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RETROSCENA

Taiwan: “l’altra Cina” che fa innervosire Pechino

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Negli ultimi mesi, la Cina ha aumentato le incursioni aeree su Taiwan, ma le probabilità di una guerra sono poche. Intanto gli Stati Uniti tengono d’occhio la situazione

La Presidente di Taiwan Tsai Ing-wen sovrintende a un’esercitazione militare di emergenza a Tainan, Taiwan, 15 gennaio 2021. REUTERS/Ann Wang

Un bombardiere H-6 si alza in volo dalle desertiche province della Cina occidentale alla volta del Pacifico. Missione: colpire la base americana di Guam, uno degli avamposti con cui gli Stati Uniti tengono sotto controllo l’espansionismo cinese nell’oceano più esteso del mondo. È il video promozionale pubblicato dall’aeronautica militare cinese lo scorso settembre, all’apice di una nuova escalation tra Washington e Pechino. Tra tariffe incrociate, accuse di spionaggio e minacce di un decoupling tecnologico, negli ultimi mesi l’attenzione degli analisti si è spostata nelle acque agitate che separano le due sponde del Pacifico. Qui, a portata di missili cinesi, sorge l’isola di Taiwan, “l’altra Cina”, che la leadership comunista vuole riannettere ai propri territori da quando al termine della guerra civile (1927-1950) fu scelta come riparo “temporaneo” dal Governo nazionalista in fuga.

Gli Stati Uniti la resero un baluardo dell’anticomunismo al tempo della Guerra fredda e un anello fondamentale della “prima catena di isole”, dottrina formulata dall’analista John Foster Dulles che negli anni Cinquanta individuò nella cintura insulare dalle Curili – tra l’estremità nordorientale dell’isola giapponese di Hokkaidō e la penisola russa della Kamčatka – fino al Borneo un avamposto per circondare l’Unione Sovietica e la Cina. L’Andersen Air Force Base di Guam ha rappresentato un tassello fondamentale nella strategia difensiva di Washington nell’Asia-Pacifico e continua a esserlo di fronte alla crescente assertività di Pechino nella regione. Soprattutto nei confronti di Taipei, che la leadership comunista considera un Governo illegittimo e di cui gli stessi Stati Uniti ignorano ufficialmente la statualità tenendo fede al Trattato di San Francisco, l’accordo che alla fine della Seconda guerra mondiale sancì la rinuncia della sovranità giapponese sull’isola dopo cinquant’anni di dominazione senza tuttavia definirne chiaramente lo status internazionale.

Le incursioni cinesi

Negli ultimi mesi il gigante asiatico ha aumentato le sue incursioni nella zona di identificazione aerea di Taiwan (AIDZ) con voli quasi giornalieri di aerei spia e jet militari arrivando persino ad attraversare la linea mediana, la frontiera simbolica tra le due Cine rimasta inviolata per settant’anni. In risposta, Washington ha dispiegato i suoi bombardieri parcheggiati a Guam. Il rischio non è (ancora) quello di uno scoppio deliberato della guerra, ma nessuno può escludere che da un semplice incidente si venga alle armi. Accogliendo per la prima volta Trump a Pechino, nel 2017 il Presidente cinese Xi Jinping ha definito Taiwan “la questione più importante e delicata nelle relazioni tra Cina e Stati Uniti”.

Quella dell’ex Formosa è una piaga mai rimarginata tornata a dolere dopo la vittoria di Tsai Ing-wen alle presidenziali taiwanesi del 2016. L’ascesa della leader del filo-indipendentista Democratic Progressive Party ha coinciso con un raffreddamento dei rapporti tra le due sponde dello Stretto dopo otto anni di tregua sotto l’amministrazione filocinese del nazionalista Ma Ying-jeou. Sull’onda del “China-bashing” trumpiano, negli ultimi dodici mesi la vecchia alleanza tra Washington e Taipei ha tagliato traguardi storici in termini di rifornimenti bellici, scambi economici e rapporti diplomatici. L’eventualità che, in virtù del sostegno statunitense, Taipei decida di dichiarare l’indipendenza de iure agita il sonno dei leader comunisti.

Negli ultimi mesi di countdown verso le presidenziali americane oltre la Grande Muraglia si è riaffacciata con insistenza l’ipotesi di un’annessione manu militari. Diversi segnali suggeriscono un parziale ripensamento di Pechino davanti al pressing americano e alla scarsa persuasività della vecchia strategia pacifica a base di isolamento internazionale e corteggiamento economico. La perdita di sette alleati e l’offerta di una semi-autonomia in stile Hong Kong non hanno ammorbidito la posizione di Taipei. E il tempo stringe.

