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RETROSCENA

Tanzania: chi era John Magufuli

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Muore per “problemi cardiaci” il Presidente della Tanzania che aveva negato l’esistenza del Covid nel suo Paese. La sua storia, dalla lotta alla corruzione fino alla deriva autoritaria

Un venditore vende copie di giornali dopo la morte del Presidente della Tanzania John Magufuli a Dar es Salaam, Tanzania, 18 marzo 2021. REUTERS/Emmanuel Herman

Nella serata del 17 marzo, la televisione di stato della Tanzania ha annunciato la prematura scomparsa del Presidente John Pombe Magufuli. La notizia è stata data direttamente dalla vicepresidente Samia Suluhu Hassan, che adesso prenderà il posto di Magufuli fino allo scadere del mandato previsto per il 28 ottobre 2025.

Samia sarà la prima donna nella storia del Paese a rivestire la più alta carica istituzionale, dopo che nel 2010 fu nominata Ministro per gli Affari dell’Unione (tra l’isola di Zanzibar e il Tanganica, la parte continentale della Repubblica Unita di Tanzania) e nel 2015 divenne la prima donna vicepresidente della Tanzania.

Le sue ultime settimane

Nelle ultime settimane, le domande sullo stato di salute di Magufuli, che amava il contatto diretto con la gente, stavano diventando sempre più insistenti. Il Presidente non era più apparso in pubblico dalla fine di febbraio e alcuni membri dell’opposizione avevano affermato che aveva contratto il Covid-19. Un’affermazione che i funzionari governativi hanno seccamente smentito, dichiarando che il Presidente era sano e oberato da vari impegni di lavoro.

Secondo la ricostruzione ufficiale, il sessantunenne Magufuli sarebbe morto per complicazioni cardiache. In effetti, il suo cuore era in precarie condizioni da una decina d’anni, tanto che gli era stato impiantato un pacemaker. Per questo, lo scorso 6 marzo, era stato ricoverato per due giorni al Jakaya Kikwete Cardiac Institute di Dar es Salam. Poi, in seguito a un ulteriore aggravamento delle sue condizioni, il 14 marzo era stato ricoverato d’urgenza e sarebbe morto per ulteriori complicazioni tre giorni dopo.

Le dichiarazioni ufficiali sull’aggravamento del suo stato di salute nelle ultime settimane di vita non fugano però i dubbi sul fatto che il capo di Stato potrebbe esser morto per il coronavirus, che nei mesi scorsi aveva già provocato il decesso, ufficialmente per “malattie respiratorie”, di tre deputati, alcuni ex Ministri e del vicepresidente di Zanzibar.

Senza contare, che all’inizio della scorsa settimana, le autorità di Dodoma hanno arrestato quattro persone sospettate di aver diffuso sui social media voci infondate sull’aggravamento dello stato di salute del Presidente, secondo le quali, dopo aver contratto il Covid-19 era stato trasferito in un ospedale del Kenya per ricevere cure migliori.

La negazione del Covid

L’ultimo anno del mandato di Magufuli era stato caratterizzato dalla negazione dell’esistenza del Sars-Cov-2 in Tanzania, che secondo il capo di Stato, a eccezione di pochi rari casi di persone contagiate durante i viaggi all’estero, nel Paese non c’è mai stato. Ma all’inizio di quest’anno, l’ambasciata degli Stati Uniti a Dar-es-Salaam aveva confutato le affermazioni secondo cui la Tanzania fosse Covid free, avvertendo invece della costante diffusione del virus e sconsigliando ai viaggiatori di recarsi nel Paese.

Il Presidente tanzaniano aveva anche detto no all’arrivo dei vaccini, affermando che la Tanzania aveva debellato la malattia a giugno per grazia divina e che le persone che avevano lasciato il Paese per farsi vaccinare erano responsabili della ricomparsa della malattia. Aveva infatti invitato i suoi concittadini a radunarsi nelle chiese per pregare perché Dio li avrebbe protetti dal virus e aveva consigliato di curarsi con inalazioni, erbe locali e le cure tradizionali per le infezioni respiratorie. Come aveva fatto, all’inizio di febbraio, nel corso di una conferenza stampa il Ministro della Sanità, Dorothy Gwajima, che davanti alle telecamere aveva ingerito un intruglio a base di ginger, aglio e limone, indicandolo come la miglior protezione dal virus.

“Tingatinga” (“bulldozer”), come veniva soprannominato il capo di Stato tanzaniano, aveva inoltre ignorato gli appelli della Chiesa locale, che aveva più volte invocato misure precauzionali come distanziamento fisico e l’uso di mascherine. Il Governo non solo non ha mai messo in atto le misure di contenimento o quarantena richieste dalla Chiesa, ma ha anche lasciato il Paese accessibile al turismo, mantenendo aperti mercati e ristoranti.

Scelte che hanno salvaguardato l’economia, ma a prezzo di un numero imprecisato di morti, visto che da più di dieci mesi il presidente aveva deciso di non fornire i numeri delle vittime al Centro Africano per il controllo delle malattie di Addis Abeba (mentre il Kenya attualmente registra 106mila contagi e 18mila decessi, la Tanzania ne conta rispettivamente 509 e 21).

La rielezione dello scorso ottobre

Magufuli, che aveva fatto della lotta alla corruzione il cavallo di battaglia del suo primo mandato, era stato rieletto l’ottobre scorso, in una tornata elettorale controversa, sulla quale erano state avanzate numerose denunce di brogli. È innegabile che abbia avuto un esordio molto promettente, in cui aveva riscosso un ampio consenso dando voce a quel nazionalismo africano che rivendica con orgoglio una reale indipendenza dai poteri occidentali.

Aveva quindi abolito, per risparmiare il denaro pubblico, i megafesteggiamenti per l’anniversario dell’indipendenza dal Regno Unito. E trascorsi poco meno di due anni dall’inizio del suo primo mandato, aveva ‘allineato’ le compagnie minerarie che si arricchivano coi tesori del sottosuolo tanzaniano.

Il suo potere aveva però col tempo subìto una deriva autoritaria che tendeva a soffocare dissenso e libertà d’espressione. Mentre la polizia proibiva d’arbitrio i raduni dell’opposizione giudicati sediziosi, la Tanzania precipitava dal 70esimo al 124esimo posto nella classifica annuale sulla libertà di stampa stilata da Reporter senza frontiere.

Nonostante la repressione, i sostenitori di Magufuli sottolineano che il Presidente ha portato una forte crescita economica al Paese e durante la sua presidenza sono stati varati decine di programmi infrastrutturali, incluse linee ferroviarie e il rilancio di Air Tanzania. Ma forse non la pensano allo stesso modo, i familiari delle 11 persone uccise a colpi di arma da fuoco dalle forze di sicurezza alla vigilia delle ultime elezioni, oppure Zitto Kabwe, leader del partito di opposizione Alliance for Change and Transparency, arrestato 16 volte da quando Magufuli era salito al potere.

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L'AUTORE

Marco Cochi

Da due decadi giornalista, blogger e ricercatore con focus sull'Africa sub-sahariana.
GUALA
AUTEC