Studenti lottano contro molestie, la polizia li carica. Storie di ordinaria democrazia.


Su questo blog a più riprese si è auspicato un maggiore attivismo degli studenti, dei "giovani" (sic!), nella lotta contro la discriminazione di genere, contro la mentalità donna-oggettistica ancora ben radicata in India. 

Su questo blog a più riprese si è auspicato un maggiore attivismo degli studenti, dei “giovani” (sic!), nella lotta contro la discriminazione di genere, contro la mentalità donna-oggettistica ancora ben radicata in India. 

 

In settimana ci hanno provato gli studenti di Jadavpur University (JU), a Kolkata, reagendo con metodi risoluti e non violenti all’ignavia dolosa e alla meschinità delle autorità universitarie di fronte all’ennesimo caso di molestie sessuali in campus. Il risultato della mobilitazione dice tanto dell’India contemporanea dipinta spesso – ingiustamente – come un’isola felice democratica in Asia.

Prima di tutto, la vicenda scatenante.

Il 28 agosto una ragazza del secondo anno è stata molestata da dieci ragazzi. Un suo “amico” – nella pudica ricostruzione dei media indiani non è mai chiaro se fosse il fidanzato o un amico, ma poco cambia – che aveva provato a proteggerla, è stato malmenato.

La ragazza ha prontamente denunciato la vicenda alle autorità competenti all’interno dell’università, chiedendo che venisse aperta un’inchiesta interna per individuare i colpevoli e prendee i dovuti provvedimenti.

Qualche giorno dopo due signore dell’università, probabilmente dell’ufficio della sicurezza – ma in borghese – fanno visita alla ragazza e, come troppo spesso succede, iniziano a ribaltare la faccenda, chiedendole come mai lei si vestisse in quel modo (dove “quel modo” significa qualsiasi cosa non corrisponda a un vestito tradizionale indiano), cosa stesse facendo in giro a quell’ora (dove “quell’ora” significa ogni ora che divide il tramonto dall’alba), se fosse per caso ubriaca.

L’interrogatorio accusatorio arriva senza che venga aperta la minima indagine tra i residenti del campus, col solo evidente obiettivo di insabbiare tutto e riproporre la classica responsabilità della vittima nei casi di molestie sessuali. La ragazza, presumibilmente, ne parla con amici e conoscenti dei collettivi studenteschi e qui scatta la molla.

Gli studenti fanno un comunicato chiedendo al Vice Chancellor (VC) – in pratica, al facente vedi di rettore, il VC è quello che decide – di prendere provvedimenti, aprire un’inchiesta, occuparsi del caso, in risposta alla sbrigativa soluzione amministrativa che, in risposta alle molestie subite dalla ragazza, annuncia l’entrata in vigore di “stringenti regole di sicurezza”: nella fattispecie, controllare l’identità di chi gira nel campus. Una buffonata, poiché i dieci aggressori sono tutti studenti di JU.

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