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ITALIA CHIAMA EUROPA

Spagna, il proporzionale inceppato

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Dopo le elezioni, Sànchez e Iglesias, un tempo acerrimi nemici, trovano l’accordo per scongiurare l’ennesimo stallo e frenare l’avanzata della destra

Lo scorso novembre gli spagnoli sono tornati alle urne per la seconda volta nel corso dell’ultimo anno, portando a quattro le tornate elettorali celebrate a partire dal 2015. Numeri che evidenziano un’instabilità convertitasi ormai in marchio di fabbrica della politica spagnola, chiamata a gestire una complicata fase di transizione verso il pluripartitismo, iniziata con il tramonto dell’alternanza tra socialisti e popolari che ha dominato a lungo la scena politica post-franchista.

La netta vittoria del Psoe alle elezioni di aprile, quando ottenne circa il 30% delle preferenze, sembrava aver messo il partito di Pedro Sánchez in una condizione di relativa forza nell’ottica di formare un nuovo esecutivo a maggioranza socialista. Una prospettiva vanificata però dai profondi dissidi con Unidas Podemos, la coalizione presieduta da Pablo Iglesias, che hanno impedito il raggiungimento della maggioranza assoluta in Parlamento e la conseguente formazione di un Governo di coalizione. “La parola sinistra associata al Psoe non ha alcun senso, si tratta soltanto di un elemento culturale attribuito ad un partito che soffre di una grave crisi identitaria”, tuonava Iglesias dopo la mancata investitura a premier di Sánchez, giustificando la decisione di non appoggiare il leader socialista con la mancata assegnazione al proprio partito di alcune competenze governative chiave nell’ambito delle riforme sociali. Il fallimento delle trattative tra le due principali anime del centrosinistra ha quindi trascinato la Spagna a nuove elezioni, acuendo il clima di sfiducia dell’elettorato e prolungando la situazione di impasse istituzionale del Paese.

La recrudescenza del conflitto politico ha inevitabilmente convertito la Catalogna in uno dei principali temi dell’ultima campagna elettorale, celebrata poche settimane dopo la sentenza del Tribunale supremo che ha inflitto pene dai nove ai tredici anni di carcere ad alcuni dei principali leader dell’indipendentismo catalano. La società civile di matrice indipendentista ha duramente contestato la decisione della giustizia spagnola, una protesta degenerata però in violenti scontri tra radicali indipendentisti e forze di polizia nel centro di Barcellona e in altre località catalane. Proprio le immagini delle violenze di piazza hanno spinto l’intero blocco del centrodestra ad invocare nuovamente l’applicazione dell’art. 155 della Costituzione in Catalogna, con l’obiettivo di esautorare il Governo regionale di Quim Torra. Una misura accompagnata dall’ulteriore proposta di dichiarare illegali tutti i partiti separatisti che minacciano l’unità nazionale. Unidas Podemos, dal canto suo, si è confermata l’unica voce fuori dal coro in sede di campagna elettorale, ribadendo la necessità di un dialogo costruttivo tra le parti per arrivare ad una soluzione politica del conflitto catalano, compresa la possibilità di un referendum concordato sull’asse Barcellona-Madrid.

Il risultato delle urne ha sancito una nuova vittoria del Partito Socialista, che si è confermato prima forza politica spagnola, col 28% delle preferenze, nonostante abbia perso 800mila voti rispetto alle elezioni dello scorso aprile. Numeri che hanno significato una riduzione del numero di seggi in Parlamento, passati da 123 a 120, indebolendo la posizione del Psoe nel complicato puzzle delle alleanze di partito propedeutiche alla formazione del nuovo Governo. Al netto dell’affermazione dei socialisti, l’estrema destra di VOX ha assunto il ruolo di protagonista assoluto delle ultime elezioni, ottenendo tre milioni e mezzo di voti che ne hanno fatto la terza forza politica nazionale. Un vero boom elettorale quello della formazione di Santiago Abascal, capace di guadagnare un milione di voti nell’arco dei soli sette mesi intercorsi tra le elezioni di aprile e quelle di novembre.

