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Surviving Delhi #7: Il curry non esiste


La mia camera qui a Delhi è situata in una posizione che, con slancio di ottimismo, si può definire strategica: in mezzo all'appartamento, è praticamente incavata su un lato del corridoio e gode di doppio affaccio, uno sul corridoio - finestrone alto, inapribile - e una piccola finestrella su quello che mia madre, architetto d'interni, chiamerebbe forse "cavedio", un cilindro vuoto che attraversa tutti e tre i piani dello stabile. E pure quella, nonostante la maniglia, è inapribile 24 ore su 24.

La mia camera qui a Delhi è situata in una posizione che, con slancio di ottimismo, si può definire strategica: in mezzo all’appartamento, è praticamente incavata su un lato del corridoio e gode di doppio affaccio, uno sul corridoio – finestrone alto, inapribile – e una piccola finestrella su quello che mia madre, architetto d’interni, chiamerebbe forse “cavedio”, un cilindro vuoto che attraversa tutti e tre i piani dello stabile. E pure quella, nonostante la maniglia, è inapribile 24 ore su 24.

 

A qualsiasi ora del giorno o della notte, dall’apertura sul cavedio entrano esalazioni miasmiche di fritto in forma fossile, lascito di anni di fritture mattiniere, immersioni di melassa in litri di olio vegetale, schizzi di lenticchie sprigionati da pentole a pressione appena aperte. La strategia del non aver un affaccio sull’esterno d’estate – protetti dal sole che presto inizierà a picchiare fino a 40 e più gradi – viene automaticamente depotenziata dalla finestrella degli orrori, da tenere sigillata per evitare l’effetto rosticceria indiana. Finché il ventilatore fa il suo, si campa; appena inizia ad arrivare il caldo vero ridiamo.

Ciò nonostante, la mia passione per la cucina indiana e per il cibo indiano cucinato da ste sante manine stanche di battere al pc per una media di dieci ore al giorno, weekend – talvolta – esclusi, non è scemata ma anzi, si è instaurata una sorta di competizione immaginaria tra quello che mangio fuori e quello che riesco a ricucinare in casa.

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