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Surviving Delhi #15: La classe dirigente dei bagni del Leela Palace


Il lusso è un concetto relativo. E più che di lusso come valore assoluto, in generale, trovo sia più realistico parlare in termini di lusso percepito.
La percezione di lusso del sottoscritto, da quando il riksha mi ha lasciato davanti al Leela Palace (precisiamo, non proprio davanti davanti all'arco d'entrata sorretto da due elefanti in pietra e presidiato da uscieri vestiti da guardia del maharaja rajasthani, con tanto di baffo all'insù, bensì dall'altra parte della strada: i riksha non ci possono salire fino al cospetto degli elefanti del Leela Palace) ha raggiunto l'acme nei bagni della terrazza del secondo piano, dove si teneva il ricevimento di matrimonio di una giovane coppia di amici.

Il lusso è un concetto relativo. E più che di lusso come valore assoluto, in generale, trovo sia più realistico parlare in termini di lusso percepito.
La percezione di lusso del sottoscritto, da quando il riksha mi ha lasciato davanti al Leela Palace (precisiamo, non proprio davanti davanti all’arco d’entrata sorretto da due elefanti in pietra e presidiato da uscieri vestiti da guardia del maharaja rajasthani, con tanto di baffo all’insù, bensì dall’altra parte della strada: i riksha non ci possono salire fino al cospetto degli elefanti del Leela Palace) ha raggiunto l’acme nei bagni della terrazza del secondo piano, dove si teneva il ricevimento di matrimonio di una giovane coppia di amici.

 

I bagni del Leela Palace – hotel a cinque stelle nel bel mezzo di Chanakyapuri, il quartiere diplomatico di New Delhi – sono arredati in tinte panna / marmo con venature e legno, illuminati da una luce calda e fioca molto simile a quella del Venetian di Macao che, vado a memoria, nella Las Vegas cinese descrivevano come “la luce del tramonto del tardo pomeriggio veneziano”. Nei bagni del Leela, come tra le roulette del Venetian, c’è un atmosfera da tramonto perenne; si perde la concezione del tempo e dello spazio e se in mezzo alle slot machine del casinò orde di cinesi bruciano migliaia di euro al minuto forti di una disponibilità economica eccezionale, la capienza limitata della vescica umana (per quanto si sia bevuto copiosamente all’open bar della terrazza) impone i tempi fisiologici al soggiorno estatico nella toilette.

Le operazioni di minzione sono supervisionate silenziosamente da un inserviente dell’hotel che svolge una doppia mansione: rigorosamente in piedi a metà strada tra la porta del bagno e i lavandini – manopole d’oro, piano di marmo e ceramica, saponiera in ceramica, doppia opzione di fazzolettini di carta, impilati o disposti a bouquet in apposito dispenser – con la mano destra ti porge un asciugamano bianco, offrendosi di asciugarti le mani, mentre con la sinistra ti apre la porta per uscire.

Ecco, in quel momento ho pensato che era da più o meno 23 anni che nessuno si offriva di asciugarmi le mani. Soprattutto che a farlo fosse qualcuno diverso da mia madre, mio padre o i miei nonni e in un’età in cui raggiungere l’altezza del portasciugamani mi riesce con una certa disinvoltura.

Il ricevimento al Leela è stata l’ultima stazione della via Crucis matrimoniale dei due amici, una settimana di festa non-stop dislocata tra Goa, Mumbai e New Delhi. Uno sforzo di gioia che la sposa, in una rarissima manciata di secondi non a favore di macchina fotografica, ha sintetizzato in: “Ho pensato che una persona dalla mentalità positiva può reggere al massimo un’ora e mezza con tutto questo trucco, gioielli, vestiti e sorriso; una cinica, invece, non oltre i quaranta minuti”. La frase è stata pronunciata alle 23:14 di sabato 29 novembre, quando Ana, tecnicamente, era diventata sposa di Ashish già da quasi 150 ore. E ancora sorrideva.

Il ricevimento, mi è stato spiegato, viene dopo il party/devasto degli amici degli sposi (fatto a Goa) e dopo la cerimonia religiosa per far contenta la famiglia (fatta a Mumbai). È un appuntamento pensato per “i colleghi di lavoro” e quindi il dress code è abbastanza rilassato: sari per le donne, smoking per gli uomini, esentati dal vestito tradizionale. Al ricevimento, per dirla tutta, se si è amici degli sposi ci si ingozza di cibo e alcol e si glorificano stancamente le imprese alcoliche del party/devasto.

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