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La vecchia Cia dei torturatori e quella che verrà

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Pompeo ha schierato la Cia in prima linea nella caccia ai terroristi. Al suo posto arriva la veterana Gina Haspel, già a capo di una famigerata prigione segreta. Potrebbe essere la persona giusta per mantenere la promessa di Trump di “tornare al waterboarding e qualcosa di peggio”

Le parole di John McCain sono inequivocabili: Gina Haspel, la prima donna nominata direttore della Cia e chiamata a sostituire il neo Segretario di Stato Mike Pompeo, ha giocato un ruolo cruciale nella più cupa delle vicende della storia americana. Quella delle torture.

Poche ore prima di far pubblicare questo tweet al suo staff, il senatore repubblicano dell’Arizona aveva tenuto una conferenza stampa con il suo collega e sodale di sempre, Lindsey Graham. I due sono tra gli esponenti più esperti del loro partito in materia di politica estera e di sicurezza, ma sono vecchia scuola, quella che tende a dialogare con gli avversari politici sulle questioni cruciali che riguardano the nation, il Paese. E sulla tortura i due sono chiari: quel che ne abbiamo ricavato è molto meno di quanto abbiamo perso in materia di prestigio globale.

Non hanno torto i due senatori: le torture, Abu Ghraib e Guantanamo sono i pilastri di un nuovo anti americanismo che dopo aver soffiato forte in tutto il Medio Oriente, con l’elezione di Trump – e forse un poco prima – ha preso ad aver successo anche in Europa e in aree del mondo dove questo risiedeva solo in ambiti della politica militante di destra e di sinistra. Cosa sceglie di fare allora Donald Trump? Nominare l’esperta di torture Haspel, a capo dell’agenzia i cui ultimi ricordi pubblici planetari riguardano il waterboarding.

Fare il capo della Cia nel 2018 non è facile. L’Agenzia non gode di buona stampa: è un ambiente chiuso, molta parte delle sue attività sono segrete e la sua storia è piena di crisi disastrose: la Baia dei porci, lo scandalo Iran-Contra, le extraordinary rendition e le torture.

Haspel è una spia in senso puro: entrata alla Cia nel 1985, ha passato molto tempo all’estero in missioni undercover, ha supervisionato su una prigione segreta dell’Agenzia di quelle dove i prigionieri venivano torturati, ha fatto distruggere i verbali e le prove relative a quella sua missione per poi finire nominata vice di Pompeo, quando questi è stato scelto da Trump per guidare lo spionaggio americano.

Haspel è quel che si dice una risorsa interna, di quelle che conoscono la Cia come le proprie tasche e che per certo sarà capace a farla funzionare. In teoria, a Langley come a Foggy Bottom – le sedi di Cia e Dipartimento di Stato – c’è un gran bisogno di una riorganizzazione interna e di una iniezione di fiducia.

Tutto l’apparato di politica estera e di intelligence (Fbi compresa) è stato umiliato, decimato e maltrattato durante il primo anno di presidenza Trump. Il presidente in campagna elettorale ebbe a dire cose terribili proprio sulla Cia e, non a caso, una delle primissime uscite presidenziali fu proprio un incontro con l’apparato dell’Agenzia per rasserenare gli animi.

La nomina di Mike Pompeo all’agenzia serviva a commissariare un ambiente di cui non si fidava. Qualcuno ha definito il rapporto di Trump con l’apparato di intelligence alla Nixon. Che tradotto vuol dire, Trump vede i raccoglitori di informazioni riservate come il fumo negli occhi ed è convinto che lavorino per i suoi avversari politici. Questo significa anche che il presidente ha piena fiducia in Haspel.

La scelta è insomma in continuità perché una figura interna garantisce il buon funzionamento di un apparato che Pompeo ha riportato all’ovile – nel senso di aver smussato le animosità nei suoi confronti – e che è contento dei risultati ottenuti e del miglioramento del funzionamento interno, che tutti dicono essere divenuto meno burocratico.

Gli esperti nominano una sostanziosa riduzione del flusso di materiale nucleare diretto in Corea tra i successi dell’ex rappresentante del Kansas. L’esperienza maturata sul campo dalla nuova direttrice aggiunge un elemento: Pompeo ha portato la Cia a svolgere un ruolo più diretto e attivo nella caccia al terrorista, mandando ad esempio agenti a uccidere figure di spicco tra i talebani. Haspel, che è stata protagonista della guerra senza fine al terrorismo, non sarà da meno e perseguirà questo ruolo “attivo” di una struttura che non si limita più a passare informazioni cruciali agli alleati, ma agisce direttamente.

La scelta interna del presidente repubblicano verrà elogiata da tutti coloro che si occupano di intelligence da entrambi gli schieramenti politici. Non solo: Haspel ha già passato il vaglio del Congresso quando è stata nominata vice di Pompeo. Un particolare non indifferente, difficilmente i senatori che hanno approvato la sua nomina a vice capo della Cia potranno adesso incalzarla utilizzando la tortura come argomento.

Per evitare che Haspel venisse chiamata a testimoniare in tribunale sulla tortura, come avrebbe voluto un avvocato che difende alcuni prigionieri torturati, l’anno scorso il Dipartimento di Giustizia le ha concesso lo scudo della segretezza, permettendole di usare la formula del segreto di Stato per evitare di comparire davanti alla corte. Chi ha più a cuore i diritti umani e le regole del diritto internazionale, invece, tornerà sulla questione. Come hanno annunciato proprio McCain e Graham.

Il compito di Haspel alla Cia sarà quello di non cambiare la linea politica dell’Agenzia, dove con linea politica si intende mantenere un basso profilo in tutta l’immenso dossier che va sotto il nome di Russia gate. Pompeo ha spesso flirtato con i complottisti pro Trump e forse Haspel non farà la stessa cosa. Il suo predecessore si trovava scomodo all’Agenzia e da mesi cercava di ottenere il posto che gli è toccato dopo il licenziamento di Rex Tillerson. L’incognita seria che rimane è legata a una promessa presidenziale di quelle terribili: tornare a usare il waterboarding “e anche qualcosa di peggio” come strumento per reperire informazioni. Proprio il waterboarding è una delle tecniche che Haspel ha fatto usare durante gli interrogatori di almeno due prigionieri.

Distinguere tra le frasi trumpiane gettate al vento per esaltare il pubblico presente ai suoi comizi e i punti programmatici in agenda è piuttosto difficile perché probabilmente lo stesso presidente non sa bene se si tratti della prima o della seconda cosa. Eppure nelle ultime settimane abbiamo assistito ad alcuni passi che rilanciano gli aspetti più deleteri e potenzialmente pericolosi per l’ordine mondiale dell’agenda del presidente Usa.

Le guerre commerciali in arrivo sono tra questi. Ciascun passo sembra pensato per blandire la propria base e per uscire dal cerchio che il lavoro del procuratore speciale Mueller sta stringendo attorno alla Casa Bianca. Le scelte di rimescolamento delle carte nell’amministrazione (tutti a Washington dicono che cadranno nuove teste), sembrano passi in questa direzione: circondarsi di persone fidate che non piantino grane e che siano disposte ad implementare l’agenda erratica del presidente.

Il segnale all’esterno, invece, è lo stesso mandato con il rilancio di Guantanamo: per fare l’America di nuovo grande non si bada a regole internazionali, figuracce del passato, diplomazia. L’America di nuovo grande la si fa chiudendola in se stessa e rendendola più piccola.

@minomazz

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