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RETROSCENA

Sudan: la rivolta del pane

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La rivolta del pane in Sudan è stata la prima protesta del 2019. In pochi mesi, ha portato alla destituzione e all’arresto di al-Bashir e alla speranza di libere elezioni

Sudan, rivolta del pane: la prima protesta del 2019

I manifestanti aspettano un treno da Atbara, il luogo di nascita della rivolta che ha rovesciato l’ex Presidente del Sudan Omar al-Bashir, presso una stazione ferroviaria di Khartum, Sudan, 23 aprile 2019. REUTERS/Umit Bektas

Nel 2019 le rivolte popolari hanno infiammato le piazze di Hong Kong, Baghdad, Beirut e Santiago del Cile, dove migliaia di persone hanno manifestato contro una classe dirigente percepita come inaccettabile e troppo distante per poter accogliere le loro rivendicazioni sul piano politico, economico e sociale. Ma è in Africa, precisamente in Sudan, che è scoppiata la prima insurrezione popolare dello scorso anno.

Parliamo della “rivolta del pane” che ha avuto inizio in realtà già il 19 dicembre 2018 nella città di Atbara, da dove nel giro di pochi giorni è dilagata in altre 22 città sudanesi, compresa la capitale Khartoum. La protesta è stata la risposta della popolazione al programma di austerità, che aveva tagliato i sussidi sociali e triplicato il prezzo del pane per conformarsi alle direttive del Fondo monetario internazionale, che cinque mesi prima aveva inviato gli ispettori nel Paese africano. L’istituto di Washington aveva chiesto rigide riforme per riparare ai danni provocati dalla cattiva gestione del trentennale governo di Omar Hassan al-Bashir, che ha portato il Paese sull’orlo del collasso economico.

A partire dalla seconda decade di gennaio 2019, le proteste di piazza si sono concentrate a Khartoum assumendo una chiara connotazione politica che l’11 aprile 2019 ha prodotto la destituzione e l’arresto di al-Bashir, che solo sette mesi prima era stato di nuovo scelto dal suo partito, il National Congress Party (NCP), come candidato alle presidenziali previste nel 2020.

Una decisione che indica come l’ex Presidente abbia beneficiato a lungo di un seguito popolare, che non venne meno neanche dopo il 4 marzo 2009, quando la Corte Penale Internazionale (CPI) dell’Aia emise nei suoi confronti un mandato di arresto per crimini di guerra e contro l’umanità commessi in Darfur.

La deposizione del leader dell’NCP è stata decisa dalle forze armate per evitare che le proteste popolari sfociassero in una sanguinosa insurrezione armata. Ma dopo aver estromesso al-Bashir, i militari hanno annunciato che attraverso l’istituzione di un Consiglio militare di transizione (CMT) avrebbero guidato la fase di passaggio di poteri, che dopo due anni avrebbe accompagnato il Paese a nuove elezioni.

Inizialmente, il CMT aveva sospeso la Costituzione, ordinato il coprifuoco notturno, lo stato d’emergenza e vietato qualsiasi manifestazione pubblica. Misure che hanno alimentato il malcontento tra le organizzazioni della società civile pro-democrazia riunite nella piattaforma delle Forze per la libertà e il cambiamento (FFC), con in prima fila l’Associazione dei professionisti sudanesi (SPA), che hanno sempre rivendicato un’autorità di transizione guidata da civili.

I negoziati su come gestire il dopo Bashir si sono bloccati proprio sul punto cruciale della guida dell’esecutivo ai civili, fino a segnare una nuova ondata di violenza politica culminata con una sanguinosa azione portata a termine dalle Forze di supporto rapido (RSF). La repressione si è consumata lo scorso 3 giugno, quando l’unità guidata dal potente generale Mohamed Hamdan “Hemedti” Dagalo ha preso d’assalto un sit-in permanente organizzato davanti al quartier generale dell’esercito a Khartoum.

Nel blitz dei paramilitari sono morti 35 manifestanti e centinaia sono rimasti feriti. All’eccidio ha fatto seguito una campagna di disobbedienza civile, lanciata dalla SPA in tutto il Paese, che si è conclusa sei giorni dopo con il pesante bilancio di 118 morti.

Quei giorni, il successo della rivoluzione popolare sudanese sembrava minacciato da una spinta reazionaria sostenuta dalle forze di sicurezza e dall’esercito. Tutto ciò lasciava presagire che le promesse del CMT di condivisione del potere con i civili difficilmente sarebbero state mantenute.