La dirompente ascesa di VOX all’interno del panorama politico spagnolo, partito fondato nel dicembre 2013, è avvenuta parallelamente all’aggravarsi del conflitto in Catalogna. La difesa dell’unità nazionale della Spagna rappresenta infatti il pilastro del programma di VOX, elemento cardine del rapporto di fiducia col proprio elettorato. La lotta all’immigrazione illegale e la critica al modello istituzionale dell’Unione europea, alcune delle battaglie condivise con altre formazioni dell’estrema destra europea, non hanno infatti suscitato lo stesso appeal della ferma opposizione all’indipendentismo catalano. Un binomio, quello tra gli elettori di VOX e la crisi politica in Catalogna, certificato dai risultati delle ultime quattro elezioni celebrate in Spagna, che hanno visto la formazione di estrema destra passare dai circa 50 mila voti ottenuti nel 2015 e nel 2016 agli oltre tre milioni e mezzo di voti dello scorso novembre. Lo scoppio del conflitto catalano nell’ottobre del 2017, con la celebrazione del referendum separatista indetto dall’ex Governo di Carles Puigdemont, rappresenta quindi lo spartiacque del successo elettorale di VOX.

Un sondaggio del Centro di Investigazioni Sociologiche ha evidenziato come il perdurare della crisi politica in Catalogna abbia influenzato la scelta del 44% degli elettori recatisi alle urne in occasione delle ultime elezioni. Sul fronte del centrodestra il risultato elettorale ha premiato VOX a scapito di Ciudadanos, il partito presieduto da Albert Rivera che ha perso oltre due milioni di voti rispetto allo scorso aprile, ottenendo soltanto 10 seggi in Parlamento. Una debacle che ha spinto lo stesso Rivera a dimettersi dalla presidenza, annunciando al tempo stesso l’abbandono della vita politica. Quello a favore di VOX costituisce essenzialmente un voto antisistema, che evidenzia come una porzione cospicua dell’elettorato di Ciudadanos abbia optato per la formazione di estrema destra non riconoscendosi più nell’ormai ex partito di Rivera, inquadrato come espressione della tradizionale politica spagnola. La funzione antisistema che in molti attribuirono a Ciudadanos nel 2015, quando abbandonò il Partito Popolare e il sistema bipartito di cui era parte integrante, viene adesso riconosciuta a VOX, che attrae infatti una fascia relativamente giovane dell’elettorato di centrodestra, compresa tra i 25 ed i 45 anni. Un profilo ben distinto da quello dell’elettorato del Partito popolare, tutt’ora costituito, per la maggior parte, da persone al di sopra dei 60 anni, evidentemente più legate all’epoca franchista.

Sul fronte del centrosinistra, in aggiunta alla perdita di voti sofferta dal Partito Socialista, le urne hanno sancito un sensibile calo di consensi in favore di Unidas Podemos, in parte imputabile alla scissione interna del partito che ha portato alla nascita di Más País, la neonata formazione capeggiata da Iñigo Errejon, ex uomo forte di Podemos. Evidentemente intimoriti dal boom elettorale dell’estrema destra, Sánchez e Iglesias hanno però messo da parte le aspre divisioni dei mesi scorsi, chiudendo a tempo di record un accordo per la formazione di un esecutivo a maggioranza socialista. Come da pronostico, VOX non ha sfondato in Catalogna, dove le urne hanno invece confermato la leadership di Esquerra Republicana, principale formazione indipendentista della regione, seguita dai socialisti e da JxCAT, partito legato all’ex presidente catalano Puigdemont. Un risultato elettorale che ha attribuito nuovamente un ruolo chiave agli indipendentisti nella formazione del nuovo Governo spagnolo, forti di un numero di seggi decisivo per il raggiungimento della maggioranza assoluta in Parlamento. “Non possiamo permetterci di tornare alle urne per la terza volta”, ha sentenziato Pedro Sánchez, appellandosi al senso di responsabilità istituzionale delle altre formazioni politiche per consentire alla Spagna di avere finalmente un Esecutivo. Dal canto suo Esquerra Republicana ha vincolato il proprio sostegno al leader socialista, sotto forma di astensione nella sessione di investitura a premier, all’apertura di un tavolo di negoziati sul futuro della Catalogna tra il Governo centrale e quello catalano.

@MarioMagaro

Questo articolo è pubblicato anche sul numero di gennaio/febbraio di eastwest.

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