TECNOLOGIA&RISORSE – La conquista dell’Artico


Aumentano le tensioni tra i paesi per lo sfruttamento delle risorse ambientali. Il riscaldamento globale rischia di generare una nuova guerra fredda tra i ghiacciai.

Aumentano le tensioni tra i paesi per lo sfruttamento delle risorse ambientali. Il riscaldamento globale rischia di generare una nuova guerra fredda tra i ghiacciai.

L’Artico è tornato ad essere la palestra per praticare il braccio di ferro geopolitico tra (l’attuale) Russia e gli Usa (ed in minor modo il Canada). In mezzo c’è una Unione europea che ancora non ha preso posizione. È stato così durante la Guerra fredda, e riprende ad esserlo ora, anche grazie al clima – non quello politico – che si sta scaldando.

I ghiacci si ritirano e quindi cresce l’interesse sulle aree polari. Nelle alte latitudini dell’emisfero boreale, il 2014 è stato uno dei più caldi degli ultimi cento anni. Solo in Norvegia la temperatura media è stata di 2.2 gradi più elevata del periodo preindustriale.

Dal 2010 il volume del ghiaccio marino è sotto la media degli ultimi trent’anni. Con la banchisa che si riduce, si apre il sipario su un oceano che il ghiaccio ha mantenuto sigillato per decenni. È come togliere una coperta di ghiaccio e permettere il passaggio di imbarcazioni meno “specializzate” per l’ambiente artico. Nuovi orizzonti per il trasporto marino e nuove opportunità per lo sfruttamento delle risorse fossili. 

Secondo alcuni esperti questo ottimismo sulla nuova frontiera settentrionale è però mal riposto. È vero infatti che la rotta Shanghai-Rotterdam è del 24% più corta di quella attuale, che passa attraverso Suez. Ma l’Artico è pur sempre artico, anche se con meno ghiaccio. Il clima rimane un fattore limitante. Le navi devono comunque essere equipaggiate per sopportare condizioni estreme, la distanza da porti di appoggio è un problema in caso di emergenza. I passaggi aumentano, infatti, ma rimangono pochi: nel 2013 sono stati 71 i cargo che hanno percorso la rotta di Nord-Est. Lo stesso vale per l’esplorazione petrolifera, e per le operazioni di estrazione, che aumentano ma rimangono poche. Un’avaria o un incidente in quelle acque richiede operazioni complesse, e secondo gli esperti siamo ancora lontani dall’avere le capacità e le infrastrutture per rispondere alle emergenze.

Ad ogni buon conto Rosneft e Gazprom, compagnie petrolifere russe a maggioranza statale, hanno investito circa 2 miliardi di euro in nuovi cantieri Zevzda a Bolshoy Kamen, per la costruzione di nuove imbarcazioni e piattaforme compatibili con l‘ambiente artico. Sempre la Rosneft ha confermato che nel 2015 esplorerà 1.017 chilometri di fondale nel Mare di Pechora, con l’intenzione di impiantare nuovi pozzi di estrazione.

Per ora tutto sotto controllo, ma intanto est e ovest riaffilano i coltelli. La Russia ha ribadito che manterrà alta la propria attività militare nell’Artico. Agenti dei servizi segreti russi hanno compiuto esercitazioni a Murmansk, Arkhangelsk, e nella provincia dei Nenets, soprattutto a protezione delle installazioni petrolifere. Il numero di testate nucleari nel Mare di Barents nel 2014 è a livelli che non si vedevano dai tempi della Guerra fredda.

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