Ma le organizzazioni che avevano guidato le proteste nei mesi precedenti al colpo di Stato non si sono arrese allo strapotere dei militari, che dopo la sanguinosa repressione del 3 giugno avevano annunciato di voler gestire in piena autonomia il processo elettorale entro nove mesi. In questo modo, il CMT aveva di fatto denunciato i precedenti accordi faticosamente raggiunti con le opposizioni, che prevedevano un periodo di transizione di tre anni, affidato a un Governo civile.

Le FFC hanno rifiutato fermamente la decisione dei vertici militari obiettando che senza un sostrato politico consolidato la costruzione di un sistema democratico non può essere unicamente affidata al risultato delle urne, con il rischio di legittimare la posizione di potere del momento.

Tuttavia, dopo la repressione della prima decade di giugno, il Sudan sembrava essere nuovamente scivolato nell’autoritarismo militare, tanto da indurre l’Ufficio dell’Alto Commissario per i Diritti Umani (OHCHR) delle Nazioni Unite a chiedere il dispiegamento urgente di una missione finalizzata al monitoraggio del processo di transizione politica.

Nel trovare una soluzione allo stallo politico che impediva di raggiungere un accordo tra il CMT e le FFC è stata risolutiva l’azione dell’inviato dell’Unione Africana, il mauritano Mohamed El Hacen Ould Lebatt, combinata con quella del Primo Ministro etiope e premio Nobel per la pace Abiy Ahmed.

La svolta è arrivata lo scorso 5 luglio, quando l’incessante lavoro di mediazione dei due negoziatori è riuscito a superare lo scoglio della composizione del Consiglio sovrano. Poi, il 19 luglio la giunta militare e la coalizione della società civile hanno firmato un accordo che per la prima volta dopo decenni ha costretto l’esercito a condividere il potere con i civili.

La strada per traghettare il Paese verso un processo di democratizzazione e libertà elettorale è stata definitivamente spianata lo scorso 17 agosto con la firma della storica “dichiarazione costituzionale”, che prevede che il Consiglio sovrano che guiderà il Paese per i prossimi 39 mesi sarà composto da 10 membri, 5 nominati dai militari e 5 dai civili, più 1 nominato di comune accordo, che condurranno il Paese alle elezioni.

Nonostante l’ottimismo, però è ancora presto per parlare di democrazia e di una transizione pienamente riuscita, per almeno quattro motivazioni. La prima è insita nel fatto che i militari manterranno i ministeri chiave dell’Interno e della Difesa. C’è poi da tenere in considerazione la lunghezza del periodo di transizione: tre anni, ai quali vanno sommati altri novanta giorni per nominare un parlamento transitorio, e al contempo non vanno sottovalutate le inevitabili difficoltà di organizzare libere elezioni, dopo quasi tre decenni di governo autoritario di Omar al-Bashir. E sullo sfondo resta il fatto che il Sudan continua a dipendere dagli aiuti dei suoi potenti alleati del Golfo Persico.

Tuttavia, la nomina dello scorso 20 agosto a Primo Ministro del Governo di transizione dell’economista Abdalla Hamdok rappresenta un segnale importante nel tentativo di arginare la grave crisi finanziaria, che da tempo attanaglia il Paese e ha provocato l’esautorazione di al-Bashir.

La prima sfida cruciale che Hamdok si trova ad affrontare è la riabilitazione della reputazione del Sudan a livello internazionale, dopo un ventennio di sanzioni commerciali inflitte dagli Stati Uniti. Nell’ottobre 2017, Washington ha revocato l’embargo commerciale, ma non ha ancora eliminato Khartoum dalla lista dei principali sponsor del terrorismo internazionale.

Un primo passo avanti verso questa direzione è stato compiuto lo scorso dicembre con la decisione annunciata da Washington di rimandare un ambasciatore in Sudan dopo 23 anni di assenza. Mentre negli ultimi mesi il premier sudanese si è recato a Washington, New York e Parigi nel tentativo di ottenere la revoca delle sanzioni, tuttavia gli Stati Uniti rimangono molto riluttanti.

Per il Primo Ministro sudanese, adesso la revoca delle sanzioni statunitensi contro Khartoum costituisce la priorità assoluta del suo mandato perché lo stigma di sponsor del terrorismo rende la nazione africana inammissibile alla riduzione del debito e al finanziamento da parte di istituti di credito internazionali, oltre a limitare potenziali investimenti esteri di cui il Sudan ha impellente bisogno.

Questo articolo è pubblicato anche sul numero di marzo/aprile di eastwest.

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