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Sudafrica: l’Urss e i movimenti di liberazione


I legami storici tra Mosca e Pretoria risalgono al sostegno sovietico nella lotta contro l’apartheid e più volte il Sudafrica si è schierato a favore della Russia contro posizioni occidentali

Marco Cochi Marco Cochi
Da due decadi giornalista, blogger e ricercatore con focus sull'Africa sub-sahariana.

Dopo il 24 febbraio, data d’inizio dell’invasione dell’Ucraina da parte della Russia, tutti i media sudafricani hanno criticato aspramente l’operato di Mosca, mentre l’ambasciatore ucraino in Sudafrica, Liubov Abravitova, per diversi giorni è apparsa costantemente sugli schermi dei principali canali di informazione del Paese. Secondo quanto riportato sul sito del think tank moscovita Strategic Culture Foundation, tale orientamento sarebbe stato dettato dal fatto che i media sudafricani sono allineati al mainstream occidentale e in gran parte controllati dalle grandi imprese, di conseguenza non possono esprimere i veri sentimenti della popolazione locale.

In effetti, la posizione ufficiale di Pretoria non è mai stata al fianco di Kiev. Come del resto, quella di molti Paesi del continente africano, che in occasione dei voti espressi all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite su tre risoluzioni di condanna nei confronti della Russia, si sono astenuti oppure non hanno partecipato al voto per varie ragioni politiche. In tutti e tre i casi, il Sudafrica si è astenuto rifiutandosi di condannare le azioni della Russia. Inoltre, un mese dopo l’inizio delle operazioni militari, ha presentato al Segretariato dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite una bozza di risoluzione sulla situazione umanitaria in Ucraina.

La bozza di Pretoria

La bozza di Pretoria non attribuiva la responsabilità della cessazione delle ostilità o dell’aggravamento della situazione umanitaria a nessuna delle parti, tantomeno esprimeva una nota di biasimo per l’aggressione della Russia contro l’Ucraina. Una posizione che l’ambasciatore Abravitova ha definito “sconcertante e inaccettabile”, affermando che per il suo Paese era molto complicato confrontarsi con il governo sudafricano sul dossier dell’invasione russa dell’Ucraina. La posizione della nazione dell’Africa australe si è andata ancor più delineando dopo la conversazione telefonica tra il presidente russo Vladimir Putin e il suo omologo sudafricano Cyril Ramaphosa. Nel colloquio, tenuto lo scorso 10 marzo, Putin ha informato il suo collega delle ragioni e degli obiettivi dell’“operazione speciale” della Russia per proteggere il Donbass. Solo una settimana dopo la telefonata, Cyril Ramaphosa, parlando al Parlamento, ha accusato direttamente l’Alleanza Atlantica di aver fomentato l’escalation della crisi, chiarendo che “la guerra avrebbe potuto essere scongiurata se nel corso degli anni la Nato avesse limitato la sua espansione verso Est ed evitato una crisi regionale”.

Tuttavia, il sostegno diplomatico di Pretoria alla Russia solleva la questione dell’impegno per il rispetto dei diritti umani come parte integrante della politica estera del Sudafrica e il suo ruolo storico nella promozione del diritto di ogni popolo di scegliere liberamente il proprio destino, originato dall’esperienza della lotta contro l’apartheid. Probabilmente questo non trascurabile aspetto, unito alle proteste sollevatesi nel Paese contro l’invasione russa, hanno costretto il presidente sudafricano a esprimersi contro la mossa offensiva dell’alleato. Così, Ramaphosa ha chiarito che “il Sudafrica non può approvare l’uso della forza e la violazione del diritto internazionale, chiedendo una soluzione rapida del conflitto tramite il dialogo e i negoziati”.

La vicinanza alla Russia

Ciononostante, l’approccio di Ramaphosa all’invasione dell’Ucraina si distingue in modo netto da quello della maggior parte dei leader occidentali. Senza dimenticare la posizione di Julius Malema, leader dell’Economic Freedom Fighters (EFF), partito di opposizione della sinistra radicale, che ha dichiarato di essere vicino alla Russia esortandola a dare una lezione alla Nato e agli Stati Uniti. È altresì interessante notare che negli ultimi anni, non è la prima volta che il Sudafrica entra in attrito con l’Occidente per sostenere Mosca. Come già avvenuto nel febbraio 2020, quando insieme alla Russia è stata l’unica nazione tra tutti i membri del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, che si è opposta alla bozza di risoluzione britannica per approvare i risultati della conferenza di Berlino sulla Libia.La vicinanza del Sudafrica alla Russia può essere spiegata attraverso le salde relazioni tra i due Stati, che risalgono a legami storici con Mosca riguardanti il supporto ricevuto nella lotta contro l’apartheid, oltre ai rapporti attuali che intercorrono tra Pretoria e il Cremlino.

