tipo di malattie non sono un evento straordinario che capita una volta per secolo, ma si stanno moltiplicando: “più di 335 focolai di malattie infettive emergenti sono stati segnalati in tutto il mondo dal 1940 al 2004 – oltre 50 per decennio”. La differenza, persino con il secolo scorso, è che oggi viaggiamo, trasportiamo merci a ritmi mai visti. E con gli scambi e le relazioni si moltiplicano le possibilità che i virus si diffondano.

Gli esperti della coalizione individuano una serie di aree potenzialmente pericolose, quelle dove la penetrazione delle attività umane in luoghi incontaminati, ha messo a contatto la nostra specie con virus che non conosceva e per i quali non abbiamo anticorpi né cure – un lavoro fatto anche in questo articolo pubblicato su Nature. La maggior parte di queste regioni si trova in Asia, dove vive il 60% della popolazione mondiale e l’urbanizzazione sta cambiando la conformazione del territorio. Gli scienziati individuano migliaia di virus come il Nipah in quattro regioni del mondo: il subcontinente indiano (1920), il Sud-est asiatico (2470), l’Africa centrale (2373) e la parte tropicale dell’America Latina (148). Se questi numeri vi fanno paura, un po’ avete ragione: da queste regioni vengono la Sars, la Dengue, l’Hiv, le influenze aviarie.

La coalizione promuove l’idea di una strategia in tre passi: una task force globale e multidisciplinare che includa anche eletti di primo piano, una campagna di sensibilizzazione planetaria e la creazione di un Fondo mondiale per la prevenzione. “L’obiettivo generale della task force sarà quello di promuovere politiche audaci, creative e fattibili che siano efficaci nel prevenire le ricadute di eventuali virus trasmessi all’uomo e anche abbiano la lungimiranza di anticipare e mitigare i rischi”.

Al fondo, insomma, l’idea è quella di pagare e lavorare affinché i singoli Paesi non si trovino a dover fare i conti con le malattie e preservino i loro ambienti naturali, lasciando il numero più alto di virus all’umidità delle foreste in cui si sono sviluppati. Come per il cambiamento climatico, le malattie non conoscono confini e lo sforzo per proteggere la specie alla quale apparteniamo, non può che essere multilaterale.

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L'AUTORE

Martino Mazzonis

Giornalista e ricercatore, è autore di Come cambia l’America (con Mattia Diletti e Mattia Toaldo, 2009) e di Tea party (con Giovanni Borgognone, 2011).
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