Libia, un voto per la svolta


Espellere i combattenti stranieri è una delle priorità e solo un Governo legittimo avrà la forza per riuscirci. Elezioni eque, libere e trasparenti alla fine di quest'anno sono cruciali

Arturo Varvelli Arturo Varvelli
[ROMA] è direttore dello European Council on Foreign Relations Italia.

Espellere i combattenti stranieri è una delle priorità e solo un Governo legittimo avrà la forza per riuscirci. Elezioni eque, libere e trasparenti alla fine di quest’anno sono cruciali

Sono trascorsi più di 10 anni dallo scoppio delle proteste contro il regime del colonnello Muammar Gheddafi. Fin dal suo inizio, la crisi libica è stata caratterizzata dall’influenza decisiva di attori esterni. La Libia è diventata il teatro di una guerra per procura, esacerbata dalla divisione de facto sotto due diverse autorità durata per diversi anni: da un lato, il Governo di accordo nazionale (GNA) riconosciuto a livello internazionale, emanato dall’accordo di Skhirat del 2015 e sotto la leadership di Fayez al-Sarraj; dall’altro il maresciallo Khalifa Haftar e il suo Libyan National Army (LNA), che dopo aver conquistato porzioni sempre più vaste della Libia orientale, nell’aprile 2019 hanno lanciato un’offensiva per conquistare Tripoli dal GNA. Mentre il Qatar e in particolare la Turchia hanno sostenuto il governo di Al-Sarraj, l’Egitto, l’EAU e in seguito la Russia hanno sostenuto Haftar, al quale anche la Francia ha battuto ciglio più di una volta.

L’influenza e l’impatto degli attori esterni sono cambiati nel corso degli anni, rendendo difficile identificare il vero punto di svolta in Libia. Parallelamente, e nonostante i suoi interessi strategici nel Paese nordafricano, tra il 2015-20 l’Europa è stata progressivamente emarginata sullo scenario libico per mancanza di unità e strategia.

In questo cupo scenario per la Libia – e per l’Europa –, il cosiddetto processo di Berlino ha rappresentato una parziale svolta. Questa iniziativa diplomatica sul futuro della Libia è durata 4 mesi e si è conclusa con una conferenza organizzata nel gennaio 2020 dalla Cancelliera Angela Merkel, che ha riunito rappresentanti di tutti gli Stati più coinvolti e interessati alla crisi libica così come istituzioni come l’Ue, l’Unione Africana e la Lega Araba. In un momento in cui la Turchia e la Russia stavano acquisendo crescente rilevanza sui lati opposti del dilemma libico e l’Europa era marginalizzata, la conferenza è riuscita a capitalizzare una tregua russo-turca. Il principio originale del processo di Berlino era quello di costruire la pace in Libia dall’esterno; un cambiamento radicale dall’approccio inside-out, che aveva dominato i negoziati di pace fino a quel momento.

L’ingerenza di attori esterni

Ma nonostante i vari proclami alla conclusione della conferenza, l’ingerenza di attori esterni non ha conosciuto sosta.

Da parte europea, la conferenza di Berlino ha rappresentato una finestra di opportunità per gli Stati membri interessati – Germania, Italia e Francia – per mostrare il rinnovato peso diplomatico dell’Europa. E un’iniziativa importante per l’Europa per riconquistare centralità nella gestione della crisi libica, scongiurando il rischio di lasciare il conflitto nelle mani di Turchia e Russia.

A livello operativo, il processo di Berlino ha impedito che si aprisse un nuovo conflitto civile in seguito al fallimento dell’offensiva di 14 mesi di Haftar su Tripoli. Ciò è andato di pari passo con l’avvio di un nuovo negoziato volto a indirizzare le diverse dimensioni della crisi (politica, militare, economica). L’interruzione dei combattimenti nell’estate 2020 è stata successivamente certificata da un cessate-il-fuoco a ottobre, mentre il lancio del Forum di dialogo politico libico, fortemente incoraggiato da Stephanie Williams, diplomatico americano allora in carica come rappresentante speciale Onu per la Libia, hanno aperto la strada alla formazione di un nuovo governo ad interim – il Governo di unità nazionale (GNU) – nel marzo 2021 e alla programmazione delle elezioni nazionali per il 24 dicembre 2021.

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