L’apartheid, istituito ufficialmente nel 1948, vide fin dall’inizio la strenua opposizione dell’African National Congress (ANC), che professava l’abbattimento della dominazione bianca, la causa del nazionalismo nero e la creazione di un futuro Stato interraziale. Nel 1955, l’ANC si alleò con il partito comunista del Sudafrica (SACP), principalmente composto da bianchi, attraverso cui l’ANC riuscì a rafforzare i rapporti con l’URSS e con le reti internazionali a sostegno dei movimenti di liberazione in Africa. Tuttavia, l’alleanza tra ANC e SACP è stata a lungo oggetto di controversie e numerose analisi, che evidenziano come all’inizio degli anni Cinquanta la leadership dell’ANC fosse contraria a tutte le organizzazioni che ostacolavano la crescita del nazionalismo africano, tra cui il Partito comunista. Lo scioglimento del SACP nel 1950 e due anni dopo il successo della Campagna di sfida guidata da Nelson Mandela, costrinse i comunisti a rivalutare il loro rapporto con l’ANC, specialmente con l’intensificarsi della lotta contro l’apartheid. Senza dubbio, il connubio offrì all’ANC la possibilità di riallacciarsi alle istanze globali del comunismo e della lotta all’imperialismo, oltre a ricevere dall’ex potenza sovietica il supporto necessario per portare avanti la sua lotta. Tutto ciò spiega anche perché molti componenti dell’ANC siano vicini alla retorica anti-occidentale della Russia, che nella loro visione rappresenta un’alternativa globale all’Occidente ed è vista come un contrappeso all’egemonia statunitense.

La partnership economica e i rischi

Lo slancio empatico della nazione Arcobaleno nei confronti della Russia è giustificato anche dalla volontà di salvaguardare la partnership economica cementata da investimenti sudafricani in Russia per quasi 5 miliardi di dollari, mentre gli investimenti russi nel Paese africano ammontano a circa 1 miliardo e mezzo di dollari. Inoltre, sono abbastanza cospicui gli scambi commerciali tra le due nazioni, che nel 2020 ammontavano a 981 milioni di dollari. Pertanto, l’ondivaga posizione del Sudafrica sulla crisi ucraina può essere anche giustificata dalla volontà di non voler incrinare i rapporti con il Cremlino, sia a livello politico sia a livello commerciale, oltre al coinvolgimento dei due player all’interno dell’aggregato geo-economico dei BRICS, insieme a Brasile, India e Cina.

Va comunque ricordato, che tale approccio comporta alcuni rischi per un Paese che sta cercando di risollevarsi dopo gli anni di malgoverno di Jacob Zuma, segnati da un sistema di corruzione e dalla “cattura dello stato” per favorire investitori stranieri come i fratelli Gupta, due imprenditori di origine indiana, che nell’era Zuma hanno ammassato enormi ricchezze. Inoltre, non è ancora chiaro se in futuro sarà conveniente fare affari con i russi, soprattutto se le sanzioni verranno ulteriormente inasprite. Per ora è certo, che data la sua schiacciante esposizione agli investimenti occidentali, il Sudafrica dovrebbe pensare alle conseguenze se gli Stati Uniti e altri partner commerciali europei dovessero valutarla come un Paese rischioso per investire. Le aziende che commerciano direttamente o indirettamente con entità statali russe potrebbero avere difficoltà a commerciare con gli Stati Uniti o addirittura con l’Unione Europea, come già accaduto con le sanzioni contro Cuba e Iran. Naturalmente, tutto questo dipende dal fatto che la volontà politica occidentale rimanga unanime, come è stato finora sull’onda della minaccia rappresentata dall’azione del presidente russo Vladimir Putin.

Qualunque siano le motivazioni, in questo momento il Sudafrica dovrebbe valutare bene le conseguenze di schierarsi dichiaratamente con la Federazione Russa.

Questo articolo è pubblicato anche sul numero di settembre/ottobre di eastwest.

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