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LA NOTIZIA DEL GIORNO

Siria: terze elezioni in tempo di guerra

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In Siria si vota per eleggere il Parlamento. Per le opposizioni all’estero il voto è una farsa perché il regime non ha mai permesso elezioni libere da quando ha preso il potere

In Siria si vota per eleggere il Parlamento. Un seggio elettorale durante le elezioni parlamentari a Damasco, Siria, 19 luglio 2020. REUTERS/Omar Sanadiki

Un seggio elettorale durante le elezioni parlamentari a Damasco, Siria, 19 luglio 2020. REUTERS/Omar Sanadiki

A distanza di quattro anni dall’ultima tornata elettorale, la Siria torna al voto per rinnovare i 250 seggi del Consiglio del Popolo. L’appuntamento di domenica scorsa era stato posticipato di 3 mesi a causa dell’emergenza coronavirus, periodo nel quale non sono mancate le ostilità tra gli attori interni e internazionali sul campo. Il processo politico prosegue a rilento, con Turchia, Russia e Iran intente a trovare un nuovo status quo per l’importante Paese del vicino Oriente.

Il ruolo delle Nazioni Unite ha intanto permesso il rinnovo del dialogo sulla nuova Costituzione siriana, cruciale affinché la comunità internazionale possa ridare fiducia alle istituzioni di Damasco. Questo è il motivo principale per cui gli osservatori internazionali non ritengono valide ed eque le elezioni: infatti, con la risoluzione 2254 del 2015, il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite ha chiesto alla Siria di realizzare le riforme necessarie che possano creare un solco per elezioni parlamentari e presidenziali supervisionate dall’Onu.

Al momento, si è molto distanti da un simile scenario. Nella giornata di domenica, la consultazione per il rinnovo del Consiglio del Popolo ha visto circa 2000 candidati — con inizialmente 8735 persone presentatesi per la sfida elettorale — sfidarsi per i 250 posti disponibili in 7313 seggi sparsi per quasi totalità del Paese. Il voto è stato possibile nel 70% della Siria, comprese le aree di recente riconquista da parte dell’esercito governativo come Idlib e l’area est di Ghouta.

Ci si aspetta un nuovo plebiscito per la lista unitaria — con Baath e il Fronte nazionale progressista — del Presidente Bashar al-Assad che, insieme alla moglie Asma, ha votato nel Palazzo Presidenziale. Per Nasr Al-Hariri, leader dell’opposizione in esilio, “il voto è una farsa. Il regime non ha mai permesso elezioni libere negli ultimi 50 anni, da quando ha preso il potere”.

Forte l’interesse dell’Iran per il voto, seguito attentamente dal Governo di Teheran. Per il Portavoce del Ministero degli Esteri, Abbas Mousavi, “le elezioni sono in linea con l’avanzamento delle relazioni intra-siriane e aiutano ad alleviare il dolore sofferto dalla nazione. Secondo Mousavi, le difficoltà della Siria sono causate anche “dalla presenza e l’occupazione di forze straniere, così come dalle crudeli sanzioni unilaterali” imposte al Paese.

Il chiaro riferimento è agli Stati Uniti: oltre ad aver imposto pesanti sanzioni alla Repubblica Islamica, Washington ha recentemente approvato il Caesar Syria Civilian Protection Act che, insieme all’ordine esecutivo 13894, va a colpire pesantemente aziende del settore militare, delle infrastrutture, dell’energia, uomini d’affari siriani e lo stesso Bashar al-Assad. Non solo: il Caesar Act va a sanzionare anche le entità straniere “che facilitano il regime di Assad nell’acquisizione di beni, servizi e tecnologie che supportano le attività miliari dell’esercito governativo, così come l’aviazione, la produzione di petrolio e gas”.

@melonimatteo

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