Sul tetto del mondo Il Tibet, tra il vecchio, il nuovo e la realpolitik


Il Tibet, tra il vecchio, il nuovo e la realpolitik.

Il Tibet, tra il vecchio, il nuovo e la realpolitik.

 

La capitale del Tibet, Lhasa, è una moderna città cinese piena di edifici nuovi, centri commerciali, ma immersa nel silenzio sacro dei suoi tremila metri. E tante bandiere, della preghiera e quelle – troneggianti – della Repubblica Popolare Cinese.
Il primo segnale dell’imponente sviluppo della regione è il massiccio investimento che il governo ha riversato nella costruzione delle ferrovie. Entro il 2020, il Tibet sarà collegato con tutte le province limitrofe (Xinjiang, Sichuan e Yunnan). Oltre al turismo (soprattutto dalla Rpc), un settore trainante è l’industria mineraria che se ben sfruttata costituirebbe, secondo l’Economist, un terzo del Pil regionale.
L’industrializzazione del Tibet richiede però una profonda revisione del sistema economico, fino a oggi trainato da incentivi governativi e investimenti statali. Questo spiega le preoccupazioni del governo cinese per l’impatto dello sviluppo sull’ambiente e sugli equilibri sociali. L’anno scorso il Pil è cresciuto del 13%.

La popolazione locale coabita – con evidente difficoltà – con i cinesi han arrivati in massa a seguito degli incentivi di Pechino per attrarre lavoratori migranti. Si tratta però di flussi di denaro che spesso escono dal Tibet e tornano ad arricchire le province orientali da cui provengono gli investimenti. Oggi nel plateau tibetano ci sono ben sei aeroporti. In molte zone mancano però le autostrade.

La politica di Pechino punta sulle infrastrutture con lo scopo di allineare l’economia del Tibet al resto della Cina. Una politica che nel mondo occidentale suscita scetticismo. L’Occidente sa che il Tibet è una delle regioni con la popolazione più triste e repressa al mondo. Sa che Pechino ha occupato il Tibet nel 1951 – pacificamente secondo la retorica ufficiale – e che ne ha sempre rivendicato la sovranità. Sa che nel 1959 il Dalai Lama è fuggito in India, dove vive in esilio a Dharamsala. Sa che il buddhismo non è stato bandito, ma nelle case e nei monasteri tibetani è vietato appendere le fotografie del Dalai Lama, rimpiazzate dai ritratti dei leader cinesi, da Mao a Xi.

Sa anche che il numero delle auto-immolazioni dal 2009 è salito a 130. Sa che prima degli incidenti di Lhasa nel 2008 numeri impressionanti di profughi raggiungevano l’India attraverso il Nepal; e che dopo quella data, uscire è diventato assai più complicato. Sa che Pechino sta negoziando con il Dalai Lama perché ha urgenza di porre fine alla spinosa questione. Perché secondo Pechino in Tibet va tutto bene. A parte i rapporti irrisolti con il Dalai Lama, una vera spina nel fianco.

“La Cina non può permettersi di procrastinare a lungo le tensioni con il leader tibetano” spiega Nehru Ram del quotidiano indiano The Hindu, che da anni segue i negoziati tra Pechino e Dharamsala. “Nel marzo 1969 Deng Xiaoping aprì il dialogo con il Dalai Lama, ponendo la questione della sovranità come imprescindibile per qualsiasi negoziato. Ovvero: il Tibet fa parte della Cina. Se il Dalai Lama non accetta questo assioma, non si va da nessuna parte”.

“In questi anni, Pechino e Dharamsala hanno condotto nove round di incontri” continua Ram. Il tempo stringe: molto dibattuta è la questione della successione del leader spirituale. La capacità d’influenzare la scelta del successore determinerà per Pechino la misura con cui respingere la minaccia alla propria sovranità o al contrario, porvi fine. “Il negoziato si è arenato sulla richiesta del Dalai Lama di un Tibet autonomo dal punto di vista amministrativo, condizione su cui Pechino non intende trattare” sottolinea il giornalista indiano. “Di recente il Dalai Lama ha dichiarato che dopo la sua morte non si rincarnerà se non ci sarà un Tibet libero. Questi sono annunci pericolosi e irresponsabili”, secondo Ram.

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