L’ex-generale dei Marine Jim Mattis si è dimesso dal suo ruolo di segretario della Difesa degli Stati Uniti d’America: lascerà l’incarico alla fine di febbraio. Nella lettera d’addio inviata alla Casa Bianca, Mattis fa sapere che la decisione è motivata dalle divergenze con il presidente Donald Trump, che ha annunciato il ritiro delle truppe americane – o di una parte di queste – dalla Siria e dall’Afghanistan. Rivolgendosi al comandante in capo, Mattis scrive così: “Dato che hai diritto ad avere un segretario della Difesa che sia meglio allineato con le tue posizioni su questo e altri temi, credo sia giusto per me lasciare la mia posizione”.

All’interno dell’amministrazione Trump, Jim Mattis era visto come un contrappeso al temperamento impulsivo e alla retorica provocatoria del presidente, scrive il Washington Post. Mattis credeva nell’importanza di mantenere buone relazioni con gli alleati, laddove Trump invece si è scagliato contro l’Europa e la Nato e contro il Canada e il Messico. Mattis credeva nell’importanza di mantenere un ordine internazionale a guida americana, mentre Trump pensa al contrario che gli Stati Uniti dovrebbero concentrarsi sul nation building in patria e non imbarcarsi in costose e inutili missioni all’estero.

“Dietro la politica estera di Trump”, scrive Foreign Affairs, “c’è un’idea – America First – ma non un progetto di geopolitica, un piano o un insieme di priorità fondate sul calcolo e sulla riflessione. Sotto la sua leadership, gli Stati Uniti non si sono messi a litigare solo con la Cina e la Russia, ma anche con gli alleati quali il Canada, il Messico e l’Unione europea […]. La sua politica sembra guidata da attacchi sporadici di belligeranza o di entusiasmo”.

Riguardo al ritiro delle truppe statunitensi dalla Siria, circa duemila soldati, Mattis riteneva si trattasse di un regalo soprattutto alla Russia e all’Iran, che garantirebbe loro di conquistare più influenza in Medio Oriente, oltre che allo Stato Islamico. Trump lo definisce sconfitto ma, per quanto sia vero che abbia perso molti territori e potere, Isis esiste ancora – in una forma diversa – e il ritiro americano potrebbe dare all’organizzazione terroristica l’opportunità di recuperare una struttura più solida.

Allo stesso modo, la ritirata di metà dei circa 14.000 soldati americani in Afghanistan – la lunghissima guerra è iniziata nel 2001 – porta con sé il rischio di rafforzare i talebani – che, da tempo, chiedono il ritiro delle truppe straniere sul territorio afghano – e contemporaneamente di indebolire il già debole governo di Kabul. La decisione di Trump potrebbe inoltre ridurre il peso negoziale degli Stati Uniti che, proprio in questo momento, stanno cercando di arrivare ad un accordo di pace con i talebani. Lo spiegano il Washington Post e il New York Times.

L’uscita del segretario della Difesa Jim Mattis non avrà ripercussioni soltanto sulla politica estera americana in Medio Oriente. Un lungo articolo di BuzzFeed News ricorda che fino ad ora Mattis è stato garante della cooperazione militare tra Stati Uniti e Messico: ha allontanato la retorica ostile e denigratoria del presidente e ha trattato i militari messicani con rispetto, preservando così una relazione oggi molto stretta – gestione congiunta della frontiera, lotta coordinata alle organizzazioni criminali e al narcotraffico, scambio di informazioni – ma impensabile fino a non molti anni fa. Se il posto di Mattis dovesse essere preso da una persona più in sintonia con lo stile di Trump, i rapporti potrebbero raffreddarsi e rallentare.

In questi ultimi anni nessun altro presidente americano si era circondato di così tanti generali in posizioni di rilievo come Donald Trump, nota il New York Times. Ma ora, con le dimissioni di Mattis, non ne rimane più nessuno.

Il capo dello staff ed ex-generale dei Marine John Kelly, che aveva sostituito Reince Priebus, lascerà l’incarico a fine mese. Come Mattis, anche Kelly era ritenuto un contrappeso all’impulsività di Trump e pare che i due si scontrassero frequentemente. Il presidente potrà adesso rimpiazzarlo con una figura più affine alla propria ideologia, come ha già fatto per il posto di segretario di Stato – Mike Pompeo è succeduto a Rex Tillerson – o di consigliere per la sicurezza nazionale – John Bolton per l’ex-generale Herbert McMaster. Politico inquadra tutti questi cambi di gabinetto nell’ottica della campagna di rielezione per il 2020.

@marcodellaguzzo