Surviving Delhi #16: Nereo Rocco e i rikshawalla


Amore Bugie e Calcetto è una bella commedia italiana uscita nelle sale nel 2008. Racconta le vicende di una squadra di calcetto di Trieste alle prese con gli imprevisti giornalieri della vita. Usa il calcetto come metafora dell'esistenza e a un certo punto cita la Legge di Nereo Rocco: in campo come nella vita.

Amore Bugie e Calcetto è una bella commedia italiana uscita nelle sale nel 2008. Racconta le vicende di una squadra di calcetto di Trieste alle prese con gli imprevisti giornalieri della vita. Usa il calcetto come metafora dell’esistenza e a un certo punto cita la Legge di Nereo Rocco: in campo come nella vita.

La battuta la pronuncia Giuseppe Battiston in questo spezzone qui sotto, che ha un mini spoiler se ancora non avete visto il film (e se ancora non l’avete visto, fatelo).

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La stessa legge, qui in India, la si può applicare al rapporto con i rikshawalla, i guidatori di “tuc tuc”, uno tra i mestieri peggiori al quale si possa aspirare nel mercato del lavoro indiano se si considera la fascia poco al di sopra delle forme di schiavitù.

Il rikshaw è un mezzo imprescindibile per la middle class, cioè per coloro che non dispongono di abbastanza denaro per possedere un’auto o affidarsi a un driver, cosa più comune di quanto si possa pensare. Guidare nell’anarchia delle strade indiane può anche essere divertente, se rimane un’attività intrapresa con giocosità, sprezzo del pericolo e a cadenza sporadica; se però diventa routine necessaria, chi se lo può permettere paga qualcun’altro per divertirsi al posto suo alla guida. Altrimenti si affida ai rikshaw.

Il sistema di trasporti pubblici metropolitani di Delhi si avvale di una modernissima metro (materiali giapponesi, consulenza di Hong Kong, realizzazione indiana), un sistema di autobus abbastanza caotico e inefficace – considerando i livelli di congestine del traffico della capitale –, taxi inefficaci per i motivi di cui sopra e pure un po’ dispendiosi, e un esercito di rikshaw a motore, perfetti per agire nelle condizioni ostili della rete stradale di Delhi: sono piccoli come degli Apecar, hanno tre ruote, marce come la Vespa e ti portano virtualmente ovunque, forti di un caratteristico spirito anarchico positivo.

Gli impacci dei sensi di marcia, i lacci e lacciuoli delle precedenze da dare a destra, le convenzioni borghesi del non guidare sui marciapiedi non rappresentano ostacoli fisici, ma effimeri impedimenti mentali alla libertà personale di ognuno. Il rikshawalla, in questo senso vero eroe rivoluzionario, se ne fotte di tutto e giganteggia sulla miseria umana dell’ubbidienza acritica alle leggi sfrecciando sul suo trabiccolo a motore.

Conscio della propria ineluttabilità nella vita di tutti i giorni della capitale, il rikshawalla vende a caro prezzo la propria libertà, obbligando l’aspirante passeggero a una contrattazione spesso estenuante.

I rikshaw dovrebbero trasportare chiunque dovunque, azionando il tassametro governativo installato obbligatoriamente su ogni vettura. Ma la maggioranza delle volte il meter è karab (rotto), oppure ancora tarato sugli scatti prima dell’adeguamento tariffario (sconveniente per il rikshawalla considerando l’aumento del prezzo del greggio e la svalutazione della rupia contro il dollaro). Ci si ritrova quindi a dover pattuire il prezzo prima della corsa. E soprattutto, concordare la corsa.

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