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RETROSCENA

America first e i cittadini sovrani

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I leader inseguono i cittadini patrioti, rinunciando a governare i fenomeni. Il coronavirus condanna i sovranisti a ripensare il modello

Sovranità popolare: un dovere della cittadinanza liberale. Il Presidente francese Emmanuel Macron parla durante una conferenza stampa al Palazzo dell'Eliseo a Parigi, Francia. REUTERS/Philippe Wojazer

Il Presidente francese Emmanuel Macron parla durante una conferenza stampa al Palazzo dell’Eliseo a Parigi, Francia. REUTERS/Philippe Wojazer

Nell’ottobre 2016, durante il suo primo discorso da Primo Ministro del Regno Unito alla conferenza del Partito conservatore, Theresa May dichiarava: “Chi crede di essere cittadino del mondo non è cittadino di alcun luogo. Non capisce il significato del termine cittadinanza”. Fu un commento tutt’altro che casuale: come aveva spiegato in apertura, May stava esponendo la sua filosofia di Governo. Al centro di questa filosofia vi era ciò che lei chiamava “lo spirito di cittadinanza”, definito in termini di “legami e doveri che fanno funzionare la nostra società”, “impegno verso gli uomini e le donne che vivono intorno a te”, e capacità di “riconoscere il contratto sociale” in modo che alle persone del posto sia data la precedenza rispetto a chi proviene dall’estero.

L’idea di cittadinanza di May ben si accorda con le opinioni politiche di Donald Trump. Il suo discorso inaugurale del gennaio 2017 ruotava intorno a un’interpretazione molto specifica di cosa significhi mettere “l’America al primo posto”. “Al centro di questo movimento”, affermava Trump, “c’è una convinzione fondamentale: che una nazione esista per servire i propri cittadini”. Secondo questa visione del mondo i cittadini esistono collettivamente come “popolo”. “Ciò che conta”, spiegava infatti Trump, “non è quale partito controlla il nostro Governo, ma se il nostro Governo è controllato dal popolo”. Pertanto egli sosteneva che la sua elezione sarebbe stata “ricordata come il giorno in cui il popolo è tornato a governare [gli Stati Uniti]”.

Questa concezione di cittadinanza, intesa come insieme di “vincoli e obblighi” che costituiscono “il popolo” quale entità politica unica, è fortemente radicata sia in Gran Bretagna che negli Stati Uniti. Boris Johnson ha spiegato l’uscita della Gran Bretagna dall’Unione europea il 31 gennaio 2020 commentando: “Abbiamo dato retta al popolo. Ci siamo ripresi gli strumenti dell’autogoverno”. Trump si è spinto ancora oltre nel suo discorso sullo stato dell’Unione del febbraio 2020: “Il popolo è il cuore del nostro Paese, i suoi sogni sono l’anima del nostro Paese, e il suo amore è ciò che alimenta e sostiene il nostro Paese. Dobbiamo sempre ricordare che il nostro compito è quello di mettere l’America al primo posto”.

L’immagine dei cittadini uniti in un popolo padrone del proprio destino ha un che di seducente, soprattutto se spogliata della retorica più dura e incendiaria che politici come May, Trump e Johnson sono soliti usare. Per rendersene conto basta paragonare l’inaugurazione di Trump al suo più recente discorso sullo stato dell’Unione. Persino un politico come il Presidente francese Emmanuel Macron, che ha la fama di cosmopolita piuttosto che di sovranista, riconosce l’importanza di questa prospettiva collettiva. In un’intervista del novembre 2019 a The Economist, Macron sosteneva che gli europei potrebbero aver sottovalutato l’importanza della sovranità popolare nei loro sforzi volti a promuovere i valori universali in altre parti del globo. Tali sforzi avranno successo solo se si riusciranno a “convincere gli altri popoli”, perché, puntualizzava Macron, non si può prescindere dalla sovranità popolare, bisogna sempre rispettarla.

Tale uso del termine “sovranità”, tuttavia, rivela il pericolo insito nel considerare i cittadini come gruppo unico e il popolo come collettivo monolitico. Nella tradizione liberale la sovranità popolare deriva dall’individuo che dà il proprio consenso al Governo, non dal “popolo”. Inoltre, l’esistenza stessa dei valori universali implica che ci siano dei limiti a questo consenso. Per dirla in parole povere, i cittadini non sono tenuti a sognare tutti lo stesso sogno o a esprimere lo stesso amore totalizzante per il proprio Paese e il proprio Governo. Dovrebbe esserci spazio per le critiche e anche per i conflitti. Pertanto quando Trump afferma nel suo discorso inaugurale che “condividiamo un cuore, una casa e un destino glorioso”, egli trascende i confini del liberalismo tradizionale.

