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Sudafrica: l’insicurezza alimentare non è una novità

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In Sudafrica le disuguaglianze e l’insicurezza alimentare riemergono durante il periodo di lockdown. Già prima della pandemia, 13 milioni di persone avevano accesso limitato al cibo

Sudafrica, coronavirus: disuguaglianze e insicurezza alimentare

La gente è in coda per ricevere aiuti alimentari in un sobborgo in Sudafrica, 20 maggio 2020. REUTERS/Siphiwe Sibeko

“Una pistola l’avete?” mi ha chiesto Jan all’indomani dell’inizio del lockdown in Sudafrica.

Dopo il discorso del Presidente Ciryl Ramaphosa, il 15 marzo 2020, scenari di rivolta hanno iniziato ad affollare le preoccupazioni degli abitanti dei quartieri benestanti. La polizia e l’esercito sono stati schierati nelle zone ad alta densità di popolazione, creando così un cordone sanitario attorno alle township che non può non ricordare il passato isolamento di diversa natura dell’Apartheid, una similitudine resa ancor più vivida dall’incapacità delle forze dell’ordine di trattenere i propri eccessi di violenza. In un Paese in cui le diseguaglianze economico-sociali non riescono a nascondersi dietro i muri elettrificati, il rischio di disordini è, in effetti, concreto. Ma pensare a una pistola per far fronte a un’epidemia rivela molti aspetti del Paese in cui vivo, dove la popolazione povera è vista da chi non lo è come una minaccia costante.

Come nel resto del mondo, anche in Sudafrica il Governo ha ordinato ai propri cittadini di rimanere in casa, di mantenere il distanziamento sociale, sospendendo tutte le attività economiche non essenziali, per far fronte alla pandemia globale di Covid-19. Ma qui il lockdown ha eroso un’economia già in difficoltà, scavando ancora più profondamente quelle disuguaglianze socio-economiche abissali che assegnano al Paese l’indice di GINI di distribuzione del reddito più concentrato al mondo.

Il lockdown è iniziato il 15 marzo e da metà maggio il Paese ha intrapreso una lenta apertura, nonostante i casi stiano aumentando in maniera significativa solo ora, in corrispondenza dell’inizio della stagione influenzale. A oggi ci sono poco meno di 58.600 casi e i decessi sono arrivati a 1200, su un totale di circa 57 milioni di abitanti.

Pochi giorni dopo l’inizio della quarantena, le persone hanno cominciato ad affollarsi all’ingresso dei supermercati per accumulare farina, zucchero e chili di carne da congelare. Panico che è stato subito tacciato dagli analisti come “irrazionale”, dato che il Sudafrica produrrà abbastanza cibo da continuare a essere netto esportatore, anche perché la siccità quest’anno ha graziato i raccolti di mais e le cavallette, fortunatamente per il Paese, si sono arenate nel corno d’Africa.

Ma se il Paese ha le capacità per nutrire la propria popolazione, perché le richieste di aiuti alimentari sono esplose immediatamente dopo la chiusura dell’economia?

Il lockdown ha tagliato considerevolmente le entrate economiche di molte famiglie. I lavoratori del settore informale, che alla fine del 2019 impiegava circa il 20% del totale della forza lavoro, sono stati tra i gruppi maggiormente colpiti dalle misure anti Covid-19, non avendo nessun salario garantito e spesso non rientrando negli aventi diritto al fondo di disoccupazione. Secondo un sondaggio dell’Università di Johannesburg e dello Human Science Research Centre (HSRC), il 67% dei rispondenti rientranti nella categoria di persone a basso reddito, ha dichiarato di aver avuto difficoltà nel pagare le spese durante il periodo di isolamento.

Le difficoltà economiche riscontrate durante il periodo di lockdown hanno accresciuto dunque l’insicurezza alimentare. Benché non sia ancora chiaro quanti abbiano bisogno di assistenza, secondo i dati emersi dalla medesima ricerca, il 34% delle persone che già rientravano nella categoria di basso reddito sono andate a letto affamate durante il periodo di lockdown. “Ci aspettiamo un aggravamento consistente dei livelli di insicurezza alimentare dovuto sia all’aumento del costo del paniere basico che alla perdita di lavoro e reddito amplificata dal lockdown”, mi dice Francesco Pierri, rappresentante in loco della Fao, che pubblicherà agli inizi di luglio i risultati della nuova Household Survey basata sulla metodologia FIES (Food Insecurity Equivalence Scale).

Il Governo ha tentato di tamponare il problema con la distribuzione di razioni alimentari, le quali però non raggiungono affatto i numeri necessari: la quantità di cibo che le compone è insufficiente in quanto era prevista per sole 3 settimane di lockdown. Inoltre, spesso le razioni alimentari sono state oggetto di strumentalizzazione politica da parte degli incaricati alla distribuzione, i quali hanno assegnato le razioni ai soli membri del proprio partito.

Una misura fondamentale fortemente voluta dalla società civile è stato l’incremento dell’assegno per i figli, nonostante l’intervento sia ancora da perfezionare in quanto non viene assegnato per bambino ma per affidatario. Il 20% dei Sudafricani dipende dalle sovvenzioni statali, e in particolare proprio dall’assegno per i figli, il quale costituisce un importante sostegno alla sicurezza alimentare per l’intera famiglia.

Inoltre, nella prima fase di quarantena, il Governo aveva permesso ai supermercati di rimanere aperti per garantire l’essenziale approvvigionamento alimentare, senza includere però i venditori informali e limitando il servizio degli “spaza shop”, piccoli negozi in cui si può trovare un po’ di tutto. Per questa svista apparentemente di poco conto, gran parte della popolazione delle township si è vista ulteriormente limitare l’accesso al cibo e molti piccoli produttori sono stati privati del proprio mercato di sbocco. Il Governo ha in seguito aggiustato il tiro, avendo però dato il segnale di non curarsi troppo di come le sue decisioni si ripercuotano nelle periferie, purché esse siano contenute e non costituiscano una minaccia alla sicurezza e alla salute pubblica.

L’insicurezza alimentare, quindi, non è una sfida nuova al Sudafrica, che già prima della pandemia contava circa 13.6 milioni di persone, quasi un quinto dell’intera popolazione, con un accesso limitato al cibo. Gli ostacoli a un accesso al cibo sono da ricercarsi in storture strutturali del settore agro-alimentare quali per esempio, il quasi oligopsonio delle catene dei supermercati, le condizioni dei lavoratori della terra, la scarsità di occasioni di vendita diretta dei piccoli agricoltori e la configurazione della proprietà terriera, ancora fortemente sbilanciata su linee razziali che dovrebbero essere sorpassate ormai da tempo.

In un Paese che è quasi autosufficiente dal punto di vista alimentare, il fatto che già nelle prime settimane di lockdown molte più persone siano andate a letto affamate rende evidente – e quasi banale – la diagnosi del problema: il cibo e il benessere non mancano, sono solo mal distribuiti. Tanto è semplice l’enunciazione della causa quanto la soluzione implicherebbe improbabili cambiamenti radicali. Considerare le fasce di popolazione a basso reddito non come una minaccia ma come un gruppo umano con una dignità, intrappolato in un sistema economico costruito durante l’Apartheid, potrebbe essere un punto di partenza. Lo spolverare le pistole e il costruire muri non sembra abbia sortito molti effetti positivi negli ultimi venticinque anni se non quello di difendersi dalle proprie responsabilità.

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