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Spy game e retorica minano il confronto tra India e Pakistan

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L’ultimo incontro ufficiale tra India e Pakistan si è concluso con il solito overdose di retorica. Certo, l’inchiostro dei quotidiani è scorso a fiumi, al pari dei secondi rubati alle pubblicità nelle reti nazionali, tutti impegnati a rincorrere le posizioni del ministro degli Esteri pachistano Aizaz Chaudhry e del suo omonimo indiano Subrahmanyam Jaishankar.

Il faccia a faccia di 100 minuti si è svolto martedì scorso nella capitale indiana, a margine di Heart of Asia, conferenza che periodicamente riunisce i principali attori regionali impegnati nella definizione di un orizzonte comune in Afghanistan su questioni chiave quali sicurezza, cooperazione economica e politica.
Dato l’assunto che l’incontro tra Chaudhry e Jaishankar sia servito a poco o nulla, se non a liquidare un dovere istituzionale imposto dai toni propositivi di Hear of Asia, è comunque interessante osservare la retorica oltre la quale Pakistan e India continuano a mascherare le proprie strategie geopolitiche.

 

Stando alle dichiarazioni postume rilasciate dal ministero degli Affari Esteri di New Delhi, l’India ha manifestato disappunto per la provenienza pachistana dei militanti che il 2 gennaio scorso hanno attaccato la propria base aerea a Pathankot, in prossimità del confine tra i due paesi. Implicito il sospetto di legami tra gli assalitori e organizzazioni pachistane, rafforzato dalla comprovata interferenza di Islamabad a sostegno dei militanti kashmiri in India nel passato recente. Si tratta di un tema classico della dialettica politica di New Delhi, puntualmente ancorata sulla demonizzazione del Pakistan volta all’isolamento diplomatico, in linea con la strategia regionale indiana denominata ‘Cold Start’, un conflitto soft con cui le forze armate di New Delhi cercano di preparare il terreno in vista di una nuova guerra con il nemico storico.

Oltre all’isolamento di cui sopra, secondo fonti pachistane l’offensiva latente dell’India include pressione politica e militare, sostegno all’instabilità interna, terrorismo, manipolazione dei media in ottica anti-pachistana e dominazione culturale. Tornando alle affermazioni del ministro Jaishankar, l’India critica la lentezza del processo intentato da Islamabad contro presunti complici degli attentati del 28 novembre 2008 a Mumbai (una delle prime azioni terroristiche basate sull’uso di guerriglia anziché esplosivi, al pari di quanto avvenuto a Parigi il 13 novembre scorso), costati 160 vittime, e causa di un ulteriore deterioramento nei rapporti tra i due paesi.
Dichiarazioni postume anche da parte pachistana. Kashmir, ancora una volta il Kashmir è il nodo da sciogliere per favorire una reale distensione dei rapporti. Quasi come un diapason, il destino dell’ex regno himalayano segna la frequenza nella retorica di Islamabad, basata sul diritto all’autodeterminazione della popolazione kashmira tramite plebiscito, così come sancito dalla Risoluzione Onu numero 47 del 1948. Per Chaudhry, il rispetto della Risoluzione da parte indiana è un requisito fondamentale per garantire “pace e stabilità regionale”, riferimento esteso ben oltre la Line of Control, l’ex linea del cessate il fuoco che separa le due potenze nucleari. Il ministro pachistano ha puntato con forza sul recente arresto in Pakistan di Kulbushan Jadhav (marzo 2016), ex membro della marina militare indiana, accusato di essere un uomo del Research and Analysis Wing (RAW, i servizi segreti indiani), operativo con lo pseudonimo Hussein Mubarak Patel. L’uomo è accusato di attività sovversiva, a partire dal sostegno ai ribelli del Balochistan National Movement, attivi in Balochistan, una delle principali sacche di instabilità in Pakistan. La prospettiva di un Baluchistan fragile giocherebbe a favore di New Delhi, andando a creare un fronte interno geograficamente opposto ad un’ipotetica linea del fuoco in caso di guerra (l’attuale LoC), ragione per cui sin dal principio della guerra in Afghanistan (2001) l’India ha instaurato solide relazioni con il governo di Kabul, offrendo sostegno economico e militare, quindi compromettendo la storica profondità strategica pachistana in territorio afgano garantita dall’intesa con il Mullah Omar e i suoi Taliban. Per New Delhi, l’importanza di un Balochistan debole deriva anche dalla minaccia rappresentata dal nascente corridoio economico Cina-Pakistan che attraverso la Karakorum Highway punta direttamente a Gwadar, il mega porto finanziato dal governo cinese nel sud del Balochistan, offrendo a Pechino un collegamento diretto sullo Stretto di Hormuz, all’incrocio tra il Golfo Persico e il Golfo di Oman. In questo modo Pechino riuscirebbe a smarcare l’imbuto dello Stretto di Malacca, aggirando l’Oceano Indiano, e con Gwadar creare un altro sbocco navale strategico (assieme a quello birmano) accerchiando di fatto l’India.
Malgrado da anni Islamabad accusi i servizi indiani di fomentare gruppi sovversivi, incluso il Tehrik-e-Taliban Pakistan, i talebani pachistani, l’arresto di Jadhav è il primo episodio a coinvolgere un ex membro delle forze armate indiano. A complicare le cose per New Delhi, la recente diffusione da parte del Inter Service Public Relations, l’agenzia di stampa dell’esercito pachistano, di un video di 6 minuti in cui la presunta spia riconosce di aver sostenuto attività terroristiche a Karachi e in Balochistan. Mentre l’intelligence indiana si limita a negare, sostenendo la tesi di una confessione forzata e di un filmato montato ad arte, il governo Modi continua a chiedere l’incontro con la presunta spia da parte di una rappresentanza consolare. Forse un tentativo di salvare la faccia? O un escamotage utile a rimandare di qualche settimana il confronto? Con il tempo si saprà, anche se l’arresto di Jadhav dovrebbe cambiare poco o nulla nel confronto tra i due paesi. Anzi no, il filone degli spy games getta nella mischia un nuovo anti-eroe, a tutto vantaggio dell’inossidabile repertorio della retorica Indo-Pakistana.
@emanuele_conf

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