Allo stesso modo lo Stato deve essere tollerante nei confronti delle divergenze di opinione, anche nei casi in cui si producono disuguaglianze. Il primo discorso da premier di May contiene un ritornello agghiacciante sul tema delle tasse: “Se sei un evasore fiscale ti daremo la caccia. Se sei un contabile, un consulente finanziario o un intermediario che aiuta le persone a non contribuire come dovrebbero alla società, daremo la caccia anche a te”. May lo riteneva uno sforzo volto a garantire che “tutti giochino secondo le stesse regole”. Il problema di questo ragionamento è che la maggior parte delle evasioni fiscali avviene perché le regole sono scritte male, non perché le società o i loro consulenti infrangono le regole. La soluzione dunque è inasprire le regole; dare la caccia al trasgressore sarà anche una buona politica, ma rischia di compromettere piuttosto che rafforzare lo Stato di diritto.

Finché il popolo rimane sovrano in quanto insieme di individui, esso può agire collettivamente solo entro i limiti del consenso popolare. Questa è la scomoda verità che i politici nascondono quando attaccano il cosmopolitismo in nome di una filosofia politica che mette la propria nazione al primo posto. Più essi insistono sull’esistenza di un “popolo” unico e omogeneo, più sminuiscono i diritti individuali che sono al centro del pensiero politico liberale.

Il discorso di Macron sul ruolo imprescindibile della sovranità popolare in un’ottica di promozione dei valori europei all’estero punta invece in una direzione diversa, sottolineando come non abbia senso cercare di promuovere i valori europei se prima non si convincono i cittadini di altri Paesi che tali valori sono universali (e non solo europei). Qualsiasi tentativo di imporre i valori europei risulterebbe contraddittorio, perché il più importante di questi valori è proprio il consenso.

Lo “spirito di cittadinanza” nel pensiero liberale si basa sui diritti e doveri, non sui “legami e doveri” che May descrive e di cui Trump parla in termini totalizzanti. Nel pensiero liberale i doveri stessi sono i vincoli che legano la comunità e che i cittadini assumono consenzientemente. Il più importante di questi doveri è proteggere i diritti fondamentali dell’individuo. Questo non impedisce ai cittadini di formare altri legami di parentela, amicizia o comunità immaginaria. Tali legami sono importanti, ma vanno oltre i requisiti della cittadinanza.

I “cittadini del mondo” criticati da May per la loro prospettiva cosmopolita sono ben consapevoli di questo ordine di priorità e cercano di estendere il più possibile la tutela dei diritti individuali. Anche il riconoscimento dei limiti, per quanto possibile, è importante. I cosmopoliti come Macron riconoscono che il mondo non è una comunità unica, che la politica è locale e che le democrazie liberali dovranno agire in modo strategico e paziente se sperano di promuovere lo sviluppo della democrazia liberale all’estero. In questo senso essere un “cittadino del mondo” è uno dei doveri indiscussi della cittadinanza liberale.

I politici che insistono su “legami e doveri”, invece, respingono il liberalismo. Al suo posto essi offrono una visione del mondo che pone i diritti del gruppo al di sopra di quelli dell’individuo e che sostituisce la cittadinanza come atto di consenso con qualcosa che assomiglia di più a  Trump ha reso bene l’idea nel suo intervento all’Assemblea generale delle Nazioni Unite nel 2018: “L’America è governata dagli americani. Noi rifiutiamo l’ideologia del globalismo, e abbracciamo la dottrina del patriottismo”. In questa “dottrina del patriottismo” il consenso non viene dall’individuo, ma da chi ha il potere di determinare chi è dentro e chi fuori.

Il tipo di cittadinanza propugnato da May, Trump e Johnson preoccupa, perché è troppo facile immaginare come una simile cittadinanza possa essere sottratta, generando un altro tipo di “cittadini di nessun luogo”. Un’esperienza che molti europei, purtroppo, hanno già sperimentato sulla propria pelle.

@Erik_Jones_SAIS

Questo articolo è pubblicato anche sul numero di marzo/aprile di eastwest.

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