Il ritorno alla madrepatria “non può aspettare di generazione in generazione”, aveva sentenziato Xi nel 2013. In quello stesso anno prendeva forma il “sogno cinese”, concetto evocativo che sintetizza l’impegno della leadership comunista non solo ad assicurare benessere economico per la popolazione, ma anche a ripristinare lo standing internazionale dell’ex “malata d’Asia” dopo l’umiliazione subita nell’Ottocento per mano delle potenze imperialiste. Concludere definitivamente la guerra civile è strumentale al raggiungimento dell’agognata “rinascita nazionale”. Un obiettivo che passa per la difesa della sovranità territoriale e l’assoggettamento delle aree periferiche del paese ancora refrattarie all’autorità del governo centrale. Ma i fatti di Hong Kong e la sinizzazione forzata del Tibet e della regione islamica dello Xinjiang hanno reso la prospettiva di un’assimilazione politica anche più invisa alla popolazione taiwanese.

Guerra poco probabile

L’ipotesi di un intervento armato vedrebbe la Cina in netto vantaggio: non solo l’esercito cinese è meglio addestrato ed equipaggiato − la spesa militare del gigante asiatico supera di circa 25 volte quella di Taiwan. Nell’ultimo anno, l’arsenale cinese è stato arricchito da una prima nave d’assalto anfibia che, secondo la stampa nazionalista cinese, “ha come massima priorità una possibile operazione di riunificazione con la forza”. Dando per buone le previsioni più ottimistiche, l’offensiva cinese comincerebbe con un attacco cibernetico e la manomissione delle infrastrutture strategiche per poi annientare la leadership politica taiwanese con un’operazione aerea mirata contro il palazzo presidenziale. Le isole Kinmen, Pratas e Penghu, a pochi chilometri dalla terraferma, sarebbero le prime a cadere in mano cinese. Nella realtà dei fatti, l’impervia natura dell’isola e le capacità acquisite dall’esercito taiwanese per far fronte a un’ipotetica guerra asimmetrica renderebbero un’invasione cinese estremamente dispendiosa quanto a costi economici e perdite di vite umane. Opinione condivisa anche da alcuni falchi in divisa, tanto che, secondo l’ex maggiore generale Qiao Liang, Pechino farebbe meglio a risparmiare le risorse per “migliorare il tenore di vita della popolazione cinese”.

A scatenare o meno un intervento cinese sarà probabilmente la postura di Washington. Pechino mal tollera l’ingerenza americana nelle relazioni tra le due sponde dello Stretto. Mentre il ricambio ai vertici della Casa Bianca non frenerà il riavvicinamento a Taipei – che gode di appoggio bipartisan –, è sensato prevedere il ritorno a una politica più prudente e coerente dopo le capriole di Trump, amico-nemico della Cina a giorni alterni. In un editoriale pubblicato sul World Journal, vagheggiando la rottamazione delle vecchie alleanze asiatiche, il Presidente eletto Joe Biden ha preannunciato “un rafforzamento dei legami con Taiwan”, definita “leader della democrazia, un’economia importante, una potenza tecnologica e un esempio di società aperta in grado di gestire il Covid-19″. Ma non sembrano esserci segnali di un allontanamento dal principio cardine dell’”ambiguità strategica” che, in caso di un attacco contro Taiwan, solleva la controparte americana dagli obblighi difensivi contenuti nel Sino-American Mutual Defense Treaty, l’accordo interrotto nel 1980, un anno dopo la normalizzazione dei rapporti diplomatici con Pechino. Con un intervento statunitense per nulla scontato è improbabile che Taipei opti per provocare Pechino dichiarando formalmente l’indipendenza.

D’altronde, sulla terraferma l’ipotesi di una guerra è altrettanto poco auspicabile. Mentre Pechino minaccia periodicamente di impugnare la legge anti-secessione ratificata nel 2005 (ergo passare dalle parole alle armi), difficilmente la leadership cinese gradirebbe fronteggiare le ricadute di un inevitabile isolamento diplomatico in questo momento storico. Soprattutto in vista del preannunciato ritorno di Washington ai tavoli multilaterali. A ciò si aggiungono considerazioni di politica interna. Il biennio 2021-2022 vedrà succedersi a stretto giro il centenario e il 20° Congresso del partito comunista, che sancirà un parziale ricambio ai vertici della nomenklatura cinese. Un momento delicato non proprio adatto a spargimenti di sangue. Continuare a sperare che Taiwan accetti di diventare una seconda Hong Kong è illusorio, certo, ma ancora preferibile.

Questo articolo è pubblicato anche sul numero di gennaio/febbraio di eastwest.

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L'AUTORE

Alessandra Colarizi

Sinologa, ha collaborato con l’Agi e l’agenzia cinese Xinhua. Gestisce il portale d’informazione China Files, collabora con diverse testate tra cui il Manifesto e Left.
GUALA