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Tornare a casa a Raqqa con le mine in cucina

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A Raqqa è iniziata la bonifica. Nonostante il divieto dell’Sfd e le mine “ottomila sono solo quelle visibili in centro città” – spiega Hogir un minatore volontario di Afrin – gli abitanti tornano e ricominciano a vivere in città. La democrazia esportata dai curdi cambierà il futuro, di migliaia di donne soprattutto

Raqqa non si rialzerà presto. La città, sottratta all’Isis a metà ottobre si lecca ancora le ferite. Verrebbe voglia di coprirsi gli occhi e passare una ruspa sopra a ogni cosa per cancellare anni di violenze e terrore. Ai margini delle strade ripulite dalle macerie, soldati e uomini armati controllano ogni movimento. La paura più grande sono le mine, “otto mila sono solo quelle visibili in centro città – spiega Hogir, un minatore volontario di Afrin -. Non ci sono stime sul numero totale degli ordigni. Passiamo in ricognizione e procediamo alla pulizia”. L’Isis ha nascosto questi strumenti di morte ovunque: sotto le coperte, negli scarichi dei bagni, dentro alle teiere, nel cibo “persino dentro agli alberi e nei frigoriferi – continua Hogir -.

Abbiamo iniziato la bonifica già ad aprile, dai villaggi intorno a Raqqa, ma non abbiamo la tecnologia necessaria per individuare tutte le tipologie di mine e rimuoverle. Alcune per esempio esplodono ancor prima di avvicinarsi e richiedono robot specifici per essere smantellate. Qualche giorno fa abbiamo trovato una macchina trasformata in detonatore: quand’è così abbiamo bisogno di una gru per portare il materiale in un in un luogo sicuro e farlo esplodere”. Per ora si procede con i metal detector, che suonano continuamente perché il metallo è presente ovunque mescolato alle rovine.

Nonostante i divieti delle Sdf, le forze che adesso controllano Raqqa, molti abitanti stanno tornando. È difficile vivere lontani dai propri affetti, dai ricordi, dalla casa. La voglia di riappropriarsi della vita è tanta. Un impulso così forte che genera quotidianamente nuove vittime. A soccorrere gli abitanti di Raqqa ci sono solo i preziosissimi aiuti umanitari che riescono a superare il blocco imposto da Damasco alle aree non controllate dal regime.

Abdul Karim e la sua famiglia sono stati fortunati: la loro abitazione l’hanno ritrovata in discrete condizioni, nonostante sia stata usata come base militare dalle Forze Siriane Democratiche – Sfd. Le donne ridono mentre lavano il pavimento del patio e Abdul fa il giro della casa per controllare i danni. “Quando c’era l’Isis era vietato lavorare – spiega l’agricoltore – così spesso andavamo nel villaggio per non vivere nel clima di oppressione in cui ci hanno costretti per anni. Adesso vogliamo eliminare ogni loro traccia e aprire un negozio di ortofrutta”.

La città riprende coraggio, giorno dopo giorno. Vicino alla casa di Abdul è stato improvvisato un piccolo barbecue, alcuni uomini si ritrovano intorno agli spiedini avvolti dal fumo e dal sole di mezzogiorno. “Il popolo di Raqqa è uscito sfinito da questa occupazione – spiega Leyla Mustafa, co-presidente del Consiglio Civile di Raqqa, l’organismo deputato alla ricostruzione dell’ex “capitale” dell’Isis – oltre alle violenze, alla mancanza di elettricità, cibo e gasolio, hanno distrutto ogni speranza nel futuro. Molte persone sono entrate a far parte dell’organizzazione terroristica solo per poter dare da mangiare ai propri figli, senza alcuna convinzione religiosa e ideologica”.

Da dove partire quindi per ricostruire una città e sostenere la sua anima sofferente? Dopo Kobane, Manbij e Tabqa, anche a Raqqa è stato esportato il modello di democrazia dal basso elaborato dai curdi nella Siria del Nord a partire dal 2014, caratterizzato dalla costituzione di assemblee, comitati di quartiere e interventi mirati come la formazione di genere. Ed è proprio quest’ultima attività, realizzata tra le rifugiate del campo profughi di Ain Issa, che condizionerà l’immagine e l’identità di migliaia di donne in tutta la Siria del Nord. [Parte 1. Continua]

@linda_dorigo

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