EN

eastwest challenge banner leaderboard

Storie della Libia divisa: il caso LIA

Indietro

Nella saga della Libia divisa c’è un’altra storia da raccontare: non solo i due governi, i due parlamenti, le due coalizione di milizie e di “padrini” regionali, ma Abdulmagid Breish e Hassan Bouhadi, i due amministratore delegati della Libyan Investment Authority (LIA), il fondo sovrano creato nel 2006, patrimonio stimato 67 miliardi di dollari. Denaro accumulato grazie alla vendita di petrolio, e che potrebbe essere utilizzato per lo sviluppo del Paese, se solo il quadro politico avesse un minimo di stabilità.

L’ufficio di Breish è a Tripoli, quello di Bouhadi a Malta, ma il secondo ha dalla sua parte il sostegno dell’esecutivo di Tobruk, l’unico riconosciuto dalla comunità internazionale. Breish fu nominato nel 2013, ma l’anno successivo venne sostituito, a causa di una (contestata) legge che vietava di ricoprire cariche pubbliche a chi avesse servito il Paese sotto Gheddafi. L’amministratore fece ricorso, ma intanto, nell’ottobre del 2014, il cda della LIA nominò al suo posto Bouhadi. Breish sostiene di essere ancora il leader legittimo, perché, undici mesi dopo, una Corte stabili’ che la normativa non si dovesse applicare al suo caso. Gli avvocati di Bouhadi, dal canto loro, contestano la decisione del tribunale. 

Il risultato di questa battaglia è un sostanziale stallo. Nel frattempo, la divisione della Libia si è cristallizzata, Breish è rimasto a Tripoli ed è vicino al governo di Khalifa al-Gweil, appoggiato da un Parlamento prevalentemente filoislamico. Bouhadi, invece, si è trasferito a Malta (anche se il fondo pianifica di aprire un’altra sede a Dubai, dal momento che gli Emirati Arabi Uniti sono tra i principali sostenitori dell’esecutivo di Tobruk) e ha il sostegno della House of Representatives che si riunisce nell’Est.

Metà degli asset della LIA è composta da denaro contante o da titoli, ma l’ottanta per cento di questa porzione resta congelata, perché soggetta alle sanzioni imposte dalla comunità internazionale nel 2011, durante la guerra contro Gheddafi. Il resto del patrimonio è costituito da un serie di attività imprenditoriali, circa 550, che vanno dalla proprietà di alberghi in Egitto a joint venture in Zimbabwe.

Breish dice di voler vendere, o chiudere, le aziende inefficienti, per concentrarsi su quelle con maggiore ritorno economico. Intende aprire una grande struttura a Londra, nella City, ingaggiando avvocati di grido, affidando la gestione dei fondi a manager professionisti e provvedendo a formare il personale libico, che è ancora inadeguato al compito. E invece la situazione attuale lo costringe alla paralisi, tant’è che il piccolo ufficio londinese della LIA è chiuso, e i dipendenti lavorano da casa.

Sulla sponda opposta, c’è la battaglia di Bouhadi, che, ritenendosi il legittimo rappresentante della LIA presso la comunità internazionale, ha chiesto a Stati Uniti ed Unione Europea di poter “gestire” i fondi attualmente inutilizzabili. Bouhadi ha detto di voler “sedere al posto del guidatore”. Il denaro, in sostanza, resterebbe congelato, non verrebbe liquidato o disinvestito, ma semplicemente gestito per evitare che il patrimonio subisca le fluttuazioni del mercato. Il suo piano per il futuro è  quello di affiancare alla LIA due altri fondi ad hoc: uno di stabilizzazione (per fornire risorse al  budget statale, in caso di cadute brusche del prezzo del petrolio), l’altro focalizzato sullo sviluppo interno. Bouhadi sostiene che la LIA è sempre stata poco trasparente, e che raramente il denaro derivante dalla vendita del petrolio si è trasformato in investimenti all’interno della Libia. Adesso, aggiunge, bisognerebbe puntare sulla crescita dei privati, delle piccole e medie imprese, utilizzando i soldi depositati dal fondo sovrano presso la banca centrale, e svincolando i libici dalla tradizionale dipendenza dal settore pubblico.

Progetti utopici, allo stato attuale. La guerra civile prosegue, l’accordo per la formazione di un governo di unità nazionale (che risolverebbe anche la disputa al vertice della LIA) è debole. E’ vero, però, che il fondo è stato lungo un’estensione del dominio di Gheddafi, una sorta di braccio economico del clan al potere, a tal punto che adesso è stata ingaggiata una battaglia legale per recuperare le somme perdute in passato. La LIA ha avviato due cause distinte contro Goldman Sachs e Société Générale, reclamando il denaro sottratto durante l’era del Colonnello, in seguito ad accordi truffaldini, dietro al quale si nascondevano mazzette od altri favori: 1,2 miliardi dalla banca americana, 2,1 da quella  francese.

 

 

La voce
dei Lettori

eastwest risponderà ogni settimana ai commenti sui social e alle domande inviate dai lettori. Potete far pervenire la vostra domanda usando il tasto qui sotto. Per essere pubblicati, i contributi devono essere firmati con nome, cognome e città Invia la tua domanda ad eastwest

GUALA